Breaking Heaven: Di quando Walter White incontrò Dio

ATTENZIONE: L’articolo che segue, col relativo linguaggio, è liberamente ispirato allo stile del personaggio, ricalcandone espressioni gergali e modi di fare. Mi è quindi d’obbligo precisare che nè i contenuti, nè lo stile vogliono essere offensivi nei confronti di nessuno.

L’ho fatto perché ne avevo bisogno. E mi è piaciuto.
Puoi anche non aprire i cancelli, io intanto ho bussato. Hai capito? Ho bussato io. Io. Nessun’altro.
Non Skyler. Non Hank. Io.
Cosa pensi di fare? Mi vuoi giudicare? Non vuoi aprire? La scelta è tua. Io aspetto.
Aspetto qui. E tu con me.
L’ho fatto per me. Lo sai tu. Lo sanno tutti.
La vita è così dannatamente frustrante a volte, sai? Hai fatto un cazzo di casino, sappilo. Dov’è Mike quando serve, è?
La vita è frustrante, non so se puoi capirlo. E quando ti trovi di fronte alla morte pensi di non aver lasciato nulla. Nessun segno del tuo passaggio. Nessun’azione, non importa se buona o cattiva. Nulla. E allora, forse…
Non era solo una questione di soldi. Non lo è mai stata.
La questione è non morire a mani basse. La questione è non lasciarsi andare. La questione è lottare. Lasciare qualcosa per i tuoi figli. Non importa dove. Non importa come.
La questione è avere una scadenza. La questione è correre. Terminare prima che il tempo termini te.
La questione sono “i modelli”, gli esempi. Belle facce pulite. Paladini della giustizia. Istituzioni. Fast-food.
Ti è mai venuto in mente che qualsiasi cosa tu conosca possa essere corrotta senza che tu te ne accorga? La scuola. Gli auto lavaggi. Il tuo vicino di casa. Qualsiasi cosa sotto la coltre.
Un cancro. Un cancro che lentamente si espande. Non importa quante persone si sforzeranno per salvarti. Quanto la tua piccola tragedia colpisca la società nel profondo, per qualche secondo, almeno. Non importa quante volte lo combatterai, quante volte lo sconfiggerai. Sei destinato a perdere.
Cos’è quello che ti resta da fare quindi, se non vivere il tempo che ti rimane in modo che il tuo nome viva oltre il tempo stesso? Costruendo. Creando. Non importa come. Non importa dove. L’orologio ticchetta. E lo fa dalla nascita. Avere il cancro ai polmoni… beh… avere il cancro ai polmoni vuol semplicemente dire “sapere” quando smetterà di ticchettare.
La questione è lasciare il proprio nome. Lasciarlo riecheggiare nei secoli. Creare il mito. Creare la leggenda.
Ora dillo. Dillo!
Dì il mio nome.
Vedo che la fama mi precede anche qui.
No. Non è “White”. Di bianco non c’è assolutamente nulla in quello che ho fatto. Niente di pulito.
Dì il mio nome.
“Heisenberg”. Questo è il mio nome.
A volte le cose non vengono chiamate col proprio nome. Eppure i nomi non rappresentano la realtà.
E la realtà è polvere. La realtà è deserto. La realtà è fango. E’ vomito. E’ sangue dai polmoni. E non importano le reali intenzioni delle tue azioni. Non importano le tue motivazioni o l’amore che provi. Quello che resta è il dolore. La sofferenza. L’errore e la menzogna.
Le parole sono false. Ipocrite. La memoria. Il ricordo. La commemorazione. Tutto va avanti. E di quel che è stato non resterà che un'eco. Un'eco del quale non importa più niente a nessuno.
Un aereo si è schiantato sopra casa mia. Il pilota ha deciso di suicidarsi con a bordo centinaia di persone. Lo conoscevo. L’ho incontrato la sera precedente in un bar... una storia curiosa. Sa che è successo? Qualche lacrima. Qualche giorno di cordoglio. E ora? Ora sono io il male. Il nuovo nemico pubblico numero uno.
C’è sempre un’altra tragedia. Sempre.
