CIMB 2018: un reportage

14 e 15 settembre: CIMB 2018 a Valencia; andare o non andare?

Così come in Italia ogni anno si tengono gli ICMC, ovvero gli Italian Cycle Messenger Championship, cioè i campionati nazionali per corrieri espressi in bicicletta, così in Spagna si tiene il Campeonato Ibérico de Mensajeros en Bicicleta. Quest’anno si sarebbero tenuti a Valencia, grazie all’organizzazione di Encicle[1], la società di bike messenger del posto. Fino all’ultimo momento sono stato molto indeciso se sfruttare così le mie ferie e alla fine, ma proprio alla fine, mi sono deciso a intraprendere da solo il viaggio della speranza. Da Torino non partiva nessuno oltre me: questo significava farsi il viaggio da solo. Inoltre, a causa della mia antipatia per la stiva degli aerei, troppo affollata e senza comfort per la mia bicicletta, non mi rimaneva che prendere un biglietto per un interminabile viaggio in autobus. Alle 22 circa del dodici settembre il guizzo di intraprendenza: devo andarci! Inizio così a guardare le possibili soluzioni di viaggio. Trovo un autobus per Barcellona a mezzanotte e mezza del giorno stesso e mi rendo anche conto che è l’unica soluzione valida per arrivare in tempo per la gara. Acquisto rapidamente il biglietto e controllo che ci siano treni che da Barcellona mi portino fino a Valencia in tempo utile; almeno la Renfe[2] sembra essere dalla mia parte. Preparo quindi la mia messenger bag per il viaggio, infilandoci dentro alla rinfusa tutto il necessario: un paio di jersey per la gara, i pantaloncini col fondello, calze e scarpe da bici, guanti, k-way, un paio di jeans e sono già pronto a partire. Mi porto anche una grande sacca ripiegata per poter trasportare la bici smontata su autobus e treni. Butto nello zaino un caricabatterie, uno spazzolino, delle mutande e via in sella al mio destriero per raggiungere nella notte la fermata dell’autobus. Torino è fresca e silenziosa, fendo la notte rapido senza essere notato. Smonto in fretta la bici e la inserisco nella sua sacca, giusto qualche minuto prima dell’arrivo del bus. Sono piuttosto agitato a causa della fretta con cui ho deciso di partire, ma mi ripeto che, come me la sono sempre cavata, me la caverò anche questa volta. Mi aspettano circa tredici ore di viaggio fino a Barcellona quindi mi metto comodo e, cullato dal rumore del motore, cado in un sonno profondo. Mi sveglio solo durante le soste del bus, ma riprendo sonno praticamente all’istante. In questo stato di dormiveglia arrivo fino a Barcellona. Quando scendo dal pullman mi sento completamente rintronato a causa del sonno a singhiozzi; mi sembra tutto sfocato e ovattato. Improvvisamente il mio stomaco mi ricorda in maniera abbastanza burbera che avevo saltato la colazione. Mi catapulto quindi in un bar dove divoro un panino e dei dolcini trangugiando un caffè. Arrivo infine in stazione dove noto subito, al mio binario, altri due bike messenger diretti a Valencia. Impossibile non riconoscerli: anche loro con le messenger bag sulle spalle e grosse scatole contenenti le loro bici smontate, oltre al classico abbigliamento da lavoro. Non faccio in tempo a salire sul treno che mi invitano a caricare la mia bici insieme alle loro. Sono molto estroversi e socievoli; chiacchieriamo un po’ e mi raccontano del loro viaggio, nonostante fosse stato decisamente più breve del mio. Intorno alle 23:30 arriviamo a Valencia. Monto con calma la bici e intravedo il ragazzo spagnolo assemblare una Omnium: immagino subito che il giorno dopo avrebbe partecipato alla gara delle bici cargo. Ci salutiamo sapendo che ci saremmo rivisti il giorno successivo. Nonostante fosse mezzanotte passata non fatico a trovare un ristorante aperto dove ordinare qualcosa da mettere sotto i denti; approfitto così dell’enorme differenza tra Spagna e Germania, mia ultima meta ciclistica. Grazie a mia cugina Reb, che ormai vive a Valencia da diverso tempo, dispongo di un vero letto in cui dormire e recuperare le forze in vista del giorno successivo.

