“Belli di papà”

In questa divertente commedia di Guido Chiesa, Diego Abatantuono veste i panni di un imprenditore lombardo, ricco, vedovo, con tre figli poco più che maggiorenni, i quali rappresentano per lui un vero ed autentico cruccio. I tre, infatti, sono viziatissimi, immaturi, lontani anni luce da qualsiasi responsabilità ed incapaci di costruirsi qualcosa di concreto per il futuro. Preoccupato e stanco di questa situazione, nel tentativo di dare un vero senso alla loro vita, il padre finge un crack finanziario e la necessità di una fuga per evitare l’arresto con l’accusa di bancarotta fraudolenta. Così, giunti a Taranto come veri latitanti, si rifugiano nella vecchia, fatiscente e disabitata casa dei nonni paterni. Qui i ragazzi devono, sia adattarsi a vivere in incognito, per non rischiare di essere individuati, sia trovarsi un lavoro, credendo di non avere più liquidità a disposizione. La Puglia, però, non è la Lombardia e la bella vita sembra essere davvero finita!

In un’epoca in cui si è parlato spesso di “bamboccioni”, forse anche a sproposito, è piacevole assistere ad un film italiano che offre cento minuti di freschezza, risate e - perché no? - piacevolezza su tale tema. Il punto di forza della pellicola risiede nel cast: Abatantuono, in primis, rende credibile un personaggio sarcastico, con qualche venatura malinconica, senza l’errore di cadere nella macchietta o in facili stereotipi; bravi Andrea Pisani, Matilde Gioli e l’esordiente Francesco Di Raimondo nei ruoli dei figli, i quali risultano spontanei, freschi e privi di forzature; Antonio Catania si dimostra ancora una volta un interprete in grado, anche se con poche scene, di dare spessore ad un film; infine, merita una segnalazione il debutto sul grande schermo di Francesco Facchinetti: il cinismo e la faccia tosta del fidanzato parassita e mascalzone della figlia sono espressi senza eccessi caricaturali.

Belli di papàha vinto il box-office del primo week-end di programmazione. Il risultato non sorprende, perché la piacevolezza del racconto permette di affrontare, senza pesantezze, temi importanti come il rapporto padri-figli, la superficialità della società contemporanea, l’assenza del senso del dovere e della solidarietà tra le persone. Se la sceneggiatura è divertente e briosa, la regia non è perfetta. Guido Chiesa, infatti, dirige per la prima volta una commedia: dopo film importanti come “Il Caso Martello” (1992), “Il partigiano Johnny” (2000), “Lavorare con lentezza” (2004), “Io sono con te” (2010), regala al pubblico un film privo di volgarità e perfettamente calato nella realtà della nostra Italia. I tarantini, però, sembrano delineati con la matita dei luoghi comuni, il clima goliardico e complice tra padre e figli durante le cene risulta troppo improvviso per apparire autentico e spontaneo.

Consigliato a: chi vuole ridere o sorridere sulla quotidianità nostrana, senza quel finale graffiante (tipico della commedia all’italiana degli anni 60-70) che faccia davvero riflettere. Voto: 6,5.

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