1940: quel deserto dei Tartari

25 aprile 1940. Esce "Il deserto dei Tartari " terza opera di Dino Buzzati, allora inviato di guerra ad Addis Abeba per il Corriere della Sera.

Il libro parla di Giovanni Drogo, che decide di intraprendere la carriera militare per sfuggire alla realtà opprimente, e, appena ventunenne, guadagnatosi il grado di Ufficiale, viene assegnato alla Fortezza Bastiani, sul confine immaginario del deserto.
Fin da subito la Fortezza Bastiani risulta per Drogo come un luogo inospitale. Di fronte a lui, verso nord, solo il deserto “pietre e terra secca, lo chiamano il deserto dei Tartari 1.
Drogo cerca di tornare sui suoi passi, chiede infatti di essere spostato in una zona più vicina alla capitale ma, su consiglio dell’aiutante maggiore Matti, temporeggia e attende la prima visita medica per andarsene.
Tuttavia, con il passare del tempo, lo stesso Drogo rimane “vittima” della Fortezza Bastiani, con i suoi schemi rigidi e il suo rigore militare, e, soprattutto, del deserto. Decide dunque di rimandare la sua partenza e inizia a insediarsi in lui, come negli altri co-protagonisti del romanzo, un sentimento sempre più opprimente di attesa dell’attacco del nemico. Buzzati inserisce anche, grazie al narratore onniscente, dei riferimenti sulla perdita di contatto, sempre crescente, con lo spazio ed il tempo di Drogo. Infatti, laddove le mura della Fortezza e il deserto sembravano inospitali, egli inizia a vederle con un occhio diverso, quasi ammaliato da così tanta desolazione.
Anche quando, quattro anni dopo, ottiene una licenza per tornare in città egli ritrova la realtà, dalla quale era fuggito, mutata e inospitale. Questo non fa che rafforzare in lui la decisione di allontanarsi nuovamente da casa ma, pur chiedendo un trasferimento, si vede costretto a tornare alla Fortezza Bastiani.
Con gli altri pochi rimasti fatica a stringere un vero e proprio rapporto: il suo unico confidente, Ortiz, va in pensione e a Drogo non resta che legarsi al Comandante Simeoni. Ed è proprio Simeoni che porta Drogo alla totale perdita di controllo di spazio e tempo all’interno della Fortezza: ormai l’unico scopo dell’ormai comandante i seconda è quello di avvistare, un giorno, l’esercito nemico all’orizzonte.
Ma Buzzati chiude il romanzo confermando l’ottica pessimistica che permea l’intero testo: mentre le truppe nemiche finalmente solcano l’orizzonte, Drogo è costretto a lasciare la Fortezza. È gravemente malato e, mentre ciò che ha aspettato per un’intera vita sta finalmente diventando reale, a lui non resta che il rimorso per aver creduto così a lungo in un sogno irraggiungibile.

In prima analisi, il testo di Buzzati attraversa tutte le tematiche e gli interrogativi che ogni uomo si dovrebbe porre: l’illusione in un futuro migliore, il continuo anelito a qualcosa di “diverso” per sfuggire alla noia del quotidiano, lo scorrere inesorabile del tempo, vincolato da un destino su cui niente possiamo e non da ultimo la solitudine, presentata nel libro come elemento chiave dell’essere umano stesso.

Quel su cui tuttavia oggi mi preme sottolineare, dopo settantacinque dalla pubblicazione di un libro che già all’epoca era in un certo senso premonitore, è quanto Buzzati sia riuscito ad anticipare, ne "Il deserto dei Tartari", quella condizione umana di continua speranza in un futuro diverso, migliore. E poco importa se questa attesa ha come prezzo da pagare una vita vincolata da schemi rigidi, la solitudine che sfocia in ermetismo, una completa incomunicabilità con prossimo e una perdita della distinzione tra reale e immaginario.

Ci troviamo infatti in un’epoca in cui il nostro “io” viene spesso percosso da sentimenti contrastanti, come quelli di Drogo. E noi, come il protagonista, spesso invece che prendere in considerazione le tre dimensioni temporali in cui viviamo (passato, presente e futuro), ci aggrappiamo, restando immobili nella nostra Fortezza Bastiani, alla sola cosa crediamo ci resti: la speranza che, prima o poi, avvenga quell’attacco e ci rivoluzioni la vita.

In conclusione ricordiamoci che “non serve aggrapparsi alle pietre, resistere in cima a qualche scoglio, le dita stanche si aprono, le braccia si afflosciano inerti, si è trascinati ancora nel fiume, che pare lento ma non si ferma mai.
Perché forse non c’è momento storico migliore per riprendere in mano quel libro, che probabilmente abbiamo tutti letto durante le superiori, e riflettere su cosa sia giusto fare.

Sta a noi scegliere se lasciarci trasportare dal corso degli eventi, attendendo il nostro destino con rassegnazione, limitandoci ad esserne spettatori, oppure se guardare il nostro passato e il nostro presente e scegliere, in modo consapevole, quale direzione il nostro “io” deve prendere.

Perché aspettare l’attacco non ci salverà, perlomeno non da noi stessi.

 

Illustrazione di Giovanni Bettolo.

 

1 si credeva infatti che fossero i “Tartari” a minacciare i confini di questa frontiera immaginaria. Il termine “Tartari” inoltre viene ripreso da Buzzati citando "Il Milione" di Marco Polo, giocando sulla metafora di un popolo ritenuto crudele e guerrigliero, sul finire del 1200.

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