La sveglia suona intorno alle otto e mezza: è dura uscire da sotto le coperte, soprattutto quando si ha la sensazione che per sentirsi riposati sarebbero state necessarie diverse ore di sonno aggiuntive. Mi faccio forza e vado a esplorare la cucina. So che dovrò mangiare parecchio per arrivare all’inizio della main race carico di energie. Incappo in dei savoiardi che attirano la mia attenzione: li cospargo di miele o burro d’arachidi, ingollo una tazza di caffè ed esco di casa.

Il mio telefono sta già squillando: è Nacho che è già dal circuito e mi aspetta per una seconda colazione. Nacho è un mio vecchio amico, conosciuto a Madrid; chi ha letto Mess-Life[3] già lo sa. Non vedo l’ora di rivederlo. Non lo incontro dagli ECMC a Milano del 2015. Lui per me è stato una figura molto importante per quanto riguarda la mia passione per la bici e continua a essere tuttora fonte di ispirazione per i miei viaggi.

Inizio a percorrere Avinguda del Port e fin da subito noto i grossi nuvoloni neri che sovrastano proprio la zona portuale dove di lì a poco si sarebbe tenuta la gara. Sento le prime gocce, accelero. Quando arrivo sul posto scende già una leggera pioggerella. Intravedo Nacho che prova il circuito e gli corro incontro, ci abbracciamo. Mentre gli organizzatori finiscono di montare gli stand e di allestire il circuito, io e Nacho andiamo a divorare un enorme cornetto accompagnato da succo di frutta, raccontandoci senza pause tutte le cose che sono cambiate in questi anni. Nel frattempo quella che era una leggera pioggia si trasforma in un acquazzone e la pioggia cade scrosciante. La solita fortuna: le persone del posto ci dicono che a Valencia piove circa tre giorni all’anno e noi ne abbiamo azzeccato uno in pieno. Smette un po’, poi ricomincia e così via. L’organizzazione decide quindi di dare il via alla gara, non potendo aspettare più di tanto.

Il circuito è un grosso anello, disseminato di checkpoint, nove in totale. Ci viene consegnato il manifest, ovvero il foglio con le tappe da raggiungere: vai al numero otto, poi al sei, ritira una cassa di bottiglie d’acqua e vai a consegnarla al numero quattro e così via. La semplicità del circuito lascia perplessa la maggior parte dei partecipanti, abituati a pensare strategie e incastri ben più complessi.

Da molti viene paragonata ad una criterium[4] dato anche l’unico senso di marcia permesso e l’inesistenza di incroci.

Siamo sulla griglia di partenza, zaini in spalla e bici pronte all’uso quando, contemporaneamente al conto alla rovescia, ricomincia a piovere. Ormai siamo in ballo e quindi balliamo. Iniziamo a sfrecciare sotto la pioggia scrosciante. La cosa più difficile diventa mantenere integro il manifest sul quale, ad ogni checkpoint, vengono apposti dei timbri. Sono costretto a farmelo sostituire più volte per evitare di dovermi far timbrare un ammasso di carta informe.

La gara prosegue senza intoppi e, per guadagnare tempo prezioso, emulo gli altri corrieri in un comportamento che mi permetterà sì di ottenere un ottimo risultato in gara, ma di cui pagherò le conseguenze subito dopo: lascio lo zaino aperto per poter infilare e sfilare più rapidamente gli oggetti che ci venivano affidati. Inforco gli occhiali da sole per proteggere gli occhi dalla pioggia e dagli schizzi d’acqua che provengono dalle bici che ho davanti. Dato che da pensare c’è decisamente poco, spingo sui pedali più che posso senza preoccuparmi di null’altro. Dopo pochi minuti sono fradicio, ma per fortuna non fa freddo e non patisco. Devo solo fare i conti con l’asfalto bagnato che mi fa perdere aderenza soprattutto nelle curve. Senza contare che sono in fissa brakeless per cui devo rallentare con estrema cautela per non perdere il controllo della ruota posteriore. Riesco comunque a non cadere e ad andare discretamente forte.

