Blue whale: nel ventre della balena

Sicuramente la maggior parte di voi negli ultimi giorni ha sentito parlare di un fenomeno, definito Blue Whale Challenge. Un "gioco" tra adolescenti, nato in Russia e diffuso negli ultimi mesi anche in Europa, che avrebbe portato al suicidio oltre 150 ragazzi. Quello che va sottolineato però, prima di cercare di far chiarezza sul fenomeno, è che il topic "Blue Whale" non solo è noto da molto più tempo a chi è un assiduo frequentatore del web ma che, soprattutto,  per ora l’unica cosa certa è che la stampa – soprattutto italiana – non è riuscita a riportare correttamente le notizie in merito. In questi termini lo scopo di questo articolo non è capire se si tratti di una fake news, quanto cercare di mettere in ordine ciò che sappiamo con certezza, trattandosi di una tematica delicata e poco comprensibile dalla massa, cercando di allontanarsi il più possibile dalla disinformazione.

Partiamo dunque da quello che è stato identificato come luogo di origine della Blue Whale Challenge: la Russia. Ciò che sappiamo è che, seppur inizialmente poco utilizzato, l'hashtag #Морекито che si lega al fenomeno, inizia a comparire online con la diffusione di un video a fine 2015 che commemora il suicidio di Rina Palenkova, una teenager che pare abbia seguito passo dopo passo la "sfida dei 50 giorni" fino alla sua morte, il 27 novembre 2015. Un altro dato certo a nostra disposizione è il tasso di suicidi in Russia: ogni anno in media su 100 mila abitanti se ne suicidano 19,5 (calcolate che gli abitanti totali del Paese sono 144,1 milioni). Passando al dato specifico secondo un report dell’Unicef del 2011, la Russia sarebbe il terzo paese al mondo per tasso di suicidi giovanili, con una percentuale più di tre volte superiore alla media mondiale. Ogni anno centinaia di adolescenti si tolgono la vita, e il governo russo segnala circa 720 decessi durante il 2016. C'è da specificare però che, secondo le statistiche ufficiali, nella maggior parte dei casi i gesti estremi sono riconducibili a problemi familiari, economici e mentali, situazioni spesso aggravate dall’abuso di alcool e droga. Soltanto lo 0,6% di questi suicidi sarebbe invece collegato a internet e al mondo dei social media.
Quello che però non torna è la percentuale di aumento del +13% di casi di suicidio nel 2016, riferita dal Ministero della Pubblica Istruzione russo. In tutto questo si devono incastrare i 130 casi di suicidi tra il 2015 ed il 2016 riconducibili alla Blue Whale Challenge: dall'ipotetica comparsa sul social network russo VKontakte, considerato dal quotidiano Novaya Gazeta il primo vero mezzo di diffusione di massa del "gioco della morte" attraverso dei gruppi.
Ci troviamo di fronte quindi a dei dati, seppur preoccupanti, che non combaciano: uno diffuso dall'Unicef, l'altro dal governo russo, l'ultimo da una fonte ufficiosa come Novaya Gazeta.
Quel che è certo però è che la qualità della vita di molti adolescenti russi non sembra essere entro la soglia di "accettabilità". 

Viene tuttavia spontaneo chiedersi come la Blue Whale Challenge sia arrivata così in fretta anche nei Paesi occidentali, che registrano valori di disagio giovanile molto più bassi rispetto a quelli russi. Già dal 22 maggio 2016, una rete inglese ha infatti messo in luce una sorta di tam tam con varie informazioni in merito alla "sfida" ed ai suoi 50 passaggi all'interno di gruppi segreti dedicati al suicidio su Facebook e della comparsa di hashtag su altri social network. La questione, portata sotto i riflettori da Le Iene lo scorso 14 maggio, è in realtà monitorata da specialisti in Italia (come il giornale online The Submarine, che ha iniziato a muovere indagini nel darknet) dall'inizio del 2016.

