Charles e il karma di Roxburgh

"Charles è su di giri, magari vi va di culo", sorridono due francesi mentre Berry ed io impacchettiamo ciliegie in una fattoria di Roxburgh, nell'estremo sud della Nuova Zelanda. Siamo distrutti per i chilometri che ci siamo fatti in autostop e per la notte insonne che abbiamo alle spalle. Ciononostante, appena messo piede nella fattoria, che sembra una comune degli anni Sessanta con gatti, fumo e bottiglie sparsi ovunque su tappeti infeltriti e tavoli zoppi, la ragazza africana che si occupa dell'amministrazione della proprietà di Charles ci spedisce a lavorare. "Che tipo è Charles?", chiedo ai francesi, che mi hanno presa subito in simpatia perché parlo la loro lingua. "E' un pazzo bipolare. Ma quando è in fase up è un compagnone, ci sta". "E' quando è incazzato che fa paura", aggiunge l'altro francese. "Del resto, troppo alcool a lungo andare ha brutti effetti". Mancano pochi giorni a Natale ma in Nuova Zelanda è estate e l'atmosfera è tutto fuorché natalizia. La temperatura è tiepida e gradevole, le nuvole in cielo sembrano riproporre in un pascolo azzurrissimo il pelo immacolato e voluminoso delle numerose pecore che punteggiano il paesaggio.

Il giorno dopo conosciamo Charles, un omone di trentacinque anni che ne dimostra almeno dieci in più. Ha una barba incolta e arruffata e una pancia molto gonfia che spunta sotto una maglietta unta, che una volta deve essere stata bianca. Una giovane taiwanese dal corpicino minuto e completamente privo di forme trotterella sempre dietro di lui, approvando tutto quello che dice ed eseguendo prontamente tutte le sue richieste. Mi dicono che è la sua fidanzata, e la prima cosa che penso è che non potrebbe esistere una coppia peggio assortita.

In quel periodo prenatalizio Charles chiacchiera e scherza rumorosamente con noi dopo il lavoro. "Non è sempre così", mi avvertono i francesi. La mattina di Natale lo accompagno al mercato di Dunedin con una giapponese e con la sua ragazza taiwanese e insieme vendiamo quasi tutto il raccolto: devo ammettere che sono le migliori ciliegie che abbia mai assaggiato. Charles, fuori di sé dalla gioia, spende centinaia di dollari per offrire a tutti i suoi lavoratori un pranzo natalizio come non si è mai visto.

L'ultimo dell'anno, quando Berry ed io siamo ormai stati assegnati alla raccolta, Charles ha il crollo che mi avevano anticipato. Stanchi del lavoro a cottimo, i francesi decidono di pesare una cassa di ciliegie durante la pausa e scoprono che Charles ci sta fregando da uno a due dollari per cassa. Quando arriva Charles, chiamato dall'allarmatissima taiwanese che ci supervisiona, li trova tutti seduti a fumare con le braccia conserte. "Filate a raccogliere!", lo sento sbraitare dalla mia postazione. "Ci stai derubando", lo sfida uno dei francesi,"e noi siamo in sciopero. Abbiamo pesato una cassa. O ci aumenti il salario o noi non ci muoviamo da qua". Da lontano vedo la sagoma irsuta di Charles contorcersi in una collera scoordinata e indomabile e sbraitare maledizioni agli scioperanti e a tutto il popolo francese. I francesi alzano pigramente le chiappe senza rispondergli e tornano nelle loro stanze con una scrollata di spalle.

Dieci minuti dopo scorgo la faccina minuscola della taiwanese dalla scala su cui sto lavorando. "Hai lasciato le ciliegie in cima", indica con una manina ossuta. "Sono troppo in alto", rispondo con innocente disinvoltura, "se salgo in cima alla scala non ci arrivo lo stesso e se scivolo mi ammazzo. Non mi sembra il caso". Senza ribattere, la taiwanese comincia a ispezionare le ciliegie raccolte da Berry e osserva che sono ammaccate.

Quando torniamo alle stanze la figura arruffata e paonazza di Charles ci investe come un uragano. "Piccole teste di cazzo!", tuona. "Tu lasci le ciliegie a marcire in cima", mi indica con rabbia, "e tu, tailandese dei miei coglioni", sbraita verso Berry, "mi spappoli tutti i frutti". Ci urla di sparire immediatamente, poi dice che ci concede un'ultima possibilità, poi grida che dobbiamo lasciare subito la sua proprietà e non tornare mai più, e infine che dobbiamo lavorare il doppio per farci perdonare. Quando se ne va, Berry ed io siamo una maschera di totale sgomento e confusione. Non siamo riusciti a pronunciare nemmeno una parola.

Un ragazzo francese esce dalla stanza accanto. "Ho sentito tutto", dice facendo volteggiare un mazzo di chiavi, "lo psicopatico mi ha lasciato le chiavi del suo camion, adesso andiamo a cercare lavoro per voi dai suoi concorrenti con la benzina che ha pagato lui e domani vi levate dalle palle, che è meglio". Giriamo le fattorie della zona con il camion di Charles, finché un fattore dice che ci chiamerà domani per farci sapere se ha posto per noi.

E' l'ultimo giorno dell'anno. Berry ed io compriamo da bere e andiamo nel bosco a festeggiare con i francesi e alcuni taiwanesi. Mi sbronzo per la disperazione di non sapere che cosa sarà di noi domani e mi sbronzo anche perché ho sempre odiato Capodanno e mi sbronzo proprio per non pensarci. La mattina dopo due indiani che lavorano in fattoria ci portano al nostro nuovo posto di lavoro con la loro macchina, dall'altra parte di Roxburgh.

Non ho più rivisto Charles e non ho mai ricevuto un compenso per quei giorni di lavoro, ma Berry sosteneva con una serenità molto orientale che le sue cattive azioni gli sarebbero tornate indietro. Io non credo nel karma come in nessun'altra teoria metafisica, e di Charles sinceramente non mi importa nulla, ma poco tempo dopo abbiamo sentito che il suo raccolto stava andando talmente male che ha rotto tutti i vetri della sua fattoria per la rabbia. Per un istante della mia vita ho provato un ingenuo ed effimero senso di realizzazione e di giustizia, e confesso che mi è piaciuto.