Crimson Peak e Del Toro: tra fotografia e flat characters

“Chi ha dato la green card a questo figlio di p*****a?” ha esclamato Sean Penn, felice per la vittoria di Alejandro Inarritu agli ultimi oscar. Una frase che, come sempre, ha provocato polemiche a dir poco assurde intorno all’attore, il quale ha con ironia scherzato sulle radici messicane dell’ amico regista che l’aveva diretto nell’acclamato 21 Grams/21 Grammi..
Polemiche esagerate, polemiche esasperate in pieno stile U.S.A, che a riascoltarle portano involontariamente a riflettere sull’importanza che il cinema messicano ha nel nuovo panorama industriale, perché proprio dalla discussa terra nel Sud America sono nati autori che, recentemente, hanno costruito parte della fortuna cinematografica statunitense.
La storia del cinema hollywoodiano degli ultimi anni è infatti segnata indelebilmente da tre grandi registi provenienti proprio dalla terra di Pancho Villa, autori di una piccola rivoluzione artistica per il proprio paese: Alfonso Cuaròn, Alejandro Gonzales Inarritu e Guillermo del Toro.
Tre registi che sembrano condividere solo le radici geografiche e le ambizioni registiche, praticando un cinema agli antipodi, ma che si sono resi artefici di un riuscitissimo esperimento, tramite la creazione della casa di produzione cinematografica “Cha Cha Cha”, un valido strumento per internazionalizzare il prodotto messicano, che già vantava firme importanti come Robert Rodriguez (odiernamente) o il Gran Maestro del cinema surrealista Luis Bunuel, uno dei più grandi autori dalla fine degli anni ’20 all’inizio del nuovo millennio.
Prima Cuaròn e poi Inarritu hanno compiuto un percorso magniloquente, basato su pellicole eterogenee: Harry Potter e il prigioniero di Azkaban, I figli degli uomini e La piccola principessa per il primo, Amores Perros, Babel e “Biutiful” per il secondo; film che hanno composto quel puzzle che è il percorso dei due cineasti prima che si aggiudicassero l’oscar per miglior regia: nell’edizione degli academy 2014 per Cuaròn, con Gravity, e nell’edizione 2015 per Innaritu con Birdman.
Ma se il cinema “del sombrero” è stato nobilitato dai riconoscimenti ottenuti da questi due grandi autori, è altrettanto vero che il regista più conosciuto dal grande pubblico, capace di creare ottimi successi al botteghino e fenomeni di massa, è stato Guillermo del Toro. Un regista visionario e moderno, in grado di costruire fiabe dal tono cupo e horror delicati, con la rara abilità di rappresentare tutte le sfaccettature del proprio immaginario per mezzo di ricerca e analisi dettagliata su ogni inquadratura, sempre composte con meticolosità e dovizia di particolari.
Con prodotti fruibili da un pubblico mainstream, sia dal punto di vista visivo che della confezione, e senza mai abbassare la qualità estetica complessiva, l’oculatezza della regia e la fantasiosità delle sceneggiature (eccezion fatta per il pessimo screenplay di Don't be afraid of the dark/Non avere paura del buio di Troy Nixey) Del Toro ha modellato i mostri più inquietanti mai visti sullo schermo negli ultimi decenni. Dalle movenze medievali del protagonista/antagonista ne “Il Labirinto del Fauno”, all’imponenza fluo dei Kaiju di Pacific Rim, senza dimenticare i vari personaggi, oggetti o villains di Hellboy, Mama/La madre e Cronos, sua opera prima.
I film di Del Toro si caratterizzano per una scelta delle immagini e della disposizione degli oggetti nello spazio raffinata ed elegante e per una fotografia sognante che, sotto indicazione del regista, si basa quasi sempre sulla contrapposizione di colori complementari, giallo/blu in particolar modo.
Luci psichedeliche, oggetti inusuali e costumi sinuosi ad accompagnare le movenze corporali dei mostri, dei fantasmi, delle fate ecc. ( chi potrà mai dimenticare il guardiano con gli occhi sulle mani de Il Labirinto del Fauno e la scena dell’autopsia nella serie tv The Strain, ideata e prodotta da Del Toro stesso) dal character design a volte articolato e mastodontico altre semplice e minimale.
Tutte queste componenti fungono da fondamenta per le importanti qualità di un autore che vede nella creazione di mondi e di atmosfere la condizione essenziale di ogni sua fatica, e che si riversano insieme nell’aspetto visivo di Crimson Peak, horror gotico che si inserisce parallelamente alla tradizione letteraria britannica di The turn of the screw/Il giro di vite di Henry James e il  Frankestein di Mary Shelley.
Le ambientazioni sono incredibilmente suggestive, i colori (con il rosso e il bianco favoriti in questa pellicola rispetto al giallo e blu) dosati alla perfezione, sbiaditi nei momenti di calma e saturi in quelli più concitati (il rosso del fantasma è ai limiti dell’angosciante), I costumi sembrano cuciti alla perfezione sopra i protagonisti, anche se agli oscar nulla potranno contro l’esagerazione targata swarosky di Cinderella/Cenerentola di Kenneth Brannagh. I coccoloni sono ben dosati e non eccessivi, una scelta importante se si cerca di suscitare una sensazione continua e penetrante.

Creamson Peak sembra rinchiudere tutti gli intenti artistici del regista: dall’amore per la fiabe e i romanzi gotici, passando per la fotografia ricercata e l’uso significativo dei colori, fino alla passione per letteratura e graphic novel. Ma come contenitore di pregi e tocchi stilistici, esso ci mostra le due facce di Del Toro, portando a galla anche i suoi più irrimediabili difetti, che prendono corpo nella stesura dei dialoghi e nella caratterizzazione dei personaggi. La laconicità di Tom Hiddelston, ricorda la piattezza dei vari protagonisti/antagonisti di Pacific Rim, El Labirinto del Fauno/Il Labirinto del Fauno, Cronos ecc; Mia Wasikowska sembra intrappolata nei ruoli malinconici e depressi affidatigli da Park Chan Wook prima e da Cronenberg poi e Jessica Chastain non riesce mai a mostrare una reale furia omicida.
Dei personaggi mai veramente combattuti (e patetici quando sembrano esserlo), tipici di una caratterizzazione “flat” che nulla ha a che vedere con quella attuata da Charles Dickens; personaggi che sembrano essere validi e ben inseriti in contesti come Pacific Rim o Hellboy, dove la logica dominante è quella del testosterone, ma che non possono esistere e coesistere negli horror pensati dal regista messicano, in particolare in un film che si propone di trattare l’incombenza del passato e l’incertezza relazionale, dove sarebbe richiesta una maggior introspezione psicologica e una caratterizzazione dei personaggi pienamente “round” e sfaccettata.
Un difetto non da poco che sposta l’attenzione dello spettatore da alcuni botta e risposta improbabili e affermazioni grottesche (anche se il doppiaggio italiano potrebbe essere la causa di tale oscenità, ahimè, la veicolazione di film in lingua originale nei nostri cinema è affetta da bradicardia) alla ricezione, a volte meramente fisica, dell’aspetto visivo, della patina superficiale e più immediata, che rende alcuni film di Del Toro adorabili ad una prima visione ma stucchevoli alla seconda, quando invece la superficie lascerebbe presagire la possibilità di veri capolavori da parte di un regista del quale ancora si attende il vero salto di categoria.

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