Carne y Arena: a distanza di sicurezza

Non credo nel cinema sociale. Non credo nell’approccio sentenzioso e pedagogico di chi dimentica che l’inquadratura resta, sempre e comunque, una cesura. Profetica, a volte, metonimica, sicuramente. Ma pur sempre sguardo individuale soggetto a vincoli d’interpretazione.
C’è chi potrebbe obiettare che, con la realtà virtuale, i confini dell’inquadratura diventino più labili, incerti, difficili da definire con chiarezza. In parte sarebbe corretto, in parte sarebbe una forzatura. Perché se è vero che in una riproduzione immersiva, a 360°, allo sguardo del regista si sovrappone quello dello spettatore che seleziona cosa e dove guardare (e proprio su questo concetto si basa il nucleo centrale dell’articolo) è altrettanto vero che a monte dell’esperienza vi è sempre un autore, un mediatore che ritaglia e cuce.
Quindi, per non perdermi in inutili dissertazioni sull’ontologia del cinema, direi, più in generale, che non credo nella capacità dell’arte di risvegliare la coscienza civica. Credo piuttosto nella sua capacità di risvegliare una sorta di coscienza intima.

Posso dirlo tranquillamente: se Trump sperimentasse Carne y Arena non cambierebbe nulla.
Lo scrivo perché a Cannes - dove a poche centinaia di persone è stato permesso di assistere in anteprima all'installazione di realtà virtuale progettata da Alejandro González Iñárritu con la collaborazione di Emmanuel Lubezki (alla fotografia) per la Fondazione Prada di Milano - sui grossi quaderni che all’uscita di musei, mostre d’arte o installazioni generiche viene chiesto di lasciare un commento, è stata ripetuta più volte la stessa frase: “fatela provare a Trump”.
Questo perché, ed è esplicitato dalle stesse parole del regista, l’opera permette al partecipante di entrare in contatto con la realtà dei rifugiati messicani, di “toccare con mano” il loro dolore, avvicinarsi alle loro lacrime.
Non penso mi sia concesso dire di più, visto il grande riserbo che lo staff mantiene sull’esperienza persino davanti all’ingresso, se non che la traduzione delle immagini in realtà virtuale è incredibilmente realistica nonostante una tecnologia ancora rudimentale. L’ambientazione è suggestiva, ansiogena, psichedelica. L’audio nitido, mai eccessivo. Ogni fase, dall’ingresso all’uscita (persino le azioni e i movimenti preliminari richiesti allo spettatore) oculatamente studiata.

