Arrival: prefazione a "Linguaggio Universale", un saggio di Louise Banks

E’ più simile alle immagini, ai geroglifici o agli ideogrammi della scrittura cinese. La lingua universale non era lontana da noi, viveva nelle sequenze dei numeri che regolano il mondo o nella trascrizione binaria, nelle strutture comuni ai corpi umani, animali, extraterrestri. E' una scrittura radicale, fatta di simboli e linee intersecate tra loro che seguono il principio primo del dialogo: la forma.
La prima volta che entrammo in contatto con lei, ci fu donata sulla superficie bidimensionale di un vetro che sembrava ingabbiare gli autori e che invece si trovava lì perché essi potessero comunicare, dipingervi sopra il nostro destino.
Era una lastra, una tela da pittore, il foglio di uno scrittore.
“Abbot e Costello, li soprannominavamo così…”,
 scrive l’autrice del romanzo, a cui questo scritto farà da prefazione, in merito agli eptapodi con cui entrarono in contatto lei e il Dr.Donnelly, “… due alieni che in altri paesi hanno chiamato Tom e Jerry, in caso ci fosse bisogno di una prova di come le radici di un popolo influenzino ogni aspetto della sua vita culturale”.
Abbot e Costello. Come i due comici.
Curioso. Curioso perché fu Abbot a comunicare a Louise del dono che aveva ricevuto. Quell’Abbot che era anche cognome del monaco inglese che scrisse "Flatlandia", la storia di un punto che compie un viaggio intra-dimensionale per raggiungere il mondo delle sfere, il mondo perfetto della conoscenza assoluta. Ma non ascoltatemi, si sa, queste sono solo fandonie da scrittori, dietrologie istintuali e spesso un po’ faziose.
Eppure c’è bisogno di interpreti, studiosi, scienziati della lingua e del segno. Perché la grafia, la grafica, l’estetica, le metafore visuali, tutte loro ci comunicano qualcosa su di noi e qualcosa su loro stesse, sul cerchio chiuso, il testo, la sequenza, la narrazione in cui sono inserite.
La lingua universale ha un unico grande ideogramma, un cerchio, simile all’essere parmenideo, che mantiene la sua struttura di base immutata ma che aggiunge differenti orpelli, articolazioni, escrescenze, e che rivela un unico grande significato, ovvero che tutti, anche se di forma diversa, siamo un’unica cosa.
E allora dovrà pur esistere, in un mondo dove iper-comunicazione e ignoranza delle strutture che la regolano sembrano andare di pari passo, un linguaggio dove tutte le differenze culturali possano essere valorizzate e al contempo concentrate e appiattite, dove la libertà d’interpretazione possa non essere confusa con il giudizio arbitrario, dove un singolo segno possa codificare tutte le lingue del mondo. Sì, e questa lingua è l’immagine. L’immagine che viene dipinta sul telo cinematografico.
Ma come per ogni lingua o linguaggio (musicale, letterario, matematico…) c’è bisogno di educazione alle sue fondamenta, ai suoi sintagmi, alle sue unità minime. C’è bisogno di qualcuno che questo linguaggio universale lo interpreti e lo diffonda, ma, soprattutto, c’è bisogno di qualcuno che questo linguaggio sia disposto a recepirlo, studiarlo ed amarlo. C’è bisogno del suo insegnamento nelle scuole, nelle università. C’è bisogno di parlarne dentro alle sale, fuori dalle sale, sul web. C’è bisogno di discutere sul linguaggio e le conseguenze delle sue interpretazioni, sempre, perché qualcuno sia pronto a far sì che i testi chiusi, un film circolare ad esempio, che inizia da dove finisce o finisce da dove inizia, possano aprirsi e diventare una struttura orizzontale, reticolare, capace di continuare a vivere ben al di fuori della sala cinematografica.
Quest’esperienza fantascientifica che è capitata al genere umano, questo incontro ravvicinato del terzo tipo è stato in grado di parlarci con forza della nostra umanità, di iniziare un viaggio cosmico e temporale che, come nelle riflessioni di Andrej Tarkovskj, non può far altro che terminare nell’uomo, nei meandri delle sue speranze e del suo dolore, nell’intimità delle sue emozioni più indicibili.
Tutto racchiuso nei segni.
Nell’atto di discensione degli alieni, calati dal cielo o da ben più in là, dall’alto verso il basso, poggiando non a terra ma poco sopra, su un immaginario cavalletto, esattamente come una telecamera che apre un film con una panoramica discendente, passando dal macrocosmo del cielo al microcosmo della nascita di una bambina.
Nella mano di una donna che sfiora prima quella della figlia e poi quella di un alieno.
In un’astronave a forma di guscio, portatrice di conoscenza come era il monolite di "2001: Odissea nello spazio" (il governo e l’esercito l’avevano infatti chiamata "The Shell", a suggerire che quell’astronave andasse aperta, forzata e interpretata per scoprirne il significato).
E infine un cerchio, secondo le testimonianze della signorina Banks almeno. Un cerchio con un polo iniziale e uno finale, non contigui, a lasciare un piccolo spazio – simile a quello che intercorre tra Dio e l’uomo ne "La Creazione di Adamo" di Michelangelo – per la parafrasi personale, ma chiaramente interconnessi in un significato univoco: tutto è collegato. L’esistenza si perpetua imperitura in un ciclo di vita e morte. Abbiamo bisogno l’uno dell’altro, della vicinanza tra uomo e uomo, ora e adesso, senza pensare a ciò che sarà in futuro.
Un messaggio universale proveniente dall’universo stesso, una comunicazione che riflette sulla necessità di comunicazione, due alieni che comunicano con due uomini (ma, come leggerete, dell’ex compagno la signorina Banks non vuole parlare). Centinaia e centinaia di cerchi chiusi, o meglio “semi – chiusi” di cui abbiamo avuto bisogno, e ne avremo sempre di più, per indagare fino in fondo la nostra essenza e, tra tremila anni, portare aiuto a chi ce l’ha chiesto.
Spero che quando arriverà il momento, tutti avremo seguito le parole di Louise Banks e imparato il linguaggio universale.

Godetevi il libro.

G.Z.

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