David di Donatello 2016: Cattelan e la tv di ampio respiro

Quando Paolo Ruffini decise malauguratamente di definire Sophia Loren "topa meravigliosa" all’edizione dei David di Donatello del 2014, il mondo della cultura si fermò.
Vergogna! Oscenità! Si gridava indignati.
E per carità: di vergogna si è trattato. Di oscenità si è trattato.
Redarguito ironicamente dal conterraneo Paolo Virzì, corretto da Marco Bellocchio, letteralmente sbeffeggiato da un eccezionale Valerio Mastrandrea, il conduttore toscano è stato messo alla gogna pubblica e mediatica, sotterrato da critiche di ogni genere, per l’accento, il lessico, la presenza. Insomma, per essere comprensibilmente Paolo Ruffini.

Ciò che quotidiani, blog e siti avevano però più volte dimenticato di scrivere è che Paolo Ruffini è Paolo Ruffini (purtroppo) e, nonostante nessuno senta il bisogno della sua presenza in nessun tipo di ambiente, (culturale, ecclesiastico, scolastico, musicale, di ristorazione ecc.) egli non può far altro che vendere il suo prodotto, che ha tra le altre cose ottenuto numerosi riconoscimenti e, quindi, qualche merito lo avrà.
Le colpe di tale disastro sono da ricercare altrove. Le colpe sono da ricercare in chi (la Rai) ha nominato un conduttore completamente fuori contesto, visibilmente imbarazzato e osteggiato per tutta la serata. E di cosa ci si dovrebbe mai sorprendere? Paolo Ruffini col cinema, e più in generale con il buongusto, ha la stessa comunanza che Tea Falco ha con la corretta dizione.

Quest’anno la storia è stata diversa. E’ una storia diversa perché parla di una visione globale. Parla di cinema e televisione. Parla di cultura e intrattenimento. E’ diversa perché l’edizione 2016 dei David di Donatello è stata trasmessa da Sky e, è triste ammetterlo poiché si auspicherebbe maggior qualità da un Servizio Pubblico nazionale, la filiale italiana dell’emittente di Murdoch dimostra ogni giorno di più superbe capacità nella confezione dei prodotti, nelle tecniche di distribuzione, nella qualità delle produzioni. Boris, Gomorra, Romanzo Criminale tra le serie tv. X Factor e Masterchef tra i factual/talent shows. Lo sport è più spettacolare. Il cinema è più spettacolare. Il David di Donatello è più spettacolare.
Lo ricorda al pubblico Michele Placido dopo aver consegnato il premio per Miglior Regista Esordiente a Gabriele Mainetti per Lo chiamavano Jeeg Robot; ce lo ricordano le comparsate di Gianni Canova e Francesco Castelnuovo, volti oramai della cultura popolare cinematografica targata Sky Cinema. Ce lo ricordano un nome e un cognome: Alessandro Cattelan.
Il conduttore reso famoso da X Factor e autore di un innovativo (per l’Italia) late show di ispirazione statunitense E poi c’è Cattelan, è manna dal cielo per tutto il panorama nostrano. Professionale ed ironico, adattabile ad ogni contesto, mai sopra le righe e mai noioso. Banalmente perfetto. Impeccabile.
Con la sua figura Sky Italia ricorda e rinnova un modo sano di fare televisione, dove l’intrattenimento può essere unito alla qualità senza che nessuna delle due componenti venga inficiata dall’altra. Dove divertimento non vuol dire vuotezza di contenuti. Dove ricchezza di contenuti non vuol dire noia.
Lo stesso conduttore sembra racchiudere nella sua versatilità i nuclei del cinema intero, post-prodotti con giacchette fluorescenti tipicamente televisive.
Cattelan è attore e sceneggiatore nel momento in cui interpreta attivamente il suo ruolo in ogni aspetto (recitando nei video con i The Jackal, preparando differenti gag), e portando la produzione a modellare lo show non solo con lui, ma su di lui, sulle sue caratteristiche (uno show veloce, ironico, tendenzialmente abbastanza statico ma con picchi di interesse a cui non corrispondono delle decrescite).
Cattelan è voice-over, e non lo è solo nel suo spiegare i meccanismi della premiazione, lo è letteralmente, come nella gag in cui dimentica il microfono acceso nel tornare dietro le quinte per disturbare la presentazione di Francesco Pannofino.
Cattelan è regista, perché conduce, trasforma, cita, studia e sembra assumersi passivamente, in maniera genuina e naturale, l’intera riuscita dello show, conscio delle sue doti e di come dire una cosa, quando dirla e soprattutto quando non dirla.
Giusto il plauso, nonostante non tutto scorra senza intoppi, e alcune scelte andrebbero riviste per migliorare il prodotto, ma questa è una legge inviolabile delle prime volte. Se la scelta di allestire un piccolo red carpet è positiva e ben riuscita, perfetto prequel di una delle edizioni più floride dal punto di vista tecnico degli ultimi anni di David di Donatello, grazie a numerose pellicole di qualità sottomesse al giudizio dell’Accademy, alcune battute da parte dei presentatori e un’eccessiva enfasi mimica nel leggere i gobbi hanno rallentato le operazioni (oltre all’estetica indelicata che si instaura nel vedere gli occhi sgranati di Valeria Golino nella lettura del gobbo), rendendo così qualche frazione dello show leggermente stucchevole.

Ma lo spettacolo è stato indiscutibilmente di ottima fattura, costruito su una base internazionale che vede nelle collaborazioni tra i The Jackal, Sorrentino e lo stesso Cattelan il suo momento più alto, con delle piccole clip che hanno trasformato la cerimonia in una leggera celebrazione del nostro cinema, essenziale soprattutto se messa a confronto delle edizioni degli ultimi anni.
La produzione ha inoltre il merito di aver reso accettabili il pessimo tempismo comico di molte comparse e facilmente dimenticabili i banali ringraziamenti di attori e registi, che potrebbero tranquillamente essere eliminati per velocizzare il tutto, vista la scarsa significatività di riferimenti e ossequi. Una serie di parole inutili e ostinatamente banali che ogni anno e in tutto il mondo (gli oscar non sono mai stati da meno) investono ogni premiazione cinematografica. Inevitabili certo. Ma ogni anno più irritanti.
Anche qui, il ringraziamento a Bobo Vieri da parte di Cattelan è sembrato il più genuino di tutti.
Lo si aspetta dall’altra parte della barricata, dietro la macchina da presa.
Probabilmente può fare anche quello.

Per ora, ci si potrà accontentare di uno show ad ampio respiro.

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