Penso non sarà difficile emozionarsi per ciò che si vedrà una volta varcata la soglia.
Ma ciò di cui chiunque abbia commentato a Cannes con quella frase provocante (vagamente retorica, ma condivisibile) non ha tenuto conto è un altro aspetto: l’arte, il cinema, l’ibrido costituito da Carne y Arena (carne e sabbia, in italiano) può avere un reale valore emotivo solo per chi sia predisposto all’apertura, all’auto critica, alla messa in dubbio del proprio narcisismo. Qualsiasi esperienza artistica, anche la più infima, è un incontro con l’altro, uno squarcio che si decide di auto infliggersi per conoscere ed accettare il diverso. Ma questa (l’arte), nonostante possa coadiuvare un processo, stimolare il movimento di apertura e di auto critica (morale, sociale…) risulta per lo più essere la conseguenza piuttosto che la causa. Ancor più precisamente - e lo (ri)sottolineo con forza - l’arte ha un valore emotivo, intimo, ma mai epifanico. L’esperienza singola può solo, e deve, inserirsi in un continuum. E, soprattutto, può acquisire spessore solo se approcciata da un atteggiamento precostituito, in quanto l’evento, più o meno intenso che sia, ha una durata limitata (più o meno sei minuti, per quanto riguarda Carne y Arena) e giunge a una conclusione. Si spengono le luci, si dà modo agli spettatori di ritornare gradualmente ai propri corpi e alle proprie vite, si esce dalla sala, dal teatro, dalla galleria. Si rientra nella quotidianità e nelle sue convenzioni. E allora, forse, questa grande opera di Iñárritu può dirci di più sulla nostra interiorità, sul nostro atteggiamento inconscio, sulla nostra cultura, su come le strutture sociali e le consuetudini hanno plasmato il nostro sguardo e il nostro modo di vivere l’esperienza piuttosto che sulla reale condizione dei rifugiati, e proprio questa è la sua grandezza, la peculiarità che certifica la sua reale importanza.
E, in questo, la messa a disposizione di una tecnologia neonata, ancora in divenire e a cui pochi di noi sono realmente avvezzi, come la VR, ricopre un ruolo fondamentale. Perché una volta messo il visore, quando ho cominciato ad esplorare lo spazio e ho visto gli uomini di fronte a me, reali(stici), veri(tieri), il mio primo istinto è stato quello di allontanarmi, di non invadere il loro spazio. DI guardarli da lontano. Intendiamoci: non per rispetto, per paura. Non c’è stato alcun atto etico nel mio atteggiamento. Solamente il terrore. Mi sono rannicchiato in un angolo e ho ammirato, sì, ma con reticenza e angoscia. Li vedevo parlare, camminare, guardarsi attorno con la sensazione che non avrei mai voluto essere lì. E subito ho capito cosa stava succedendo. Nonostante mi fosse stato detto di esplorare, vivere, percepire lo spazio inedito attorno a me, io stavo facendo di tutto per trasdurre la tridimensionalità in bidimensionalità. Stavo cercando il cinema dove il cinema non c’era. Lì c’era qualcos’altro che ancora non so definire e che tutt’ora mi è estraneo. Cercavo di rendere il solido in superficie, la forma spigolosa in levigata, ciò che mi sembrava reale cercavo di posizionarlo dietro ad uno schermo. E questo perché non percepivo più alcuna distanza di sicurezza. Non ritrovavo le solite regole prospettiche. Inizialmente non mi sembrava che ci fosse un “io” e un “loro”. E invece c’era.
Ho deciso di avvicinarmi, di provare a toccare, di entrare in contatto. Vedevo i loro vestiti, i loro piedi. Uomini, donne e bambini. Camminavo con loro e prendevo confidenza con le loro silhouette e i loro volti curiosi. Ma poi è successo qualcosa, qualcosa d'improvviso e inaspettato che ora non posso dire e che di certo non volevo vedere. Subito ho girato lo sguardo. Mi sono di nuovo allontanato e ho letteralmente voltato la schiena. Forse ho anche chiuso gli occhi. Esattamente come quando, a casa, cambio canale. Ma se davanti alla televisione il mio atteggiamento è inconsapevole, istintuale, sperimentando Carne y Arena mi era chiaro tutto. Le reali motivazioni delle mie azioni erano di fronte a me: a questo non voglio assistere, a questo non voglio partecipare. Questo non è il mio mondo. Io lo rifiuto, e non come atto di denuncia, ma come atto di passività. Lascio che questo accada perché è troppo per me.
Codardo? Può darsi. Meschino? E’altrettanto plausibile. Ma questo è.

La tortura è spesso rappresentata nella storia dell’arte come un evento straziante a cui si è obbligati ad assistere, e io non ho ancora il coraggio per farlo, non a queste condizioni.
La tortura rappresentata lì dentro, in quello spazio che sta da qualche altra parte, non era la mia. Era la loro tortura, personale e inviolabile, inimmaginabile. E io non ho potuto toccarla davvero. Anzi, proprio in quel momento l’ho sentita quanto mai lontana da me. Ma ciò non significa che fossi pronto ad assistervi. Era una tortura che mai potrei condividere appieno, sperimentare davvero. E non solo non potrei mai condividerla, addirittura ho voluto scappare quando mi sono trovato al suo cospetto. Allontanarmi il più possibile da lei. E questo con un’unica certezza. Che quando loro, gli ologrammi, erano stati obbligati a sdraiarsi e a strisciare, io avevo ancora la possibilità di stare in piedi e chiudere gli occhi. Avevo ancora la possibilità di sfilare il visore.
E adesso che sono di nuovo a distanza di sicurezza e posso scrivere questo articolo con lucidità e un po’ di freddezza mi chiedo se fosse questo il messaggio, la consapevolezza che Iñárritu voleva trasmettere con quest’ opera magnifica.
Se sì, fa molto, molto male.

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