“Ben-Hur”

Mi ero ripromeso di trattare un film decisamente migliore questa settimana, ma alcuni eventi mi hanno purtroppo impedito di tornare al cinema. Pertanto, beccatevi questa recensione nello stesso modo in cui io ne ho subìto la visione…

La quinta trasposizione cinematografica del romanzo di Lew WallaceBen Hur: a tale of the Christ” non lascerà di certo alcun segno di sé alle future generazioni; al contrario della pellicola del 1959, diretta da William Wyler, interpretata da Charlton Heston e vincitrice di undici Premi Oscar (record rimasto ineguagliato fino al 1997, anno del “Titanic” di James Cameron). Se questa, infatti, rappresenta al meglio le produzioni americane degli anni 50-60 di carattere epico-storico-religioso, il film del regista kazako Timur Bekmambetov non rappresenta niente e nulla: nemmeno in termini di blockbuster o di rivisitazione storica. Non a caso i risultati economici risultano deludenti (una produzione pari a 100 milioni di dollari contro un incasso di 27 milioni), così come quelli estetici. In un’epoca in cui il mondo occidentale si trova a dover combattere contro estremismi religiosi ed eserciti paramilitari, tentare di modernizzare la vicenda trasformando gli Zeloti in gruppi di fanatici non sembra il modo migliore per rendere avvincente l’intera storia. Se a questo si aggiungono interpretazioni completamente scialbe ed una totale assenza di tensione, potete arrivare a comprendere come la durata di due ore possa persino apparire eccessiva.

In Giudea, sotto il governo dell'imperatore Tiberio, il principe giudeo Giuda Ben-Hur (Jack Huston) vive la sua quotidianità mantenendosi autonomo da Roma e lontano dai ribelli Zeloti. Quando Mesala (Toby Kebbell), suo fratello adottivo e romano, ritorna a Gerusalemme perché sia garantita sicurezza al neo governatore Ponzio Pilato, la situazione precipita e l’affetto degli anni giovanili trascorsi insieme viene cancellato in un solo colpo. A causa di una incauta coincidenza Ben-Hur è accusato di cospirazione e Messala non interviene per salvarlo: anzi, non impedisce, né che la famiglia del principe sia condannata a morte, né che Ben-Hur sia mandato a remare incatenato in una galea. Solo il desiderio di vendetta alimenta in quest'ultimo la voglia di vivere, che gli permette di superare indenne le guerre navali ed i cinque anni di schiavitù. Lo scontro finale tra i due fratelli avviene nel circo di Gerusalemme grazie ad una corsa delle bighe che da sola avrebbe dovuto tenere in piedi tutto il film: al contrario, purtroppo, non contribuisce a sollevare il pubblico dalla noia generale.

Nel 1959 la famosissima corsa delle bighe ha fatto epoca e, sebbene non sia (?) fortemente attrattiva nei confronti dei giovani d’oggi, costituisce un punto fermo nella storia del cinema hollywoodiano sul Tevere; l’ausilio della computer grafica e degli effetti speciali aveva illuso molti spettatori, con almeno qualche capello grigio, in una pathos nuovo e pure eccessivo. Girare di nuovo a Cinecittà non è stato sufficiente a migliorare un prodotto mediocre; da questa operazione non salvo nemmeno Morgan Freeman e, con umiltà, mi permetto di suggerire per le prossime produzioni l’inserimento nel cast tecnico di un supervisore storico: si eviterebbero molti particolari cialtroneschi.

Consigliato: agli amanti del 3D, soprattutto perché gli occhialini possono forse nascondere l’eventuale assopimento dello spettatore. Voto: 4.

Leave a reply

*