COME COLTIVARE IL POLLICE VERDE A MONTREAL

Una sera Paco torna a casa con un sacchetto contenente tre piccoli semi, che gli hanno regalato certi suoi amici che vede sempre dopo il lavoro. "Dicono che sono semi di ottima marijuana", sorride Paco mentre cerca dei vasi abbastanza capienti. "Non so se è vero e non me ne frega, ma se voi ci state io tenterei l'esperimento". Masa ed io non abbiamo niente in contrario. A Montreal fa ancora freddo e non è molta la luce che filtra nel nostro salotto, ma soprattutto Masa abbraccia entusiasticamente l'idea di occuparsi di quelli che lui considera esseri viventi sensibili e bisognosi e si incarica personalmente della crescita e del benessere delle futuribili piantine.

Contro le nostre più ottimistiche previsioni, dopo appena poche settimane le piante cominciano a crescere a vista d'occhio sul balcone del nostro appartamento. Di notte, quando i vicini non possono vederlo, a volte Paco esce a pisciare sopra il terriccio umido, perché qualcuno dei suoi amici gli ha detto che così le foglie diventano più rigogliose. L'opera di fertilizzazione funziona talmente bene che dopo non molto tempo iniziamo a preoccuparci dell'eccessiva visibilità delle piante di marijuana, che sporgono ben oltre il parapetto. "Siamo in Canada qua", ribatte Paco alzando le spalle. "E poi i nostri vicini si fanno gli affari loro. Dalla strada non si vedono, questa è la cosa più importante".

Quando Masa ed io torniamo da un breve viaggio a New York, Paco si trova dalla sua famiglia in Messico. La prima mattina dal nostro rientro a Montreal, mentre Masa è al lavoro, vengo svegliata dal fastidioso rumore di un trapano e da robuste nocche che battono sulla porta del balcone. Quando apro, un giovane sui ventotto anni mi sorride, indicando le piante. "Scusa, sono un muratore, stiamo facendo dei lavori qua sulla facciata del palazzo. Ti consiglio di portare dentro queste, prima che ci cada sopra il calcestruzzo". Arrossisco e, sussurrando una parola di ringraziamento, trascino i vasi in casa nel minor tempo possibile.

Verso sera sento nuovamente bussare alla porta. Il giovane di prima mi guarda con un'espressione esitante. "Sono il muratore di stamattina, ricordi?" Annuisco. Il ragazzo indica le piante dietro di me: "Quanto fate?" Trattengo a stento una risata. "Mi sa che c'è un equivoco. Noi non spacciamo". "Ma sono un muratore, davvero", insiste il giovane. "Mi hai visto prima, non ti ricordi? Sono davvero un muratore". "Sì, ci credo che sei un muratore. Ma noi davvero non vendiamo. Il nostro coinquilino ha portato a casa questi semi e noi, giusto per divertirci un po', abbiamo fatto questo esperimento e sono venute fuori queste piante. Non sappiamo nemmeno noi come. Non siamo degli spacciatori", spiego, con la crescente e imbarazzante sensazione, man mano che vado avanti a parlare, che la storia è talmente cretina che non ci crederà nessuno. "Vabbè, ma ne avete tanta, non vorrete mica fumarvela tutta voi?", ammicca il muratore. "Io personalmente non fumo", gli rispondo. "Comunque ti assicuro che è stato una specie di gioco, niente di più, e noi non abbiamo niente da vendere". "Dov'è il tuo coinquilino?" "Adesso è in Messico". "Ah, così è messicano?", chiede il giovane, sempre più interessato. "Sì". "Ottimo", sorride lui. "Bene, allora tornerò e chiederò a lui". Decido che è inutile controbattere di nuovo.

Qualche tempo dopo un ragazzo francese dall'aria equivoca viene a visitare l'appartamento, perché anche Masa ed io siamo in partenza per il Messico e lasceremo definitivamente la nostra stanza. Paco ed io conveniamo sulla necessità di stipare le piante di marijuana nell'angolo più nascosto del balcone, perché i potenziali futuri coinquilini non le vedano. Naturalmente, come prima cosa, il francese allunga il collo fuori dalla finestra. "Wow!", grida, mentre cerco disperatamente di dirigere altrove la sua attenzione. "Fantastico, ma qua si fuma!", esclama con un enorme sorriso, che lo rende per un istante meno truce. "C'è un equivoco", ricomincio a spiegare, seppur certa di non essere creduta. "Abbiamo solamente fatto un piccolo esperimento botanico che ha avuto successo, ecco tutto. E' stato una specie di scherzo. Comunque, nel frigorifero c'è...". "Ma si fuma anche in casa? Date qualcosa da vendere anche a me, vero?", mi interrompe bruscamente il francese. "Quando mi trasferisco qua vi procuro io i clienti se mi date una percentuale, faccio..." "Non è ancora detto che tu ti trasferisca qua", lo interrompo a mia volta.

Una mattina presto, proprio poco prima di lasciare il Canada, trovo tracce di terriccio sul balcone e sulle scale esterne. Le piante di marijuana sono sparite. Quando lo viene a sapere, Masa cade in un profondo sconforto. "Ci ho messo tanto tempo, tanto amore", mormora sconsolato. "Erano venute su proprio bene, erano così belle". Paco scuote la testa. "Il muratore era un bravo ragazzo alla fine, ci ho parlato", riflette. "I vicini non sono gente che cerca rogne. Dev'essere stato il francese, era molto incazzato quando gli ho scritto che avevo trovato un altro coinquilino". "In ogni caso sono andate", constata Masa con lo sguardo vacuo. "Potrei sempre chiamare i miei amici messicani a sistemare la cosa", risponde Paco. "Ma non ne vale la pena. Vediamola così, forse ci siamo evitati dei guai". Io concordo, Masa continua a fissare tristemente i vasi vuoti. Paco estrae una bustina con un nocciolo di fumo dalla tasca dei pantaloni. "Su Masa, sii un po' zen. Sei giapponese in fondo. Una fumatina ti tirerebbe su?" Con un pallido e riconoscente sorriso, Masa annuisce.

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