COP21 - rosso di sera, bel tempo non si spera

Si sa, a lamentarsi del tempo son tutti capaci. Quest’inverno è il turno di “c’è la nebbia e non piove da mesi”, l’estate scorsa faceva troppo caldo, quella prima ha piovuto troppo. Anche noi nel nostro piccolo, quindi, abbiamo una sorta di attenzione vagamente polemica rispetto al meteo.

Non certo per questo, tuttavia, a Parigi da due settimane i rappresentanti di 195 Paesi hanno preso parte alla COP, il ventunesimo summit dell’Onu sul clima. Dal 30 novembre al 12 dicembre si è infatti discusso a lungo sulla situazione ambientale mondiale, per volere di che altro non è che un accordo, nato a Rio de Janeiro nel 1992, durante la Conferenza sull’Ambiente e sullo Sviluppo delle Nazioni Unite, meglio nota come il Summit della Terra, che ha visto la fondazione di un trattato ambientale internazionale, l’UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change).

Benché dal 1992 ad oggi si siano tenuti varie conferenze sul tema per aggiornare costantemente questo trattato, quella forse maggiormente ricordata dall’opinione pubblica risale al 1997 che ha portato alla stesura del Protocollo di Kyoto. Purtroppo però, anche se a Kyoto si erano finalmente raggiunti degli accordi legalmente vincolanti, durante gli anni successivi alcune grandi potenze (una fra tutte gli States di Al Gore) si chiamarono fuori, facendo saltare in pratica ogni accordo.
Anno dopo anno si è cercato quindi di fare un passo alla volta, per mettere tutti d’accordo, ancora una volta, ahimè, più politicamente che eticamente.

Ma venendo a quest’ultimo summit, che tutti già acclamano come rivoluzionario poiché l’accordo, firmato sabato 12 dicembre, vede appunto l’approvazione (perlomeno su carta) di una fetta di nazioni responsabili del 96% delle emissioni globali di CO2. Un dato importante rispetto a Kyoto: allora i paesi impegnati rappresentavano solo il 12% di quelli chiamati in causa.

Entrando nei dettagli, tuttavia, non posso fare a meno di notare che, seppur a soli due giorni dalla chiusura del summit, non sembra proprio ci sia da cantar vittoria. Non essendo una esperta di clima né una fisica affermata, potete prendere le mie affermazioni come approssimative, tuttavia mi sento in dovere di spendere due parole in risposta a ciò che i media presentano come una vera e propria vittoria contro il clima.

Ecco dunque i “punti salienti” dell’esito del summit.

Riscaldamento globale: vi è l'obiettivo di bloccare la crescita della temperatura al di sotto dei 2 gradi rispetto ai livelli pre-industriali, con l'impegno a portare avanti sforzi per limitare l'aumento di temperatura a 1,5 gradi.
Tutto bellissimo, ci salveremo dall’era della fossilizzazione da molti profetizzata, ci resteranno riserve idriche e le nevi perenni smetteranno di sciogliersi. A parte che evidentemente si sono dimenticati di un dettaglio, ovvero che la riduzione di 1,5° non è in percentuale, ergo è una inezia. Inoltre, come la mettiamo con la Cina, dove a Pechino la concentrazioni di particelle sottili ha superato di oltre 30 volte la soglia di allarme dell'OMS, annuncia che inizierà a ridurre solo dal 2030?

Obiettivo a lungo termine sulle emissioni: i Paesi devono mobilitarsi per raggiungere il picco delle emissioni di gas serra il più presto possibile, poi da lì si impegnino a ridurle rapidamente rapide per arrivare alla fine ad un equilibrio tra le emissioni da attività umane e le rimozioni di gas serra dal 2050.
Ok qui forse la commissione ha preso atto dell’impossibilità di molti Paesi di fare “tutto e subito”. Ma se prendiamo l'India, che non ha alcuna intenzione di rinunciare al carbone (e ha i suoi buoni motivi), e quelle Nazioni che - per ovvie finalità politiche - grazie a gas e petrolio hanno costruito tutto il loro potere e la loro ricchezza?

