Alice nel paese delle radio libere

“Radio Alice. Buongiorno. Lunedì 9 febbraio 1976. Siamo sotto il segno dell’acquario e i nati in questo giorno sono tendenzialmente azzurri, spiccata tendenza agli scioperi felici… qui Radio Alice, chi vuole può venirci a trovare in via del Pratello 41, la porta è aperta, il microfono anche… domani facciamo una festa in piazza per salutare la primavera. Per stamattina, invece, vi invitiamo a non alzarvi, a stare a letto con qualcuno a fabbricarvi strumenti musicali o macchine da guerra…”

Accesi per la prima volta i ripetitori, si aprì con queste parole la brevissima eppure intensa avventura di Radio Alice, una delle prime radio libere italiane. La radio bolognese cominciò a trasmettere nel 1976, un anno che delineò uno snodo cruciale per il mondo delle comunicazioni via etere e del linguaggio radiotelevisivo. Il monopolio della RAI, giustificato fino a quel momento dalla limitatezza delle frequenze, venne delegittimato dall’avvento della modulazione di frequenza che permetteva la convivenza di emittenti sulle stesse frequenze. Venne dunque introdotta, con una sentenza della Corte Costituzionale, la cosiddetta “libertà di antenna” la quale sancì la fine di un’epoca, quella del monopolio RAI e l’inizio della stagione cosiddetta dei “cento fiori”, che vide l’esplosione del fenomeno radiofonico sia a livello locale che su scala nazionale. Mixer, microfono, cuffie, giradischi e registratore a cassette: la strumentazione era ridotta al minimo e costava poco e questo fu, insieme alla frequenza minima che bastava per coprire un ampio territorio, l’elemento fondamentale dello sbocciare di numerose emittenti in ogni angolo d’Italia. Le nuove radio erano libere. Libere perché, influenzate dalle radio pirata del Nord Europa, trasmettevano la musica che fino a quel momento veniva taciuta dalla censura della RAI. Ma erano libere soprattutto perché davano la parola in maniera del tutto aperta a chiunque avesse avuto qualcosa da raccontare. Radio Radicale a Roma e Radio Popolare a Milano furono tra le prime a sperimentare le trasmissioni a “microfono aperto”, spazi radiofonici in cui gli ascoltatori potevano telefonare ed andare in onda direttamente senza filtri e senza interventi preliminari. Un'altra invenzione, che poi sarebbe stata ampiamente utilizzata dalle televisioni, fu quella della diretta, ovvero il racconto degli avvenimenti nel momento in cui questi stavano avvenendo. Dunque le radio non furono soltanto delle emittenti private commerciali, ma divennero anche un riferimento culturale forte, soprattutto in un periodo in cui le tensioni sociali si stavano inasprendo e spesso sfociavano in accesi scontri di piazza. Gli anni Settanta furono caratterizzati da un fermento politico e culturale dirompente e la cultura alternativa passò anche attraverso le radio libere le quali raccolsero gli umori della piazza in rivolta.

Lavorare con lentezza, film del 2004 diretto da Guido Chiesa, si immerge appieno nel clima dell’epoca raccontandoci la particolare storia di Radio Alice, la quale legò in maniera indissolubile il suo destino al racconto diretto degli avvenimenti di quel periodo, in particolare dei violenti scontri di piazza del 1977 a Bologna. In un contesto in cui gli studenti vedevano profilarsi per loro un futuro più che incerto, in cui gli operai, avviliti dall’automazione del lavoro, guardavano con crescente interesse all’espressione creativa individuale, in cui i gruppi femministi rivendicavano i loro diritti con insistenza crescente, un gruppo di amici decise di sperimentare una nuova forma di comunicazione ed espressione. Fu così che, acquistato il trasmettitore di un carro armato da un deposito militare, cominciarono a trasmettere da un appartamento situato in via del Pratello, dove le vicende della piazza, dell’osteria e della radio iniziarono a mescolarsi. Radio Alice divenne ben presto una struttura radiofonica senza palinsesto, in cui la diretta telefonica creava un flusso di comunicazione che aboliva la separazione tra chi trasmetteva e chi riceveva. All’interno dello spazio delimitato dalla canzone di Enzo del Re che apriva e chiudeva le trasmissioni (e che diede poi il titolo al film) tutto meritava di essere trasmesso. Fu così che Radio Alice inventò il “linguaggio sporco”, un linguaggio libero e schietto, privo di costruzioni formali, che contrastava con i valori vigenti nella società dell’epoca. Un linguaggio che si confaceva alle istanze antipolitiche e alle tematiche inedite portate alla ribalta dai vari gruppi che in quei mesi rivendicavano maggiori diritti civili.

Gli scontri tra autonomi, studenti e polizia, iniziati l’11 marzo per le strade del capoluogo emiliano, fecero di Radio Alice il primo strumento di informazione cittadino nonché il punto di riferimento per coloro che avevano deciso di organizzarsi per non soccombere alla violenza delle forze dell’ordine, in particolare dopo la morte del militante di Lotta Continua, Francesco Lorusso. Gli scontri proseguirono e Radio Alice continuò a raccontarli fino alla sera del 12 marzo, quando le forze dell’ordine entrarono nella sede della radio, distrussero le apparecchiature ed arrestarono, in diretta radio, tutte le persone presenti in quel momento. La radio, nonostante fosse stata chiusa con l’accusa di cospirazione contro lo Stato, venne riaperta altre due volte nei giorni seguenti, ma fu nuovamente costretta ad arrendersi. Nella sua breve esperienza Radio Alice, prima testata editoriale nella storia dell’Italia repubblicana ad essere stata chiusa dai militari, non solo riuscì a “dare voce a chi non aveva voce”, ma rappresentò anche uno dei più interessanti ed originali esperimenti sulla comunicazione che abbiano mai preso piede in Italia.

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