All'ospedale di Beer Sheva, Israele

Me lo aspettavo. In un attimo realizzo che la vita è stata troppo indulgente con me, non potevo cavarmela così. Questa consapevolezza nasce in una frazione di secondo, mentre il mondo intorno a me si capovolge. Sono ubriaca e una tedesca altrettanto ubriaca mi ha preso in spalletta e si è messa a correre. Giusto per scherzare un po'. Poi però è inciampata su un sasso. Mi sono accorta che stavo cadendo, ma non ho fatto in tempo a proteggermi il viso con le mani.
Sento il sapore del mio sangue in bocca. Un flusso caldo corre sulla pelle del mio volto. "Non è successo niente, stai tranquilla, va tutto bene", ripete la tedesca mentre mi fissa con due occhi instupiditi e sbarrati. Intuisco che è scioccata e che sta producendo frasi automatiche e insensate. "Va tutto bene un cazzo", rispondo. "Fa male, sanguino. Vai a chiamare gli altri". "Non c'è bisogno, va tutto bene". "Non va bene per un cazzo, vai!".
La tedesca si alza e comincia a correre. Rimango sola e chiudo gli occhi. Forse mi addormento. Ogni centimetro di carne sul mio volto pulsa e brucia.
Sento molte voci intorno a me. Voci che si mescolano come liquidi in una bottiglia. Vedo la bocca della coreana, è un inquietante cerchio spalancato. "Oddio, cosa ti è successo, oddio, è terribile!" Erez, un ragazzo del kibbutz, le sussurra proprio sopra il mio orecchio: "Non dirglielo, altrimenti si agita". Sento tutto. "Ah sì, scusa, sono ubriaca", la sento mormorare. "Sei bellissima, non ti preoccupare, hai un aspetto meraviglioso!", dice a voce alta. Se non mi facesse tutto così male le chiederei se mi sta prendendo per il culo. Ma non ci riesco. Mi devo accontentare di rivolgerle uno sguardo eloquente che lei non nota perché è troppo ubriaca.
Jonas mi pulisce il viso. Penso a Gesù Cristo mentre questo ragazzo ebreo, in Israele, mi sta asciugando il sangue dal viso con un panno. Mi verrebbe da ridere, se non fossi tanto preoccupata per l'aspetto che ho. "Mi resterà la cicatrice secondo voi?", chiedo. "Chiamate l'ambulanza!", grida qualcuno. "E' una maschera di sangue, cazzo".
Qualcuno mi prende in braccio e mi appoggia delicatamente su una barella. "Mi resterà la cicatrice secondo voi?" Nessuno mi risponde."La portiamo a Beer Sheva", dice qualcuno. "E' cosciente?" "Sono cosciente, porca puttana, ho chiesto se mi resterà la cicatrice". Per un attimo nessuno fiata. "Beh, almeno è cosciente". Odio che si parli di me in terza persona.
La tedesca mi accarezza la fronte e sussurra mentre l'ambulanza attraversa il deserto ad una velocità folle. "Va tutto bene, non ti preoccupare, la tua pressione sanguigna è perfetta, ti metteranno a posto loro, mi senti, vero?" "Sì, e sento pure il sangue e il dolore". "Non ci pensare".
Appena arriviamo all'ospedale di Beer Sheva la receptionist chiede se ho l'assicurazione. "Sì, ce l'ha". Il numero che mi ha fornito l'assicurazione però è sbagliato, e la tedesca anticipa 300 euro perché mi ricoverino. Mi fanno un'iniezione di anti-tetanica innanzitutto."E' sotto shock?", chiede un'infermiera alla tedesca. "Non sono sotto shock, madonna put...". "E' sotto shock", decide l'infermiera. Io decido di non parlare più.
Mi addormento. Quando mi sveglio vedo un soldato israeliano di fianco a me, con uno squarcio enorme che gli attraversa il viso. Davanti a me, un altro militare si lamenta mentre una donna lo accarezza. Vado in bagno e allo specchio vedo le ossa del mio setto nasale, sporche di sangue e con brandelli di pelle che penzolano attorno. Urlo. "E' sotto shock", decide un'altra infermiera, mentre mi raccomanda di non muovermi: mi sta incollando i brandelli di pelle e mettendo dei cerotti in faccia. Non mi muovo.
"Andrà tutto bene", dice la tedesca accarezzandomi le mani. Penso alla mia famiglia. "Mi resterà la cicatrice?" Se la cicatrice andrà via prima che io torni in Europa, non è il caso che dica loro cosa è successo: non voglio che si preoccupino. I pareri sono discordanti, alcuni dicono di sì, altri di no. "Non mi vorrà più nessuno con questo sfacelo in faccia, voglio morire", mi dispero, ancora ubriaca. Penso a tutti gli uomini con cui sono stata solo per una notte: è la sola forma di amore che mi ricordo e di questo amore ho bisogno. Mi alzo dalla brandina, ma mi riportano indietro con la forza. Mi mandano prima una guardia armata per distogliermi da altri eventuali tentativi di allontanamento, e poi la psichiatra dell'ospedale. "Prendiamo molto sul serio i propositi suicidi, qui in Israele", mi informa la psichiatra. "Ma perché dici che vuoi morire?"
Faccio fatica ad aprire la bocca, mi fa male tutto. Scrivo su un foglietto di carta. Mi mandano un infermiere dalla carnagione molto scura. Gli chiedo che lingue parla. Mi risponde che parla ebraico e arabo. Scrivo che l'arabo mi sembra una lingua molto dolce. Mi sorride. I suoi occhi sono caldi e pieni di empatia. "Non ha senso esistere", scrivo. "Devi assolutamente seguire una terapia regolare nel tuo paese", mi consiglia intanto la psichiatra. Chiudo gli occhi, decido di non parlare né scrivere più: mi sembra tutto inutile. Il sangue continua a bruciare sulla mia pelle, comincio a gonfiarmi. L'attesa è intollerante e infinita, eppure non mi resta che aspettare.

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