CI VUOLE STRATEGIA

L'ultimo dell'anno a Sofia fu tutt'altro che solitario, nonostante fossi arrivata in Bulgaria, da sola, proprio quel giorno. L'ostello era straordinariamente pieno. Trascorsi gran parte della serata bevendo vino con Aydan, un turco di cinquantacinque anni che amava passare ogni Capodanno in un paese diverso e collezionare tessere di casinò di tutti i paesi del mondo: aveva la passione della roulette. Mi invitò ad accompagnarlo al suo casinò preferito di Sofia la sera successiva. "Si mangia gratis", spiegò. "Si beve gratis, si fuma gratis. Tutto gratis. E in più si portano via un bel po' di soldi". Accettai di accompagnarlo, non per giocare, ma per tutte le cose gratis e soprattutto per osservare un ambiente a me fino ad allora totalmente sconosciuto: l'unico casinò in cui ero stata era quello di Queenstown, Nuova Zelanda, dove mi incontravo con un mio amante giapponese per bere birra e amoreggiare lontani da sguardi indiscreti.

Il casinò era un'enorme, sgargiante scatola sigillata, popolata soprattutto da silenziose figure di mezza età, i cui unici movimenti consistevano in monotone pressioni manuali sui tasti delle macchine e in lunghissime inalazioni ed esalazioni di fumo. Gli stridenti rumori delle slot machines e delle roulettes erano perfettamente sincronizzati con le luci rosse e dorate che illuminavano la sala in maniera omogenea, in ogni suo angolo, facendo perdere completamente il senso del tempo e dell'esistenza della realtà esterna. Aydan quella sera guadagnò cinquanta euro. "Mi piace vincere", mi disse quando uscimmo dal casinò. "I bastardi quando entro mi guardano sempre come se fossi un pollo da spennare. Pensano che io sia uno sprovveduto, pensano di potermela fare. E invece sono io a fotterli. Ci vuole strategia per giocare alla roulette". "Eppure, se si possono permettere di offrire pasti e alcolici gratis tutti i giorni, da qualche parte i soldi li recupereranno", replicai. "C'è un sacco di gente che gioca senza alcun criterio", rispose Aydan. "Non io, ad ogni modo".

Andai a Varna un paio di giorni per vedere il Mar Nero, un desiderio che volevo realizzare ormai da un po' di tempo, poi tornai a Sofia. Aydan mi invitò nuovamente al casinò per stargli accanto mentre giocava alla roulette, per l'ultima volta: quella stessa notte sarebbe partito per Istanbul. "Mi piace avere qui qualcuno con cui fare l'idiota quando vinco", spiegò. Quando arrivai aveva già giocato e perso cento euro. "Cose che capitano, e capitano quando giochi troppo in fretta. Ci vuole strategia", riflettè mentre sorseggiava bicchieri di whiskey e divorava abbondanti porzioni di carne e di zuppa. "Con quello che gli ho regalato oggi e ieri, questo è il minimo", sussurrò ridendo mentre ordinava a una cameriera di portargli immediatamente una ciotola di mandorle calde e tostate. "Ieri ho perso cinquecento euro. Sono stato troppo precipitoso, non sono stato strategico". La cameriera arrivò con una ciotola di frutta secca mista, soprattutto nocciole e anacardi. "Ho detto mandorle, solo mandorle", la rimproverò Aydan. "Abbiamo solo questi", rispose la ragazza, seria. "Con quello che vi lascio qui, dovreste come minimo essere gentili". La ragazza si allontanò senza rispondergli. Aydan stava perdendo altri cento euro, ma non dava alcun cenno di nervosismo. "Io qui sono un cliente importante", mi disse. "Adesso ti faccio vedere che mi portano anche le sigarette gratis". "Non sapevo che fumassi. Comunque ricordati che tra un'ora ti parte il bus". "Ah, di già?", si meravigliò flemmatico Aydan. "Ho comunque tempo per recuperare i cento euro, anzi, il doppio. In realtà non fumo, ma voglio farti vedere lo stesso che le sigarette me le portano. Gratis".

Dopo dieci minuti nessuno gli aveva ancora portato le sigarette. "E' una vergogna", aggredì la cameriera. "Devo prima chiedere al coupier", rispose lei. "Maledetta cafonaggine bulgara", imprecò lui. Appena il coupier gli portò il pacchetto, Aydan lo cacciò in tasca e si diresse verso il banco di cambio valuta e inveì contro la donna che stava contando banconote con un'espressione vuota e annoiata. "State facendo la cresta sul cambio. Un centesimo di lev per ogni euro. Vergognatevi. Un centesimo alla volta, sono molti soldi. Vi approfittate dei vostri clienti". "Siamo in un casinò, Aydan...", gli ricordai a voce bassa. "Appunto, con tutti i soldi che hanno, bastardi!" "Sono desolata", rispose la donna con un tono completamente indifferente. "Non gliene frega niente a quella", si sfogò Aydan infilandosi il cappotto. "Stai per perdere il bus", gli ricordai di nuovo. Aydan per la prima volta guardò l'orologio. "Accidenti, hai ragione! Ti va di correre per un pezzo?" Annuii: fuori faceva talmente freddo che muovermi a passo spedito mi sembrava l'unico modo per evitare crampi allo stomaco e tremori incontrollabili.

"Se dovessi fare una stima della tua lunga carriera di giocatore, pensi di aver più vinto o perso?", chiesi, sentendomi improvvisamente una stupida giornalista di gossip ma non potendo frenare la mia curiosità. Aydan ci pensò per un attimo. "Mah... credo di essere alla pari. Credo che avrei più o meno gli stessi soldi se non giocassi. Se gioco con strategia vinco, ma a volte mi faccio prendere dalla frenesia e perdo". "Non hai mai segnato le vincite e le perdite?" "Sì, una volta lo facevo, poi ho smesso. Una volta giocavo anche per dieci ore di fila e stavo male se perdevo. Adesso gioco tutti i giorni, con strategia possibilmente, e comunque so che più o meno sono alla pari. Non importa. Tornerò a Sofia e mi rifarò. In questo casinò".

Arrivati al bivio che portava alla stazione, Aydan mi strinse in un lungo abbraccio. "Non vedo l'ora di andare a Cipro", disse. "Hanno il casinò più bello che abbia mai visto. Un sacco di cibo gratis. Alcool a volontà. L'ultima volta gli ho portato via un po' di soldi". "Abbi cura di te, Aydan", fu l'unica raccomandazione che riuscii a fargli. In ostello pensavano tutti che fosse dipendente dal gioco, ma Aydan negava con una scrollata di spalle. "Anche te. Ci rivediamo nel prossimo casinò", gridò mentre correva verso il bus per Istanbul che stava per partire.

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