A film to remember: assenza e vendetta nel cinema sud coreano

Ci sono presenze intangibili, figure impaurite incapaci di mostrarsi al mondo in maniera chiara. Ci sono assenze che accompagnano la vita dell’individuo, plasmandone comportamenti e suggerendone azioni. Fantasmi leggiadri. Piume di speranza. Leggi inconsistenti. Passati incombenti e futuri precari.
Dall’inizio del XXI secolo, il cinema sud coreano si è fatto portavoce del marasma di una società vacua, ingiusta e classista, mettendo in scena delle piccole fiabe magiche, tanto sognanti quanto disperate. In pieno stile orientale i registi della nuova classe registica coreana hanno plasmato le modalità narrative odierne a propria immagine, creando numerosi fenomeni di culto. Il climax ascendente di un cinema nuovo, fresco, conclusosi con la dichiarazione d’amore (poco riuscita) di Spike Lee verso quel capolavoro tragico che è “Old Boy” di Park Chan-wook. Un esperimento fallito proprio a causa delle peculiarità tematiche insite nella pellicola, che poco si presta ad un “occidentalizzazione” di argomenti cari al mondo orientale come il senso di colpa, la distanza tra centro civilizzato e periferia o l’espiazione dal peccato.
Un peccato che vede la propria assoluzione tramite l’evasione, frutto di un prolungato processo di maturazione dei personaggi protagonisti, spesso animati da un desiderio di vendetta mai pago, vittima di una solitudine pressoché esistenziale e spesso causata da una struttura sociale cavillosa e opprimente.
Tale è per l’impiegato di “Castaway on the Moon” (2009), che nel tentativo di suicidarsi da un ponte si trova naufrago su un’ onirica isola deserta, così vicina alla società ma al contempo così distante da essa per l’incapacità di nuotare del protagonista. La solitudine stessa.
Ed è proprio il senso di solitudine, morale e fisico, che porterà la silenziosa co-protagonista di “Ferro 3” (2004), una donna remissiva e volutamente muta, a vivere un’avventura ai limiti del metafisico e dello spirituale con un angelico clochard, usurpatore di case momentaneamente abbandonate. La ragazza vedrà in questo rapporto la possibilità di emancipazione da un marito aggressivo, rappresentante di una borghesia cieca e animata da un’impotenza latente, mascherata unicamente dalla violenza fisica, unico strumento possibile per mantenere il dominio.
Ma se è vero che ad essere rappresentante sono spesso angherie, rancori e soprusi, a volte l’estraneazione del cinema coreano arriva ad assumere una vera e propria forma d’alienazione da stessi, come a ricordare allo spettatore del continuo scontro tra forze che delimitano la capacità dell’uomo di stare al mondo. In “A moment to remember” (2004), autentico capolavoro di Lee Jae-han, Chul-soo, in seguito al matrimonio con Su-jin, si trova ad affrontare una precoce sindrome di Alzheimer sviluppatasi nella ragazza, un morbo capace di cancellare ogni ricordo, forse persino l’amore. Con questo dramma agro-dolce il regista indaga la forza dei legami che uniscono gli individui, esacerbando le domande più nascoste e recondite sull’importanza del ricordo, il valore dell’identità e la riconciliazione con il proprio io.

E proprio con il termine “riconciliazione” sembra giusto chiudere questa piccola sinossi, perché, tra tutti i film citati, un capitolo a parte merita “La Trilogia della vendetta” di Park Chan-wook, tre film che, parlando di riconciliazione con il proprio passato e la propria natura, hanno creato uno dei casi cinematografici più apprezzati degli anni duemila.
Partendo con Mr.Vendetta (Sympathy for Mr.Vengance), e la desolata rappresentazione di una Corea in pieno degrado, dove i cittadini per far valere i propri diritti inalienabili vengono quasi condotti ad infrangere la legge, incapace di dispensare giustizia e rassicurare le classi meno abbienti. Passando per il sopracitato Old Boy (il quale ha portato Quentin Tarantino ad affermare “il film che avrei voluto dirigere io”) e la grottesca avventura di Oh Dae-su che, rapito e rinchiuso in una stanza per quindici anni, verrà condotto dal suo desiderio di rivalsa alla scoperta di una sconvolgente verità dai toni biblici, come a rappresentazione del peccato originale. Una trilogia registicamente e tematicamente sopraffina che si chiuderà con l’ironico e violento “Lady Vendetta”, del quale titoli di apertura già sono considerati “cult”; thriller al femminile disseminato di sequenze magistrali, da tempo in odore di remake, auspicabilmente rispettoso di un’ambientazione e di una psicologia culturale difficilmente trasferibili, che hanno fatto della nuova leva di registi sud coreani uno dei più affascinanti mondi cinematografici da scoprire.

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