Impegni nazionali e revisione: tutti i Paesi dovranno preparare, comunicare e mantenere degli impegni definiti a livello nazionale, con revisioni regolari, che siano rappresentativi di un impegno e di un progresso rispetto al passato. Serve insomma un aumento delle ambizioni. La prima revisione dei Paesi “in ritardo” avverrà nel 2020, poi avrà cadenza quinquennale.
Qui la critica è breve: volete davvero far credere che Paesi come Turchia, Ucraina o la Repubblica Ceca abbiano del tempo per interrompere tutti i casini politici ed economici che hanno tra le mani per mettersi a stilare un piano di riduzione delle emissioni?

Loss and damage: finalmente i fondi. Destinati ai Paesi troppo in crisi per affrontare i cambiamenti irreversibili, che hanno notevoli difficoltà ad adattarsi alle normative. È stata quindi ribadita l'importanza di interventi economici perincrementare la comprensione e favorirne l'azione e il supporto di tali Paesi. Con una piccola nota in calce: non può essere usato come base per alcuna responsabilità giuridica o compensazione.
Già inserire una postilla su un articolo del trattato di carattere economico è a mio avviso un tantino da “paraculi”. Inoltre, come potremmo chiudere gli occhi di fronte al fatto che questi fantomatici fondi non crescono sugli alberi, anzi verosimilmente sono semplicemente figli di quel petrolio di cui si accennava prima? Però potrei sbagliarmi, magari davvero con la riduzione di CO2 inizieranno davvero a crescere alberi di banconote.

Finanziamenti: ovvero chi deve dare i soldi. È stato chiesto ai Paesi sviluppati di fornire risorse finanziarie per assistere quelli in via di sviluppo, in linea con i loro attuali obblighi decretati dall’ONU. Queste Nazioni sono invitate a stabilire una roadmap concreta per raggiungere l'obiettivo di fornire insieme 100 miliardi di dollari l'anno da qui al 2020.
Giusto dimenticavo, la fame nel mondo e il livello di povertà dei Paesi in via di sviluppo, problemi forse più antichi del surriscaldamento globale, hanno trovato sempre appoggio dalle potenze del G8. Non a caso non dimentichiamo che, lo scorso giugno durante il quarantunesimo incontro, la Merkel ha dichiarato: “tutti tranquilli, il problema è risolto”.

Trasparenza: per creare una fiducia reciproca e promuovere l'attivazione di tutti i sottoscriventi è consigliato un sistema di trasparenza ampliato, con elementi di flessibilità che tengano conto delle diverse capacità.
E qui si spara proprio a zero: cari miei, volete davvero farmi credere che la parola “trasparenza”, alla luce di quanto sta accadendo sul fronte politico ed economico globale negli ultimi vent’anni, abbia ancora un significato?

Per correttezza comunque potete farvi una vostra idea consultando l’intero testo su questa pagina dell’UNFCCC dedicata.

Ho volutamente evitato di intromettermi in questioni altrettanto importanti come i vari movimenti di protesta, le polemiche nazionali e internazionali mosse da ricercatori e comuni cittadini e, non da ultimo, di addentrarmi troppo in questioni politiche ed economiche che, sempre a parere personale, purtroppo impediranno questa inversione di tendenza nella distruzione del nostro pianeta.

 

Ci tengo solo a ricordare che, poco prima del summit, il 5 novembre 2015 in Brasile c’è stato il più grande disastro ambientale della storia: sulle sponde del Rio Doce le dighe di una ditta privata, colme di liquidi di scarto industriale, hanno ceduto, riversando nelle acque 60 milioni di metri cubi di sostanze inquinanti. Fanghi ferrosi contaminati da arsenico, piombo, cromo ed altri metalli pesanti hanno invaso la città di Mariana, continuando fino alla foce: acqua, terreni circostanti, foreste, aree protette, campi agricoli, case inondate da fango tossico. Le rive del Rio appaiono disboscate, i fondali pieni di sedimenti. E il tutto si è riversato nell’Oceano Atlantico, dove sta mettendo a rischio l’intero ecosistema delle zone colpite.

In conclusione, potranno anche 195 teste mettersi a discutere di surriscaldamento, gas serra e CO2, ma purtroppo il Mondo, come anche l’Italia, ha forse questioni ambientali più urgenti da affrontare.

 

Per ogni dettaglio su cos’è la COP21 rimando al sito di ONU Italia.

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