Batman v Superman: ok, ma tutto il resto?

Esistono due diversi tipi di spettatore di cinecomics:
1) Il testosterone-sicker: lo spettatore che subordina le logiche narrative, di caratterizzazione dei personaggi, di fotografia e di ogni apparato tecnico proprio del mezzo cinematografico, al tono epico o non del prodotto.
Per questo tipo di spettatore nulla è mai troppo. Esplosioni. Battaglie. Battute sagaci. Evoluzioni acrobatiche impossibili. L’esaltazione del carattere del supereroe. Tutto deve essere esagerato, esasperato, riprodotto in maniera megalomane. Michael Bay, Zack Snyder, Nolan. Non fa differenza. L’importante è che in sala si respiri adrenalina.
2) Il testosterone-sicker-cinephile: uno spettatore che, si badi bene, non esclude le pulsioni primordiali e animali della prima tipologia, ma che, al contempo, ritiene fondamentale che il prodotto sia cinematograficamente alto.
Sequenze rapide. Ben montate. Un occhio al carachter design. Un tocco registico netto.
In merito, tra le sue opere preferite si citano: The Dark Kinight Trilogy, Watchmen, i primi due Spiderman di Sam Raimi (solo i primi due, rigorosamente).

E se la prima categoria si potrà dire soddisfatta dell’ultimo lavoro di Snyder, quel Batman v Superman che tanto era atteso, e che epicità non ha certo lesinato (si riveda la sequenza in cui il governo degli stati uniti lancia una bomba atomica contro Superman che sta combattendo nello spazio contro Doomsday), la categoria più cinefila potrà dirsi molto delusa al termine della lunghissima proiezione, che vedrà trenta minuti extra nella versione blueray.
Perché a livello tecnico, registico o di posizionamento del prodotto, c’è poco di cui essere felici e i punti deboli sono troppi:
1) Mai troppo dark per colpire veramente lo spettatore, e mai troppo leggero per invitare ad una fruizione soft (come la riuscitissima proposta di Guillermo del Toro con Pacific Rim), Batman vs Superman risulta stucchevole e farraginoso nella prima ora e un quarto, dove la tensione fatica a crescere e dove viene nuovamente ripresentata la genesi di Batman in chiave onirica della quale nessuno sentiva il bisogno.
2) Lo snocciolarsi della vicenda richiede troppe premesse, l’introduzione di troppi personaggi e la comparsa in gioco di numerosi temi, troppo alti, troppo importanti per un film di Snyder, nonostante qualche riflessione pseudo-filosofica sul concetto di onnipotenza e sulla legittimità delle azioni di Superman sia in grado di restare impressa nella mente dello spettatore. Operazione fin troppo facile dopo le elucubrazioni teologiche da bar apparse in The Avangers 2.
3) Il Lex Luthor di Jesse Eisenberg, sofferente per una malcelata sindrome da Joker, a causa della quale il dotatissimo attore del Queens offre una caratterizzazione eccessivamente calcata, accattivante in alcuni punti ma già vista nel complesso e mai veramente inquietante proprio per il suo essere troppo sopra le righe.
4) Il carachter design di Doomsday è anonimo, imponente solo in potenza.
5) Wonder Woman
6) Le inquadrature, le scene, o addirittura intere sequenze avevano un potenziale emotivo e visivo straordinario che non è stato minimamente sfiorato (Superman che si staglia nel cielo, la spada di kryptonite), ma qualunque trasposizione di Batman nel recente futuro dovrà confrontarsi con la magnificenza tecnica della trilogia di Nolan, e il confronto rischia di essere perennemente impietoso.
7) Le sequenze d’azione sono adrenaliniche solo a tratti e il design sensuale della bat-mobile non viene sfruttato quanto avrebbe dovuto.
8) Il 3D è utilizzato ingiustificatamente.
Insomma, le lacune sono tante e se il prodotto risulta nel totale migliore al primo Man of Steel, è per demeriti di quest’ultimo. L’unica nota veramente positiva sembra arrivare invece dalla costruzione del personaggio di Batman, dalla (criticata) scelta di un Ben Affleck maggiorato in ogni sua componente fisica e perfetto nei panni di un Bruce Wayne attempato e disilluso, alla riproposizione dell’armatura. Esplosiva. Mastodontica. Brutale.
Questo Batman ha il merito di distaccarsi quasi completamente da quello di Bale, cercando nuove trame, mettendo in luce diversi aspetti umani, in particolar modo la mai superata perdita dei genitori.
Ma in gioco non c’è solo un carachter, ma due, e il Superman di Henry Cavill viene completamente a mancare, immerso nei suoi muscoli e nella sua inespressività facciale, non solo nei panni del supereroe, ma anche nei panni di Clark Kent. Ma se le sue mancanze potrebbero essere dovute alla stessa origine del personaggio, impassibile, statuario, alieno, non si possono giustificare le mancanze di tutti i personaggi di contorno, per nulla incisivi e totalmente dimenticabili.
Amy Adams è algida come non mai. La sua Lois Lane irrita lo spettatore quasi fino a farlo sperare nella sua morte.
Jeremy Irons, ancora troppo avvenente per interpretare Alfred.
Diane Lane, madre adottiva di Clark, sullo schermo cinque minuti, giusto per essere salvata e lanciare una battutina in grande stile.
E in questo tripudio di personaggi accennati e mai approfonditi. Di concetti sussurrati e mai indagati. Di relazioni abbozzate e mai sviscerate, anche il cinema non libera mai il suo vero potenziale, inducendo lo spettatore a porsi una domanda fondamentale: Batman v Superman. Ok, ma tutto il resto?

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