Il punto di reale interesse di queste indagini tuttavia non sembra focalizzarsi sulla Blue Whale Challenge in particolare, ma su due altri fattori specifici, in primis i luoghi virtuali di aggregazione per adolescenti e non con predisposizione all'autolesionismo, ed alla depressione. Ancor prima del 2015 su Tumblr, Reddit, 4chan e in molti blog e forum non moderati spopolavano immagini, video e discussioni riguardanti autolesionismo, violenza e suicidio. Anche su Facebook moltissimi gruppi privati si "dedicano" al tema, e lo stesso vale per i post su Instagram e i video su YouTube, seppur questi siano luoghi già da tempo controllati e che applicano una forte censura dei contenuti ritenuti non idonei.
Nell'insieme queste realtà comprendono adulti, ma anche milioni di adolescenti ancora in piena fase di formazione della personalità. Ragazzi che hanno quindi un "se" in costruzione, ma moltissimi con tendenze depressive, bassa autostima, problemi con le figure genitoriali, fragilità ed insicurezza, una situazione di emarginazione o bullismo. Ragazzi a cui servono delle figure di riferimento e che quindi hanno maggiori probabilità di entrare in contatto con persone con gli stessi problemi, in modo da essere “visti” e capiti, anche se solo online, da qualcuno. Si genera dunque, sia tra di loro facendo gruppo di supporto negativo, sia sotto la manipolazione di adulti, una sottocultura che li distrugge ma al contempo li accetta per come sono e li gratifica.
Sul ruolo degli adulti nella Blue Whale Challenge, sugli ideatori (tra cui l'ipotetico creatore della challenge, Philipp Budeikin, indagato ma non arrestato, al contrario di ciò che leggiamo sulla stampa nazionale) è intervenuto anche Anonymous prima diffondendo un video, e poi dichiarando di aver intercettato alcune delle figure legate al fenomeno.

Quel che però resta è che questi gruppi si sono diffusi senza controllo, come accade per molti trend del web, ben prima di attirare l'attenzione generale. Il fenomeno quindi si è generato dal basso, diventando mainstream soltanto nel momento in cui i mass media hanno iniziato a parlarne. 
Questa apertura ha generato non soltanto una attenzione spropositata al fenomeno, ma anche il rischio che a breve avvenga il cosiddetto effetto Werther tra altri giovanissimi.
Consultando Google Trends, vediamo che in Italia la ricerca di "Blue Whale" sul motore di ricerca ha avuto un'impennata dal 14 al 16 maggio, e che le ricerche correlate sono relative a "come si gioca", "regole Blue Whale", "suicidio Blue Whale"; mentre gli altri stati europei, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti anticipano alla seconda metà del 2016, pur mantenendo le query associate identiche. L'importanza che assumono in questo caso le query di ricerca è spaventosa rapportata all'effetto Werther. Lo stesso Giovanni Ziccardi, professore di Informatica giuridica all'Università degli Studi di Milano, che da anni si occupa di suicidio correlato al web, seppur mettendo in dubbio sia le regole che l'esistenza di una vera e propria Challenge, dichiara che il mondo online è come un megafono: "online un episodio viene amplificato, la sua forza si centuplica [...] non si cancella [...] aggrega, tutti se ne interessano, dicono la loro ritrovandosi e sentendosi affini" portando così, nel caso specifico della Blue Whale Challenge, ad un fattore di rischio emulativo molto elevato, fomentato sia dal mondo online che dai mass media stessi. Il tutto, in quella grande confusione di cui si parlava all'inizio, che non fornisce all'individuo dei dettagli specifici sui quali basare le proprie certezze ed eventualmente le proprie valutazioni.
Su questa affermazione possiamo portare due esempi. In primis, nel 2013 il caso del knockout game” un gioco violento che spingeva gli utenti a picchiare degli sconosciuti per strada senza ragione, ma a cui negli Stati Uniti (paese d'origine) non è mai stata data una effettiva dimensione reale o di leggenda metropolitana. E, più recentemente, con il teen-drama firmato Netflix "TH1RTEEN R3ASONS WHY", acclamato dalla critica ma demonizzato dagli specialisti per casi di emulazione sospetti: potrebbe infatti ispirare gli adolescenti a immaginare cosa potrebbe accadere dopo la loro morte, fino al punto di idealizzare una notorietà ed una fama di cui non godono nell'immediato.

Tirando le somme, come anticipato, non sta a noi definire in questo groviglio di informazioni se la Blue Whale Challenge sia effettivamente un gioco che ha portato alla morte molti adolescenti. Quello che sappiamo però, e di cui vi abbiamo già parlato nell'articolo sugli hikikomori, è che sono le famiglie, le scuole, le istituzioni le prime ad avere una sorta di obbligo morale ma anche legale verso chi è debole, chi è emarginato, chi vive l'adolescenza come un periodo veramente turbolento. E purtroppo, finché resterà tutto nelle mani dei giornalisti e non verranno attuate delle vere e proprie misure di sicurezza giovanile a livello governativo, per questo nostro mondo che cambia così velocemente, poco servirà far luce su un fatto di presunta cronaca nera, se non per banale audience e speculazione.


Illustrazione di Anna Parini/TED 

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