Caravaggio e i suoi selfie

[Attenzione: La voce narrante di seguito è un personaggio fittizio, così come tutti gli altri personaggi che interagiscono nel breve intreccio che segue, tutti liberamente tratti da film cult. Gli episodi sono frutto della mia fantasia, senza alcun legame con la realtà, pertanto rilassatevi e godete di questo chupito. Se è la prima volta che vi imbattete in questa rubrica, e vi appassiona la parte romanzata, vi invitiamo a seguirla dal suo primo capitolo che potete trovare qui]

Sono appena sceso dal treno, di ritorno da un viaggio, e mentre cammino tranquillo pregustandomi la sana bevuta che mi aspetta da Lloyd, la mia attenzione viene colta da un manifesto gigante posto al centro della stazione: “Caravaggio in 3D, l’opera completa del pittore maledetto”. E siccome sono sobrio, mi incazzo.

Torno con la mente alla fine del 1500, anni in cui l’Italia è una colonia lontana dell’Impero Spagnolo, impegnato a saccheggiare le Americhe, in lotta con le altre super potenze, che relega l’Italia e il mediterraneo ad attori non protagonisti; sono gli anni della contro riforma e delle leggi anti semite che rafforzano il potere scialbo dei nobili, e soprattutto nella nostra penisola crea un torpore culturale assai stagnante, che invece di trovare la forza per uscire da un’incontrollata situazione politica economica, torna sostanzialmente agli antichi fasti del feudalesimo, trasformando così quella che poteva essere un’opportunità, in un degradante controllo degli spiccioli rimasti tra i pochi che possono spartirseli.

In un contesto tanto squallido, violento e sudicio, nasce uno dei grandi geni che ancora sciacqua le nostre bocche, gonfiando il nostro ego di neo patrioti, come se la sua opera fosse merito nostro: Michelangelo Merisi, ossia il Caravaggio. In realtà probabilmente non nasce a Caravaggio, ma a Milano nel 1571. La sua è una formazione a metà tra il manierismo lombardo e la scuola veneta, che sfocerà poi nell’equilibrio precario della sua vita artistica; infatti se da un lato l’approfondita conoscenza delle sacre scritture lo elevano nei primi anni agli onori dell’arte a lui contemporanea, la sua vasta cultura figurativa che mira a dissacrare i modelli legati all’ideale-reale per ottenere una nuova libertà d’espressione, lo relega a metà tra un bandito e un miscredente, con opere spesso censurate dai suoi stessi mandanti. Ma tutti noi, pensando a Caravaggio, ci viene in mente il suo faccione paciarotto, sotto diverse mentite spoglie dei suoi "antichi selfie". Ma andiamo con ordine. La sua prima formazione avviene a Milano presso la bottega di un manierista, Simone Peterzano, dal quale riceve un’educazione artistica convenzionale, molto legata alla pittura realistica. Ma il centro culturale è Roma, e infatti vi si trasferisce nel 1590; passato il primo periodo di difficoltà, incontra il cardinale Del Monte, che di fatto diventa il suo primo mecenate, non solo; infatti il cardinale è grande appassionato di scienza, filosofia, matematica, ed è quindi attorniato da personaggi di grande calibro, il che giova al nostro amico, arricchendone la formazione personale. Il suo carattere ribelle si palesa già dalle prime opere giovanili, tele per lo più incentrate sul tema mitologico-allegorico, in netto contrasto con l’arte a lui contemporanea; infatti i soggetti, spesso amici suoi coetanei, non sono ritratti direttamente, ma da uno specchio. Non è un dettaglio irrilevante, ma una grande intuizione, quella di carpire una più salda definizione che un oggetto acquisisce nello specchio su cui si riflette, elevando così la realtà oggettuale, in contrasto con la rappresentazione aulica, nonché ufficiale, della rappresentazione di soggetti religiosi e storici. Basterebbe già questo, ma sappiamo che un genio non solo abbandona la retta via proposta dai canoni convenzionali dal potere, ma ne disegna di nuove, grazie proprio alla ricerca; la sua rivoluzione è l’uso della luce. Mediante il contrasto del chiaro scuro, la luce diventa un mezzo per disegnare e costruire le scene in modo plastico, dando forza a concetti di natura morale e letteraria, che vivono attraverso le proprie opere. Nel 1593 il primo autoritratto a noi pervenuto, il Bacchino malato; in totale l’artista, per quanto ne sappiamo, compare nelle sue opere per ben undici volte. Il periodo romano celebra la grandezza del nostro amico, attraverso le grandi opere monumentali che lo elevano ad una posizione di grandissimo rilievo, conteso dai Doria, i Giustiniani, tra i grandi collezionisti e i tanti estimatori entusiasti della ventata di novità portata da questo giovane pittore; con la Crocifissione di San Pietro e la Conversione di San Paolo, nel 1600 viene riconosciuto egregius in urbe pictor. Una sua opera, la morte della Madonna, viene rifiutata dai carmelitani scalzi, in quanto secondo un famoso critico del tempo, tale Giovanni Baglioni, il pittore  “aveva fatto con poco decoro la Madonna gonfia e con gambe scoperte” . Di pari passo con il successo, arrivano i guai con la legge; spesso impegnato in risse e duelli all’arma bianca, guai amorosi, politici e invidie di personaggi di terz’ordine, lo rendono un “cliente abituale” della prigione di Tor di Nona. Occorre ricordare però che siamo nel 1600, e risse e duelli sono all’ordine del giorno, quindi Caravaggio è sicuramente di carattere un po’ fumoso, ma niente di clamoroso rispetto ai tempi violenti in cui vive. Purtroppo nel 1606 a Campo Marzio, dopo una discussione, uccide il proprio rivale, e a riprova di quanto detto pocanzi, viene condannato alla decapitazione, che poteva essere eseguita da chiunque l’avesse riconosciuto. Vi sembrano tempi casti e puri? Ovviamente scappa, aiutato dai tanti amici influenti, e comincia il suo pellegrinare per il sud Italia, in particolare tra Napoli e Sicilia; va a Malta per diventare cavaliere ed evitare così la pena di morte, diventa cavaliere di grazia per meriti artistici, ma causa una lite con un cavaliere di rango superiore, viene cacciato dall’ordine con disonore. E’ il periodo più duro per il nostro amico, infatti benché il lavoro non manca, il suo euilibrio psico fisico è alquanto precario, testimoniato dai tanti quadri in cui compare decapitato. Muore a Porto Ercole il 18 luglio del 1610, mentre è in attesa della tanto agognata grazia, arrivata pochi giorni più tardi. A neanche 37 anni compiuti si spegne uno dei più grandi geni della nostra penisola, e noi ancora oggi, lo ricordiamo semplicemente come pittore maledetto. Probabilmente la censura ha radici tanto profonde da essere radicate ormai in noi stessi, nel nostro modo di pensare.

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