Buenos Aires: ventiquattro ore tra inferno e paradiso

Quando vedo il centro di Buenos Aires la prima cosa che penso è che somiglia maledettamente a Sydney. Non posso credere che sia la capitale di un paese sull'orlo della bancarotta: modernissimi grattacieli dalle vetrate scintillanti e limpide, su cui si specchia un cielo azzurrissimo, enormi palazzi disposti in un ordine impeccabile, locali all'ultima moda, luci accese tutta la notte.
Ma c'è una cosa che accomuna Masa e me, per quanto la nostra relazione sia ormai agli sgoccioli e lo sappiamo entrambi, ed è esattamente per questa cosa che continuiamo comunque a viaggiare insieme: entrambi dedichiamo alle attrazioni turistiche non più di un quarto del nostro tempo. Masa guarda la cartina della città e mi chiede di andare fino  al porto, perché i porti gli son sempre piaciuti.
Ecco che ci siamo. Abbiamo camminato forse non più di un'ora dal nostro ostello in centro. A un certo punto dai grattacieli sfavillanti si passa ai condomini grigi e dai condomini grigi a qualcosa che sembra appartenere non solo a un altro paese, ma a un altro pianeta. Siamo sconcertati alla vista di quelle catapecchie pericolanti e scrostate circondate da una massa disordinata di mattoni e di polvere. Ci sono diversi uomini e bambini che ci osservano.  Sono seduti per terra, davanti a porte scardinate, su resti di immondizia e fili appuntiti. Ci guardano in un modo strano, malizioso e sarcastico insieme. In questo uomini e bambini non si distinguono. Solo le dimensioni dei loro corpi li distinguono.
Non sono una che si spaventa facilmente, ne ho viste tante. Ma quegli occhi mi bucano come se fossero proiettili. Sono sguardi pieni d'odio, che non ci lasciano. "Masa, non so te, ma io non mi sento a mio agio". "Nemmeno io". "Torniamo indietro?". "Sì".
Abbiamo fatto forse venti passi. La porta di una di queste piccole, miserabili baracche si apre. Appare il volto sciupato di una donna di circa quarant'anni. "Siete turisti? Cosa ci fate qua? Non sapete che è molto pericoloso?". La guardo negli occhi. Sorride, ma i suoi occhi sono gelidi come il ghiaccio. Ha i denti marci. Lo sento questo brivido inconfondibile, e i battiti del mio cuore che sembra voler scappare dal mio torace come un canarino dalla gabbia: ho paura. Ma no, non devo mostrare che ho paura. "Venite da me, venite qua dentro, fuori è molto pericoloso. Vi aggrediranno sicuramente".  In una stanza in penombra, dietro la donna, ci sono due uomini che ci fissano senza sorridere. In qualche modo io riesco a sorriderle. "No, grazie mille. Torniamo indietro. Grazie, ma dobbiamo andare". Masa non aggiunge altro, mi prende la mano e ricomincia a camminare.
Era tanto tempo che non mi prendeva la mano. "Masa, ho paura". "Non sei da sola. E non tirare fuori la cartina, altrimenti capiscono che siamo turisti". "Masa, tu sei giapponese, non ci vuole una laurea per capire che non siamo di qui". Gli occhi di Masa sono impassibili come sempre, due tagli netti sul viso. "E stai zitta soprattutto. Se parli capiranno sicuramente che siamo turisti". Mi sforzo di non girarmi troppo spesso e di non affrettare il passo, come se ci inseguissero dei cani. Siamo così vulnerabili adesso, sarebbe così facile attaccarci. "Masa, tu sai dove andare?". "No". "Ottimo". "Sei capace di tacere?". La stretta della sua mano si é fatta più forte. Taccio.
Con mia sorpresa, nessuno ci segue. Appena vediamo una strada dall'aspetto rassicurante Masa entra in un negozio per comprare birra. Decido di aspettarlo fuori mentre fumo. Un giovane mi scruta e si avvicina: "Quella macchina fotografica", dice, indicando il mio petto, " così a tracolla non va bene. Te la ruberanno sicuramente". "Tanto non costa niente ed è rotta. Mi risparmierebbero solo la noia di buttarla". "Di dove sei?" "Sono italiana". "Ecco, qua non siamo in Italia. Qua tredicenni disperati ti tagliano la gola per rubarti una macchina fotografica rotta. Letteralmente. Io lo so, sono un poliziotto. Non possiamo farci niente. Li prendiamo e poi dobbiamo rilasciarli. Ma ti possiamo avvertire: nascondi quella macchina fotografica".
Il giorno dopo andiamo a trovare i miei cugini nella loro villa vicino a Buenos Aires. Vivono in un quartiere al cui ingresso troviamo telecamere e guardie armate che ci controllano i passaporti e ci frugano in macchina. "Per i ladri", spiega mia cugina. Ci sono campi da golf e prati appena tagliati. Mangiamo asado e beviamo pregiato vino rosso argentino sul bordo di una piscina azzurra e pulitissima. I sorrisi dei miei cugini possono permettersi di essere sinceri. I loro occhi sono morbidi e dolci come l'acqua.
Tornando in macchina attraversiamo strade dai palazzi lussuosi, nuovissimi, bianchi come il marmo. "Questo l'ho progettatato io", indica fiera mia cugina architetto. Pochi minuti dopo siamo affiancati da enormi mucchi informi di cemento screpolato e vacillante, bucati da finestre e porte fatiscenti. I piani sono tutti di colori diversi, sbiaditi dagli anni. "Queste case", sospira mia cugina, "crolleranno prima o poi. Sono fatte col culo. Cederanno e moriranno molte persone. E' una tragedia". Vedo sagome umane sedute sulle terrazze, affollate sulle porte. Da lontano sembrano brulicare come formiche. "Siamo stati al porto l'altro giorno. Le case erano tutte a pezzi, mi chiedo come possano viverci dentro, poverini". Mia cugina mi guarda sbalordita. "Siete stati al porto? Siete pazzi. Meno male che non vi è successo niente. Maledetto governo". Dieci minuti dopo siamo in centro: i grattacieli riflettono il sole come se brillassero di luce propria.

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