Ci si sente così soli a volte. Così abbandonati. Così traditi e feriti. Così annoiati. Annoiati da tutto. Annoiati persino dal dolore. Così annoiati che le situazioni possono sfuggire di mano. Allora anche la morte può arrivare ad essere uno slancio vitale… una scultura in sottrazione. Un gioco di velocità. Ma una volta che hai lanciato la prima tessera del domino, non puoi più fermare il gioco. E allora cosa fai? Giochi. E una volta che hai smesso di giocare, il gioco continua.
Io ho giocato. E ho cercato, per una volta, di non sottostare alle tue regole, alle tue stronzate, alle nostre stronzate. Alla boria. Ho creato il mio mondo. La mia chimica. Il mio campo. Il campo dove ero il migliore. Dove lo sono anche adesso.
“Blue-meth”. Lo so. Lo so che ne hai sentito parlare. Immagino tu l’abbia provata. Non ne avevo dubbi.
E’ la mia creatura. Il mio capolavoro. Ero il migliore. Sono il migliore. E senti come è gratificante dirlo. Com’è gratificante dopo anni in cui hai visto ricchi impomatati passarti davanti e impossessarsi della tua società. Com’è gratificante dopo i successi lavorativi di tuo cognato e i tuoi fallimenti da professore. Com’è gratificante dopo aver messo al mondo un ragazzo disabile. Com’è gratificante, per una volta, essere il vertice della piramide.
O io o niente.
Com’è gratificante essere l’artista.
Arriva un momento nella vita in cui ti chiedi cos’ha veramente valore. Per cosa vale veramente lottare. Per gli amici. Per la famiglia. Ma chi è veramente amico? Quali gli amici e quali i contatti? Chi è amico quando devi rendere conto delle tue azioni a qualcuno? Ed esiste mai un momento in cui tu non debba rendere conto di qualcosa a qualcuno? In cui puoi non coprirti di menzogne per giustificare le tue azioni?
No. Non esiste.
Guarda Gus. Sì. Gus Fring. Preciso. Metodico. Impeccabile. Un uomo che non potrebbe mai macchiarsi di sangue alcuno… in grado di invitarti a cena, non come dipendente, ma come amico… e poi… poi gli interessi vengono prima dell’umanità…poi la legge, qualsiasi tipo di legge sia, risulta più importante. Sempre più importante…c’è un occhio che ci guarda…non so se è il tuo.
Forse avevo un amico. Jesse. Jesse Pinkman. E non importa quante volte ci siamo minacciati di morte. Non importa quante volte io abbia provato a manipolarlo e lui ad uccidermi. Quanti sputi e quanta rabbia ci siamo lanciati. Sapevo che c’era qualcosa tra di noi. Qualcosa che l’inerzia mi ha portato a perdere.
Posso accendermi una sigaretta? Già sono morto tanto.
Vedi. L’unica certezza è la famiglia. L’unica. Non gli amici. Non il lavoro La famiglia.
Skyler è famiglia. Anche quando mi ha tradito.
Mio figlio è famiglia. Anche quando mi ha minacciato.
Hank è famiglia. Anche quando è stato ammazzato a causa mia.
E io giuro. Le giuro che la famiglia l’ho difesa fino alla fine, in ogni momento.
Lo so, è vero. Anche lei ha un grande senso della famiglia. Mi capisce. Non deve essere facile. Essere sia padre, sia figlio. E dover rendere conto sempre a sé stesso.
Sono un uomo. Ero un uomo, semplice. E non ho chiesto nient’altro di quello che qualsiasi altro uomo avrebbe potuto chiedere. Sicurezza per la mia famiglia. Un futuro per i miei figli. Un minimo di gloria. Una scintilla. Niente di più. E sappia, si ricordi sempre, che mai, mai avrei accettato di andarmene prima di sapere se i miei figli sarebbero stati sempre al sicuro.
Nonostante tutto.
E tutto ciò cade, si assoggetta, si inginocchia al bisogno di un uomo.
Perché la verità è che l’ho fatto per me. Per sopravvivere. Per vivere.
Come? Sì, ne ho un po’ qui con me. Saranno quattro/cinque grammi.
Allora posso entrare? Bene. E’ il caso che le tolga questa pistola dalla tempia.

Questo posto mi piace, davvero. Tutto così bianco.
Dove mi porta adesso?
Di quale laboratorio sta’ parlando, scusi…?

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