Bella ciao: le donne che hanno salvato l'Italia

Domani nel nostro Paese ci saranno i festeggiamenti per il 25 aprile: data storica che segna la definitiva Liberazione dell'Italia dal nazifascismo. Seppur per alcuni, nel tempo, un evento così importante è stato purtroppo dimenticato, l'intera redazione di Nastorix ci tiene a celebrare l'importanza dell'anniversario della Liberazione anche e soprattutto alla luce dei recenti accadimenti politici e bellici nel Mondo.

Tuttavia, se per chi di voi avesse qualche lacuna storica basta riguardarsi la pagina Wikipedia per ricordare, oggi non voglio parlarvi della Liberazione in generale ma di una partecipazione essenziale, durata tutto il ventennio fascista: quella delle donne del regime e della Resistenza.
Sicuramente in molti ormai conosceranno le gesta compiute da moltissime donne italiane durante i 595 giorni di effettiva Resistenza (dall'Armistizio dell'8 settembre 1943 alla Liberazione il 25 aprile 1945 appunto), ma quello che mi preme sottolineare non è semplicemente il coraggio, la tenacia, la forza che queste donne hanno mostrato durante il periodo, ma specialmente i "retroscena" sociologici di un fenomeno, ancora forse poco conosciuto, di effettiva emancipazione della figura femminile in Italia.

Già poco dopo l'inizio della dittatura fascista, quindi negli anni '30, vi fu una sorta di retrocessione del ruolo della donna all'interno della struttura sociale italiana: se dopo la Prima guerra mondiale la situazione sembrava risolversi verso un maggiore riconoscimento della donna, Mussolini tentò fin da subito di escludere le donne da ogni attività extra familiare, riaffermando l'ideale della donna come "angelo del focolare". Il fascismo arrivò persino ad attuare una sorta di controllo delle nascite, cercando di estirpare quegli atteggiamenti volti all'affermazione dei propri interessi individuali che sottostavano alle richieste di autonomia ed eguaglianza da parte delle donne. Già da allora vi furono diversi moti reazionari di una parte consistente del mondo femminile, anche se purtroppo bloccati sul nascere dal regime stesso.
Nell'arco di un decennio però, la situazione femminile si rovesciò completamente: dal 1º settembre 1939 con l'entrata in guerra dell'Italia, e la relativa mobilitazione civile ed il richiamo alle armi di ragazzi e uomini, le donne dovettero velocemente iniziare a coprire due ruoli: il loro compito non era più semplicemente quello di badare ai figli ed alla casa, ma fabbriche, uffici pubblici e attività avevano iniziato improvvisamente ad aver bisogno di loro, della loro forza per portare avanti la guerra.

Le nostre bisnonne si rimboccarono le maniche, anche in seguito ai vari problemi sempre crescenti con le razioni di cibo e la mancanza di una economia vera e propria all'interno del Paese e fecero di tutto pur di portare avanti quello che, fino a poco tempo prima, era diviso tra loro e gli uomini di casa. Venendo da un periodo altamente repressivo, in una situazione sociale praticamente disastrosa, lasciate sole a gestire l'intera società, già dai primi anni '40 le donne, anche se in modo tacito, riuscirono a rovesciare in parte quello che era l'ideale fascista: nel tentativo di accrescere la forza economica della nazione e di mobilitare ogni risorsa disponibile, il fascismo finì, inevitabilmente, per promuovere quegli stessi cambiamenti di emancipazione che all'inizio cercava di evitare. Le donne si ritrovarono a conti fatti delle responsabilità ma anche dei poteri di cui non avevano mai potuto godere fino ad allora. E fu proprio con l'entrata in guerra dell'Italia che, molte donne che agli albori sostenevano il regime ed il Duce, furono le stesse che si rifiutarono, anche se non proprio apertamente all'inizio, di rispettare le norme sul razionamento dei beni di prima necessità, o di consegnare i figli alla leva, lottando per impedire la deportazione dei loro uomini nei campi di lavoro forzato in Germania.

In un certo senso, con l'entrata in guerra, la dittatura fascista finì per ridefinire radicalmente i confini tra pubblico e privato, modificando i rapporti tra intervento pubblico ed iniziativa individuale, tra impegno collettivo e vita privata. Come risposta, le donne cercarono nuove forme di espressione autonoma: in un primo momento le rivolte erano per lo più incentrate appunto sul razionamento dei beni. Un episodio simbolo e importantissimo avvenne a Parma nel 1941, quando la razione del pane venne ulteriormente diminuita vi fu un assalto, da parte di un piccolo gruppo di donne, ad un furgone della Barilla che trasportava il pane ed alcune centinaia di operaie uscirono dalle fabbriche e manifestarono nelle vie della città. Quella che in seguito prese il nome di "sciopero del pane" fu la prima vera azione femminile di risposta al regime, reazione per altro molto rischiosa poiché tra tutte le partecipanti molte rischiarono il posto di lavoro o l'arresto.

