Il bordello di Kuala Lumpur

"Non andate lì, quello non è un ostello. Quello è un bordello, non ci andate", esclamò un cinese di mezza età quando il mio amico coreano tornò da me, che lo aspettavo seduta su un marciapiede con i nostri zaini. Aveva appena prenotato una stanza nel bordello in questione. "Sì, va bene", risposi al cinese, accondiscendente. Mentre aspettavo il mio amico, aveva cercato di pubblicizzare un altro ostello ed ero convinta che mentisse. "Non andiamo lì, adesso però abbiamo fretta, ciao". Il cinese fece un gesto che voleva esprimere una disperata impotenza, ci guardò con tristezza e andò via.

Arrivammo all'ostello, pagammo e ci accompagnarono nella nostra stanza: un modesto rettangolo di legno al nono piano di un alto palazzo di periferia, non troppo lontano però dal centro di Kuala Lumpur. C'era solo un ascensore, che funzionava dalle ore 6 alle 23, e nessuna uscita di sicurezza. "Se scoppia un incendio di notte qua siamo tutti fritti. Letteralmente", fu il mio primo commento, quasi serio e quasi scherzoso.

Alla reception c'erano uomini cinesi dai cinquanta ai sessant'anni che guardavano il mio amico coreano con malcelata ostilità e me con lascivo interesse. Rispondevamo con diplomazia ai loro sguardi ambigui e ci fingevamo interessati all'altarino cinese con le offerte di cibo che troneggiava in un timido angolo accanto al bancone. Era strano quell'ostello: non incontrammo altri viaggiatori, forse anche perché non c'erano locali comuni in cui socializzare e conversare.

Una sera, dopo aver visitato a lungo Kuala Lumpur e fatto una doccia, incontrai una giovane donna indiana all'ingresso del bagno comune. Era completamente nuda dalla cintola in giù e mi fissava con disprezzo, come se fossi stata io ad avere i genitali scoperti. Quando uscii, vidi un uomo indiano chudere la porta di una delle stanze con evidente soddisfazione e allungare una manciata di banconote ai cinesi in reception prima di andarsene. La donna sgusciò fuori dall'appartamento subito dopo di lui. Un cinese si affrettò nella camera che l'indiano aveva appena lasciato per cambiare le lenzuola. Capii immediatamente cosa ci facessero tutte quelle ragazze indiane sempre fuori dal palazzo in un curioso stato di indolente e annoiata attesa.

Una notte, dei pugni violenti alla porta della nostra stanzetta di legno ci svegliarono di soprassalto. Una scarmigliata signora sui sessant'anni sbraitava in una lingua a me sconosciuta. "I'm sorry, I don't understand you", dissi in tono pacato, più incuriosita che irritata. Altre porte si erano aperte, alcune teste arruffate si erano affacciate, e credo che fu quella l'unica volta in cui intravvidi altri viaggiatori occidentali in quella struttura. "Money, your boss... where your boss? Me need money, your boss no pay me!", urlò la donna. "He's not my fucking boss. I don't work here", risposi senza perdere la mia compostezza, chiudendo signorilmente la porta in faccia alla nostra visitatrice, che a quanto pare riuscì a trovare quello che lei pensava fosse il mio magnaccia, perché presto alle sue grida si aggiunsero quelle di uno dei cinesi.

Lasciammo Kuala Lumpur definitivamente, però, solo dopo che una notte, mentre sonnecchiavamo sul divano della reception per sfuggire alle punture degli insetti che affollavano la nostra camera, fummo svegliati da uno strano convoglio: due uomini indiani e un giovane europeo molto alto, che dall'accento poteva essere francese, con una bambina bionda per mano. "I paid you for that...for that thing already", disse il francese ad uno dei cinesi, che si era silenziosamente materializzato davanti a noi. Vidi il cinese indicarci con un cenno del capo quasi impercettibile, come ad ammonire il francese. "Ok, bye", disse allora il francese. Erano le due o le tre di notte, ma il cinese avviò l'ascensore e i tre uomini e la bambina furono inghiottiti da quella sferragliante scatola mobile, il cui rumore era sgradevolmente amplificato dal silenzio circostante. "Fai finta di niente, fai finta di dormire", sussurrai al mio amico prima che tornasse il cinese. "Domani ce ne andiamo da questo bordello". "Puoi scommetterci", sospirò lui senza aprire gli occhi.

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