COUCHSURFING IN PALESTINA

Di solito preferisco gli ostelli, perché in ostello ho la possibilità di conoscere più persone, scambiare storie, arricchire le mie esperienze. Ma in Israele, dopo due mesi di lavoro in kibbutz, decido di provare il couchsurfing. La mia prima tappa è Gerusalemme, dove trovo facilmente un ragazzo che mi ospita. Nel frattempo, un utente di mezza età mi invita a casa sua, "una specie di hotel, ma gratuito", vicino a Betlemme, in Palestina, e improvvisamente mi prende la voglia di attraversare uno dei confini più controversi e problematici del mondo.

Passare il confine è molto più semplice di quanto mi aspettassi: niente domande, niente interrogatori, in un attimo sono dall'altra parte della barricata. Betlemme è calda e affollata e la gente mi guarda con una curiosità quasi sfacciata, mentre aspetto che l'uomo venga a prendermi come concordato. Alcuni tassisti mi offrono il loro servizio ad un prezzo decisamente spropositato, ma rifiuto diplomaticamente. I tassisti mi parlano amichevolmente e rimangono con me fino a quando una macchina nera si ferma davanti a noi. L'uomo che scende dall'auto ha circa quarantacinque anni, è alto e molto magro, la sua pelle è di un colore bronzato. "Casa mia è in un campo palestinese", mi spiega. "Dobbiamo uscire dalla Palestina ed entrare in Israele per arrivarci". Strada facendo, noto diverse pattuglie di giovani soldati israeliani armati, che osservano con attenzione ogni veicolo che passa.

Il villaggio in cui vive Mohammed è completamente diverso da Israele: centinaia di baracche si ammassano le une sulle altre, l'aria è imprigionata in un nido bollente e frenetico di strade non asfaltate, ovunque scorgo rovine abbandonate. La casa di Mohammed, all'interno, è abbastanza spaziosa e accogliente, certamente troppo piccola per la sua numerosissima famiglia, ma non troppo diversa da un tipico appartamento occidentale. Ho l'impressione, però, che la sua situazione economica sia più agiata di molte altre nella zona. Nel salotto tre dei suoi sette figli, gravemente disabili, si contorcono sul tappeto emettendo grida sofferenti che tutti ignorano ma che mettono a me un insopportabile disagio: in loro vedo tre anime perdute che cercano di arrampicarsi con una fatica ottusa e disperata su stridenti architetture di carne, scivolando all'infinito in un abisso inarticolato.

Mohammed mi accompagna nella mia stanza, forse la più ampia della casa, si siede con me e accende una sigaretta dietro l'altra. "Vorrei visitare un po' il campo", dico. L'uomo esita. "Ma perché? Non c'è niente". "Vorrei visitarlo lo stesso". Mohammed chiama uno dei suoi figli non disabili, un vivacissimo bambino sugli otto anni, e gli sussurra qualcosa in arabo. Il bambino mi prende per mano. "I and you visit here", dice in un inglese incerto.

Il bambino ed io usciamo. Quasi subito percepisco, da parte delle tante persone che incrociamo per strada, una curiosità ostile e malfidente. Le donne mi evitano, gli uomini mi rivolgono sorrisi maliziosi. Alcuni bambini mi salutano in ebraico. Il figlio di Mohammed ribatte in arabo che sono italiana, non israeliana. Un altro bambino prende a pugni la mia giovanissima guida, e prima che io abbia il tempo di reagire alcuni uomini separano i litiganti. "Sorry", mormora uno di loro con uno sguardo timido, forse l'unico sguardo genuino e sincero che sento intorno a me.

Ad un certo punto alcuni ragazzini si uniscono a noi. Il figlio di Mohammed cerca di allontanarli a malo modo, come fa del resto con chiunque tenti di avvicinarmisi, ma i bambini non demordono. Alla fine accetta con rassegnata indifferenza che ci seguano.

In fondo ad una lunga strada impolverata il bambino saluta affettuosamente un adulto che evidentemente conosce bene, e di cui si fida. Ma l'uomo comincia a parlare nervosamente e a gesticolare, come se lo stesse avvertendo di un pericolo. Improvvisamente tutti i bambini cominciano a correre nella direzione opposta. Una ragazzina di circa dieci anni mi prende per mano e mi scuote. "Run!", grida in inglese. Prima che io abbia il tempo di capire cosa sta succedendo, i bambini mi spingono con forza nella prima casa in cui ci imbattiamo e chiudono la porta. Dentro, una famiglia che sta prendendo il tè ci fissa con curiosità, senza dire nulla. Per un attimo mi sfiora addirittura l'inquietante sospetto che mi stiano rapendo. Dopo qualche minuto, però, i bambini aprono la porta, osservano circospetti la strada e mi fanno uscire.

"Let's go home", dico alla mia guida che, senza fare domande, mi conduce a casa. D'un tratto mi rendo conto che i miei lineamenti caucasici potrebbero facilmente farmi passare per una spia israeliana in questo posto totalmente ignorato dai turisti, e che questo equivoco potrebbe significare per me una sicura e immediata condanna a morte nel migliore dei casi, una lenta e terribile tortura nel peggiore.

A casa trovo Mohammed seduto nella mia stanza, che mi offre sigarette e tè zuccherato. Sullo schermo del suo portatile vedo foto amatoriali di ragazze occidentali completamente nude, sicuramente scattate da lui. Credo che il messaggio sia chiaro. Faccio finta di nulla. "Questo è il mio ultimo viaggio prima del matrimonio", mento con disinvoltura. "In Italia le donne devono arrivare vergini al matrimonio, altrimenti sono disonorate, lo sai?" Mohammed fa sparire subito le foto delle ragazze nude. Per il resto della serata parliamo di Israele e della Palestina. Mohammed esprime rancore, io gli riferisco quello che mi hanno detto gli israeliani: che non ce l'hanno con i palestinesi, hanno solo una tremenda paura di loro, come di tutto il resto del mondo, e per questo cercano di dominarli, con tutti gli abusi che ne derivano. Mohammed riflette e dice che gli piacerebbe conoscere un israeliano per convincerlo che non c'è da avere paura dei palestinesi, e che nemmeno i palestinesi, alla fine, ce l'hanno con gli israeliani in quanto tali, quindi gli israeliani dovrebbero lasciarli in pace.

Quando torno in Israele, il giorno dopo, sono sollevata, forse anche sorpresa, di poter riattraversare il confine senza altri problemi. Tutti gli israeliani che incontro mi chiedono incuriositi com'è la Palestina, visto che loro non hanno il permesso di entrarci, e soprattutto se è davvero così povera e miserabile come dicono i media. Rispondere a questa domanda non è affatto semplice.

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