 

A causa della pioggia che ha reso tutto più difficile, gli organizzatori decidono di accorciare la gara, facendola terminare ben quarantacinque minuti prima del previsto. Non sono dispiaciuto perché ho dato tanto fino a quel momento e l’idea di dover affrontare ancora tre quarti d’ora di gara con quel clima non era certo allettante. Mi fermo quindi sotto ad un gazebo; di lì a poco sarei stato attraversato da emozioni contrastanti. Scopro infatti due cose: la prima era di essermi qualificato per la finale rientrando nella prima metà dei partecipanti; la seconda che il mio telefono e il mio portafoglio stavano navigando in fondo allo zaino che si era riempito d’acqua.

Essendo waterproof il mio zaino si era trasformato in una piscina. Ripesco gli oggetti importanti e li metto ad asciugare su una sedia. Non sono l’unico a cui la pioggia ha fatto danni: una ragazza con i capelli rosa e un unicorno di peluche appeso alla bici mi propone di andare in un supermercato per comprare del riso nel quale infilare i telefoni affinché l’umidità venisse assorbita. Ne approfitto anche per andare a mangiare qualcosa con Nacho e i nostri amici. Ci siamo qualificati tutti e cinque e abbiamo bisogno di nuove energie per la finale. Nel frattempo il sole fa capolino tra le nuvole e inizia ad asciugare il circuito. Quando ci alziamo da tavola siamo praticamente asciutti e l’aria è decisamente più calda.

 

 

La finale è leggermente più difficile della prima manche, ma solo perché i checkpoint non sono in ordine progressivo ma sparso. Tuttavia basta ricordarsi la posizione dei gazebi per riuscire ad andare spediti alla destinazione senza pensare troppo. Il sole ha ridato coraggio non solo ai partecipanti, ma anche agli spettatori. La finale mi rimane impressa nel cuore per le urla e il tifo del pubblico che mi gasano e mi danno l’energia per spingere di più ad ogni giro. Nonostante sia una gara a livello più che amatoriale mi sento un corridore della Vuelta: le persone allungano le mani dalle transenne e io batto il cinque, urlano e ci incitano, ci passano bottiglie d’acqua fresca e ci incoraggiano ad andare avanti. Sono ringalluzzito dalle urla “dale italiano” e quindi spingo, spingo più che posso, finché non vedo l’ultimo timbro che completa il mio manifest. A quel punto chiedo alle mie gambe un ultimo sforzo per uno sprint finale e finalmente taglio il traguardo.

 

 

Scorgo Nacho che ha finito poco prima di me: scopro che è arrivato quinto. Io dovrei essere qualche posizione dietro, circa settimo. Il podio invece è quasi tutto italiano grazie ai ragazzi di Bici Couriers[5] e di UBM[6], con Andrea, Tommaso e Emma che si accaparrano tutte le posizioni più importanti.

L’evento prosegue con un torneo di bike polo e un’alleycat che non ho la forza di fare. Mi stravacco con gli altri ancora carico di adrenalina ed eccitazione. Sono molto soddisfatto della mia prestazione, ma ancora più divertente ed emozionante è stato sentir urlare il pubblico ad ogni passaggio: ora penso di capire cosa provino i professionisti alla fine di una tappa.

Per festeggiare ci diamo appuntamento in un ristorante proposto da Nacho: ristorante al quale non arriverò mai poiché ancora adesso sto aspettando che il cellulare si riprenda dal bagno che ha subito.

 

 

[1] http://enciclebicimensajeros.com/

[2] http://www.renfe.com/

[3] https://www.jonaeditore.it/acquista-ebook/cartaceo/mess-life-1-detail.html

[4] https://it.wikipedia.org/wiki/Criterium#Ciclismo

[5] http://bicicouriers.com/

[6] http://www.urbanbm.it/

Veni, vidi, nici, e poi tinculano la bici.

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