I bambini perduti di Tankarpata, Peru

Tankarpata è un agglomerato di casette arruffato dalla polvere e dalla terra. Fa freddo a Tankarpata, il vento soffia e i granelli ci entrano nei polmoni, facendoci tossire per giorni interi. Si deve attraversare un piccolo ponte per arrivare a Tankarpata, sopra un fiumiciattolo che puzza talmente tanto che dobbiamo tapparci il naso e respirare con la bocca per decine e decine di metri. Sacchi della spazzatura e cartacce galleggiano ovunque, rovinando un panorama di montagna altrimenti incantevole. Ogni tanto incontriamo donne anziane per strada, che trasportano ceste pesanti, ci rivolgono sorrisi rugosi e sdentati e ci parlano in quechua.

I bambini del centro di Tankarpata, sia maschi che femmine, sono molto chiassosi. Comincio a pensare che la storia della differenza tra i due sessi sia una balla clamorosa, e che questa ne sia la più clamorosa smentita: qui le bambine si azzuffano come i maschietti, pisciano per strada e disobbediscono alle regole che cerchiamo di imporre. Jesus, il fondatore del centro, un ragazzo peruviano cresciuto per strada come i bambini che accogliamo qui ogni giorno, rifiuta di comprare troppi giocattoli: i bimbi li romperebbero subito, scagliandoli per terra e addosso ai loro compagni. Per le prime due ore cerchiamo di aiutare i bambini a fare i compiti di scuola, spesso senza successo. Molti di loro vengono al centro alle due del pomeriggio senza aver mangiato nulla dalla sera precedente. Sono nervosi, iperattivi e affaticati. A volte vengono persino con la febbre. Nella baraonda generale noto un bambino silenzioso, sui dieci anni, che siede in un angolo da solo leggendo un libro: i suoi genitori sono analfabeti, ma lui vuole diventare insegnante.

Il nostro primo giorno di volontariato una bambina di sei anni tira uno schiaffo a Masa. "Brutto cinese, vattene via!", gli grida in faccia. Masa resta impassibile. Una signora argentina che lavora con noi prende la bimba da parte. "Come ti sentiresti tu se ti dessero uno schiaffo e ti dicessero 'brutta peruviana, vattene via'? Non saresti triste?" La bimba ci pensa un attimo. Getta le braccia al collo di Masa e lo bacia su una guancia. "Scusa", gli sussurra, strofinandosi sul suo petto. Un'ora dopo gli tira un altro schiaffo.
Dopo un mese riusciamo a incontrare le madri dei bambini al centro, organizzando un mercatino dell'usato e una lezione di cucina giapponese tenuta da Masa, che è cuoco. Mi incaricano di intervistare le madri per capire cosa si aspettano dal centro e se hanno idee per migliorare il progetto. La maggior parte delle donne mantiene da sola una squadra di bambini piccoli e di anziani. Quelle che ancora hanno un uomo in casa sono spesso vittime di violenza domestica: il tasso di alcolismo a Tankarpata è molto alto. Una delle domande del questionario è: "Qual è stato il momento più felice della tua vita?" Alcune donne abbassano lo sguardo. "Non mi ricordo nessun momento felice nella mia vita". Quasi tutte però dicono che ballare fa provare loro qualcosa di simile alla felicità.

Durante la lezione di cucina, quando Masa prende un po' di tempo per riflettere ed esprimersi in una lingua straniera, alcune donne si spazientiscono: "Allora, cinese, ti muovi o no?" C'è uno scoppio di risa generale. Mi vengono in mente le parole del nostro coinquilino peruviano: i peruviani discriminano gli asiatici per una sorta di compensazione al loro complesso di inferiorità nei confronti dei bianchi, statunitensi ed europei. Masa mi guarda scoraggiato. Un bambino grida: "Mamma, ma lui non è cinese, è giapponese!". "E' la stessa cosa, sempre giallo è", ribatte la donna. Altro scoppio di risa.
Una delle cose che le madri ci chiedono è dedicare più tempo ai compiti e meno tempo alle attività educative. Vorrebbero che i figli andassero bene a scuola. Alcune vorrebbero che i figli diventassero insegnanti, perché loro non hanno potuto diventare insegnanti. Lo riferisco a Jesus, trionfante: ci siamo lamentati spesso del fatto che i bambini venissero invitati a partecipare alle attività educative senza aver finito i compiti. Jesus sospira. "Io mi sono laureato a Lima, ma sono un'eccezione", spiega. "Anzi, sono un miracolo. Questi bambini sono già tutti perduti, capisci?" "In che senso?" "Nel senso che se riusciamo a evitare che facciano una bruttissima fine prima di diventare adulti, siamo già stati bravi". Lo guardo senza capire. "Qua non siamo in Europa", continua Jesus. "Ci sono più di quaranta bambini per classe e i nostri programmi scolastici sono pessimi. Il nostro compito qui è educarli e dar loro esempi morali, in modo che stiano lontani dai guai per quanto possibile. La nostra è una funzione palliativa". Mi rifiuto di capire. "Non siamo qua per salvare nessuno. Toglitelo dalla testa: questi bambini che vedi qua sono quasi tutti perduti, già ora, già prima che nascessero. Perché sono nati qua. Noi vogliamo solo rendere la cosa il più indolore possibile. Questo sarebbe già un successo, per noi. Capisci adesso cosa siamo qua a fare, noi?".

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