Quel che gravava mese dopo mese, oltre alle varie notizie negative dai vari fronti, era soprattutto il peggioramento repentino delle condizioni di vita domestica in Italia a rendere sempre più sentita la necessità femminile di agire per porre fine alle ostilità, senza contare l'inasprimento delle leggi razziali che per molte donne, a livello morale, non era assolutamente in linea con le prime azioni compiute dal Duce nel ventennio fascista.
Vi sembrerà banale ma è proprio grazie a questa libertà provvisoria ed obbligata che le donne italiane hanno iniziato finalmente a concepire in massa una coscienza sociale e specialmente di genere.

L'aumento di consapevolezza, la forza di reagire, il rifiuto in costante crescita del regime, l'unione che le donne hanno trovato con altre donne seppur differenti da loro per la prima volta nella storia hanno reso possibile quello che oggi chiamiamo "il ruolo delle donne nella Resistenza italiana".

Partiamo dalle azioni più semplici, come aprire le proprie case dopo l'armistizio a disertori, soldati, sfollati e trattarli come fossero di famiglia: dopo l'8 settembre l'azione delle donne prende la forma di un maternage di massa, esercitato nei confronti dei giovani vulnerabili e in quel momento bisognosi di cure che rimandano alla figura di donna come forte, materna e protettrice. Questo primo punto di azione di Resistenza è da un lato semplicemente esplicabile grazie alla predisposizione italiana delle donne dell'epoca di prendersi cura del prossimo, ma specialmente per via di una vera e propria rivoluzione del concetto di casa: con la Resistenza la "casa" non era più solo la dimora dove trascorrere il tempo con la famiglia, ma si era arricchita di un significato metaforico molto importante: la casa era ormai vista come insieme dei valori di quella società antifascista, come luogo sicuro e privato, dove poter liberamente agire finalmente seguendo la propria morale e non quella di partito.

Ovviamente le donne della Resistenza hanno fatto molto altro: con gli anni sono emersi sempre più racconti di veri e propri sabotaggi delle industrie belliche, come quello narrato da una operaia delle Officine Galileo, che si occupavano di materiale ottico utilizzato ai tempi anche per scopi bellici. Elsa Massani racconta che molte operaie avevano cucito tasche sotto le gonne, in cui nascondevano della polvere per pulire le lenti ed in seguito la inserivano nei macchinari bellici ad olio per sabotarli prima che venissero spostati verso il nord d'Italia. Oltre ai sabotaggi, moltissimi sono i casi segnalati di scioperi del personale femminile (per citarne uno: le dipendenti della Philips scioperarono coraggiosamente tra il 1 e il 5 marzo del 1944, sfidando la furia e le armi degli occupanti tedeschi).

Salendo velocemente nella storia di queste donne coraggiose abbiamo poi le staffette e le donne membri della Resistenza armata vera e propria. Se le prime, con sangue freddo, si occupavano, durante il periodo della Repubblica Sociale Italiana al nord, di azioni disparate come portare armi, medicine, attrezzature, viveri, notizie e messaggi delle famiglie tra le varie brigate partigiane, le seconde sono partite senza esitazione verso le roccaforti partigiane in montagna, intervenendo più volte anche nei conflitti armati.
In totale, secondo i dati forniti dall’ANPI, l’Associazione Nazionale dei Partigiani Italiani, furono 35.000 le “partigiane combattenti” e circa 2 milioni le donne più o meno direttamente coinvolte nella lotta partigiana. Ventimila invece le patriote, con funzioni di supporto, e 70.000 le donne appartenenti ai Gruppi di Difesa, nati già prima della Resistenza ma ufficializzati nel 1943.

Tornando a "domani", al 25 aprile 1945, poche donne in realtà all'epoca presero parte alle parate per la Liberazione, la società italiana, nonostante i loro sforzi decennali, non era ancora pronta per una simile rivoluzione sociale: c'era, anche all'interno degli stessi gruppi, la paura della visibilità delle donne a rischio di giudizio di un comportamento morale discutibile. Forse proprio per questo il nostro Paese non sempre ha dato il giusto valore a tutte quelle donne che hanno, in fin dei conti, salvato il Nostro Paese tanto quanto gli uomini in battaglia. 

Mi piacerebbe davvero poter ringraziare tutte queste donne che hanno cambiato non solo l'Italia ma anche il nostro ruolo sociale in modo netto: ma è impossibile citare e reperire i nomi di tutte.
Il messaggio che vorrei lanciare a loro, alle loro figlie, nipoti, ma a voi donne tutte: che in questo periodo buio ci siano d'esempio per il loro spirito d'iniziativa e di rivolta, per le loro cure per i più deboli senza aver nulla in cambio, per il loro coraggio, per far valere i propri ideali anche a rischio della morte.

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