Can you hear me, Major Tom?

Lunedì 11 gennaio 2016, ore 8:07: “dove cazzo è finito il mio caleidoscopio?
È l’unica cosa a cui riesco a pensare da questa mattina, a quello strano tubo di cartone rosso a cui restavo attaccata per ore e ore, passando dall’occhio destro al sinistro quando lo sguardo si stancava. Era il 1992, gli anni Ottanta si trascinavano lentamente nella vita di tutti noi e tra ET, Star Wars, David Copperfield e Labyrinth, crescevamo in una dimensione tutta nostra, tra la terra e lo spazio, tra la quotidianità e l’illusione, in un labirinto degli specchi che costruiva la nostra realtà.

Era il 1992 ed avevo sei anni, pochi per sapere che Jareth, il re dei Goblin, era in realtà un uomo solo, prima ancora di essere David Bowie o Ziggy Stardust. Ai miei occhi appariva solo come un mago perfetto, un incantatore sublime, una perfezione temibile quanto ammaliante.

Sarà per questo che, dieci anni dopo, ascoltando per la prima volta The Man Who Sold The World pensai: i sociologi hanno ragione, la nostra è una generazione nata e cresciuta in totale scissione e saremo condannati a restare tali, a meno che non ci faremo più furbi, modellando delle maschere, creando degli alter ego e infine lanciandoci nello spazio pur di non invecchiare mai come fossimo milioni di stelle, milioni di Dorian Gray.
Mentirei se dicessi che era il mio cantante preferito, in quel periodo ascoltavo di tutto, dai Nirvana ai Cure, dagli Smiths ai Beatles, dai Clash ai Ramones, dai Joy Division ai Radiohead. Ma lui, David, era qualcosa di diverso.

David era diverso per gli stessi milioni di motivi per cui in un labirinto degli specchi non sai più qual è il tuo vero io e quale il riflesso. David, da astronauta perso nelle galassie allo starman Ziggy Stardust arrivato sulla terra per mostrare una verità che nessuno riesce a cogliere. E quindi di nuovo David, che uccide Ziggy il 3 luglio 1973, all'Hammersmith Odeon di Londra per rinascere Rebel Rebel l’anno seguente, virando verso una poetica orwelliana. Poi il Thin White Duke e l’Heroes berlinese che lo consacra al mondo intero.
David, che fino alla fine non ha mai suonato da solo (basti pensare ai the Spiders from Mars , a Brian Eno, a Iggy Pop, a Mick Jagger) ma è sempre stato unico attore protagonista delle sue esibizioni.
David è un universo: dal comandante Bowman di 2001: A Space Odyssey al dandy postmoderno di Velvet Goldmine , da “anima di plastica” in Young Americans a uomo dimenticato a Est di Berlino in Subterraneans fino all’inquietante pierrot di Ashes to Ashes per una chiusura in bellezza negli anni Novanta con un suo ritorno sulla terra, senza più tute spaziali ma un volto pulito.
David, che ha sempre cercato se stesso in tutto e oltre il tutto, mostrandosi al mondo come una icona rivoluzionaria, ambigua, come fosse davvero un attore teatrale con una, dieci, cento maschere diverse. Ed altrettante personalità, velleità, vizi, punti deboli, carte vincenti.
David, l’illusionista, quello vero, quello bravo: molto più in gamba di Escher nel costruire labirinti in cui perdersi, molto più furbo di Turner a rigirare le carte, molto più veloce di Houdini a sparire nel nulla e ricomparire poco dopo, due passi più in là.

Ma David è un bambino, nato a Brixton l’8 gennaio 1947, che mostra fin dall’infanzia una passione smodata per l’arte in generale e per la musica; passione sviluppata poi grazie al fratellastro di dieci anni più vecchio Terry Burns, affetto da schizofrenia e morto suicida nel 1985, sua chiara guida spirituale insieme alla Beat Generation americana ed a Lou Reed.
David è un ragazzo, molto sensibile, e per questo soggetto ad una continua esplorazione di una dimensione in cui stabilirsi una volta diventato adulto e “sceso sulla terra”. David è intelligente, e guarda dentro di sé provando a trovarsi e a mostrarsi al mondo nella sua forma migliore. Perché David è un artista, in costante osservazione di quello che lo circonda e di se stesso, alla ricerca di un linguaggio, di una modalità, di una strada, di un cammino per riuscire a relazionarsi con quel mondo in cui, come tutti, è stato catapultato, e trasmettere il suo messaggio.

Mi blocco.
Can you hear me, Major Tom?

Sono le 16:50 di lunedì 11 gennaio 2016 e ora ricordo dov’è il mio caleidoscopio. L’ho aperto, l’ho strappato, ho lasciato che tutti i vetri colorati si spargessero per terra. Perché? Perché volevo semplicemente scoprire com’era fatto. Neanche a me bastava osservare, desideravo andare oltre l’illusione, bramavo ardentemente sapere che cosa ci fosse al di là di ogni specchio, di ogni muro, di ogni porta. E anche di me stessa.  

Per questo stamattina sono rimasta così scossa dalla notizia che David Robert Jones se n’è andato ieri notte. Magari questa è solo la mia storia, e tutte le altre persone che si sono sentite sconvolte dalla notizia avranno le loro storie, i loro ricordi, le loro canzoni preferite.
Ma David è questo: quel labirinto di specchi dove puoi perderti, riconoscerti ovunque, ritrovarti qui e là. O forse è solo uno Starman che è tornato su Marte, lasciando in dono all’umanità una cosa immensa: la sua anima.

I'm stepping through the door and I'm floating in a most peculiar way and the stars look very different today.

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