Cosa fareste se...?

Cosa fareste se un giorno vi svegliaste, e, guardandovi intorno,  vedeste una realtà che non vi appartiene?

Se l’azienda per cui lavorate stesse attraversando un brutto periodo e non vi fornisse alcuna garanzia per il futuro?

Se non aveste moglie, figli o qualsivoglia altro vincolo che vi incatenasse a quella realtà?

E se, oltre tutto questo, negli anni foste riusciti anche ad accumulare qualche risparmio, come vi comportereste?

A 28 anni, dopo essermi posto tutte queste domande, sono riuscito a trovare la mia risposta.

La risposta è: basta! Non posso continuare a fingere di vivere una vita perfetta, devo cominciare a lavorare per renderla tale.

Questo, come tutte le decisioni, comporta delle azioni talvolta drastiche, che possono portare molto lontano da casa, come, ad esempio, in Vietnam.

Ma non si può partire e basta, anzi, le procedure sono lunghe ed emotivamente dolorose: bisogna prima lasciare un lavoro che ti ha dato molto, salutare dei colleghi a cui hai voluto bene, ringraziare tutti coloro che ti hanno dato una possibilità e successivamente sostenuto durante sette lunghi anni.

Durante questo periodo però si ha molto tempo per riflettere, le lunghe notti insonni danno ampio spazio ai pensieri, partendo da quelli felici fino ad arrivare a quelli più tristi e cupi, che portano a riconsiderare le scelte, dicono di fare un passo indietro, che tutto questo è un sogno stupido che deve tornare nel cassetto da cui è uscito e lì rimanere per sempre.

L’uso di un robusto bastone emotivo per allontanare le paranoie, però, aiuta a tornare sui binari prefissati, a rinvigorire la fiducia in sé stessi e nelle proprie scelte e, se la fortuna assiste, anche a chiudere gli occhi dieci/quindici minuti prima che suoni la sveglia.

Il secondo inevitabile passaggio è puramente tecnico. Acquistare uno zaino e tutto ciò che occorre per riempirlo sembra facile quando il prospetto è di sette o quindici giorni, ma quando la data di ritorno è “da destinarsi” le cose possono farsi tragiche.

Caldo? Freddo? Scarpe sì, ma quali e quante? Oddio no, la borraccia magenta non si intona affatto con il cappello di lana. Insomma il dramma è sempre in agguato e bisogna farsi forza per superarlo!

Le formalità come biglietto aereo e visto sono l’ultimo intermezzo prima della parte peggiore di tutte: i saluti.

Il problema del viaggiatore a tempo indeterminato è proprio questo, ciò che si lascia alle spalle.

Inizia una sequela infinita di “ultimi” pranzi con i parenti, feste con gli amici, carezze al proprio gatto, perché tutti vogliono abbracciarti ancora una volta e si vuole prendere da ognuno di loro un pezzettino da chiudere nello zaino e portare con sé, per sentire che non si è mai da soli, per superare gli inevitabili momenti difficili e qualsiasi tristezza passeggera.

Finito questo il resto è una passeggiata. Basta prendere un volo di 15 ore per Hanoi, comprare una moto, passare il primo mese sulle strade vietnamite e i successivi 11 (o chi sa quanti) tra Asia, Sudamerica e ovunque il naso e l’immaginazione possano voler decidere.

Semplice no?

E voi, al mio posto, cosa fareste?