Brisbane, a casa di un vecchio pusher

Tom è un sudafricano mulatto di una magrezza insana, i suoi occhi lenti ed acquosi sembrano due luci fioche ovattate in una specie di vapore. Si muove e parla con altrettanta lentezza, ma è socievole e i suoi movimenti pacati mi ispirano tranquillità. Una sera lo seguo in un pub di Brisbane, dove conosco il suo capo, un inglese biondissimo che sembra sempre assorto nei suoi pensieri, e un gigantesco tedesco mulatto che ride sempre di gusto, come se la vita intera lo divertisse enormemente. "Andiamo un po' da John", propone dopo un paio di birre l'inglese. "Ho proprio voglia di una fumatina come dico io".
Camminiamo a lungo, forse mezz'ora. Arriviamo in una zona che non conosco, dove le case sono piccole, vecchie e scrostate. L'inglese ci conduce deciso  verso una di queste abitazioni e dopo aver salito una rampa di scale suoniamo alla porta. Sentiamo lenti passi strascicati da vecchio, la porta viene socchiusa e vediamo un occhio nerissimo, una lunga barba brizzolata, una guancia cadente dalla carnagione scurissima, da africano. "Brutti figli di puttana", ci saluta l'uomo aprendo la porta. "Dite almeno chi siete. Pensavo che fossero di nuovo i dannati sbirri, maledizione".
La stanza in cui ci conduce ha le pareti completamente ricoperte di poster di musicisti afro-americani e bandiere dello Zimbabwe. Su un grande tappeto lurido c'è un tavolino con un portacenere, cartine e bocce di fumo. Sulle sedie e sulle poltrone sono seduti altri giovani. Alcuni fumano, altri sembrano completamente assenti e del tutto ignari della loro stessa esistenza. Quasi nessuno ci saluta, e quelli che lo fanno, lo fanno con estrema lentezza, quasi senza sorridere. "Dacci da fumare, vecchio", dice allegramente l'inglese. Il vecchio africano gli porge una grossa boccia di fumo e appoggia i cinquanta dollari dell'inglese sul tavolo, poi se li dimentica lì. Appena si siede sul tappeto sprofonda in una specie di letargia, i suoi occhi si spengono come lampadine scariche. Il tedesco gli allunga di nuovo la banconota, e questa volta il vecchio la prende e se la mette in tasca. "Coglione, potevamo riprendercela", dice Tom in tono scherzoso ma con un percepibile fondo di serietà. "Ma è roba sua, guadagnata onestamente", ride il tedesco. "Tu non fumi?", chiede rivolto a me. "No grazie, non fumo mai canne". "Ma come, non sembri una moralista", si stupisce il tedesco. "Non sono affatto moralista infatti. Non mi piacciono le canne e basta. Mi fanno un brutto effetto. Non voglio rischiare". "Come vuoi", dice il tedesco aspirando la sua prima boccata. Mentre i ragazzi fumano e sprofondano in una progressiva letargia mi guardo intorno. Per me, che sono l'unica non drogata, è come essere finita in un film lento e monotono, dove i movimenti delle persone sono esageratamente allargati ed affaticati. Su un divano dorme un'enorme bambinona nera in un tutù rosa, che viene portata via da due formosissime donne africane appena comincia a esserci troppo fumo in giro.
"Lei non fuma?", chiedo al vecchio che continua a fissare un punto davanti a sé senza parlare. "Non posso cazzo", risponde lui riprendendosi temporaneamente dal suo stato di trance. "Mi fanno gli esami tutte le settimane da quando mi hanno fatto uscire. Stramaledetti sbirri". "Suona?", chiedo indicando un lunghissimo strumento a fiato che non avevo mai visto prima. "Sì, suono. Almeno quello. Almeno un piacere nella vita, quello non me lo possono togliere i merdosi figli di puttana". "Io suonavo il sassofono", lo informo con noncuranza. Il vecchio si sveglia improvvisamente, come se lo avessero scosso. Mi sorride per la prima volta. "Il sassofono? Ah, il sassofono! Ho preso un sassofono a mio figlio. Il più bel sassofono del mondo. E' un genio quel ragazzo, sarà un grande musicista, io lo so".
Prende il suo strumento a fiato e comincia a suonare. Un giovane sui trent'anni lo accompagna con un bongo. Tutti gli sguardi sono rivolti a loro, nessuno fiata. La musica rapisce il tempo, ingoia la vita e la morte, come se fosse l'unica cosa che esiste. L'ultima cosa rimasta in un universo in miniatura fatto di figure immobili e chiuso in una scatola di legno e di mattoni. Non so se sono molto bravi tecnicamente, ma è come se la musica suonasse loro, e non viceversa. E' una sensazione che mi riempie di un piacere inspiegabile, come quando guardo le stelle di notte. Suonano per venti minuti, forse mezz'ora. Poi sia il vecchio che il giovane insieme si spengono come candele, a poco a poco, e la musica li segue nel silenzio dissolvendosi a poco a poco come una scia di fumo.
"Andiamo via?". Il tedesco mi scuote dal mio torpore. Hanno finito di fumare. "Chi si ricorda la strada?", chiede Tom. L'inglese è troppo fatto, sono tutti troppo fatti. E io non ho la minima idea di dove siamo. Il vecchio non ci saluta, non ci vede nemmeno andare via. E' lì immobile, gli occhi spenti, forse nello stesso mondo lontano in cui sono scivolate le ultime note del suo strumento. Chiudiamo la porta dietro di noi e ci perdiamo di nuovo nelle strade chiassose di Brisbane.

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