DIMITRI E SIBERIA IN FAMIGLIA

L'inglese di Dimitri è meno che scolastico, quello di suo figlio forse è anche peggio, il mio russo è elementare, eppure passiamo lunghissime serate insieme nel salotto dell'ostello di Ulaanbaator bevendo tè e parlando. Un po' ricorriamo a frasi molto semplici e a gesti, un po' ci viene in aiuto la tecnologia: basta registrare una frase su Google e il programma la traduce immediatamente, con esiti bizzarri ed esilaranti a volte, ma nel complesso in maniera abbastanza comprensibile.

Il chiodo fisso di Dimitri sono i soldi: quasi tutte le sue domande vertono sul costo di vacanze, beni e lavoro nel nostro paese e nei paesi che abbiamo visitato, poi gli piace fare paragoni con il costo della vita nella sua nativa Siberia. Dato che i confronti gli sembrano tutti sfavorevoli, conclude ogni sua riflessione con una cinica e sarcastica frecciatina contro Putin e "he friends". Quando Claudio ed io gli diciamo che dopo la Mongolia abbiamo in programma di visitare Ulan Ude, la sua città, ci invita con entusiasmo a stare nell'appartamento vuoto che una volta occupava la sua anziana madre.

Ci viene a prendere di prima mattina alla stazione di Ulan Ude. Ordina due enormi e bollenti tazze di caffè americano, lasciandoci meno di cinque minuti per berle, e poi, con la sua consueta frenesia, ci trascina quasi di forza in macchina: "Small time, go, go!" è il suo motto. Per non perdere tempo, ha portato vestiti puliti per noi, in modo che ci prepariamo il più in fretta possibile, appena il tempo di una doccia veloce.

A casa sua, ci aspettano la moglie e la figlia con due fumanti ciotole di borsch e panna acida, carne e tè nero. "Go to Bajkal, go, small time!", esclama Dimitri appena abbiamo finito di ingurgitare il pranzo che ci è stato frettolosamente offerto. Come concordato a Ulaanbaator, abbiamo prenotato una stanza per il weekend in un villaggio sul Bajkal, il lago più pulito e profondo del mondo, a duecento chilometri da Ulan Ude. "You drink?", chiede Dimitri sventolando una bottiglia di whiskey e una di spumante. "Vodka bad in Russia. Vodka good in Finnland. We more good whiskey". La moglie annuisce mentre Dimitri infila le bottiglie nello zaino.

Un'interminabile foresta, spezzata dalla strada, ci separa dalla nostra destinazione. La moglie di Dimitri parla solo russo, offrendomi un'ottima opportunità di praticare questa lingua fatta di suoni legnosi che abbracciano vocali dolci e gocciolanti, una lingua che amo ma che non conosco ancora abbastanza. La figlia, ad ogni modo, mastica un inglese accettabile, rendendo meno faticosa la nostra comunicazione. Ora dopo ora, l'inglese di Dimitri migliora visibilmente.

Dopo aver lasciato i nostri bagagli nella stanza, andiamo al lago Bajkal. L'acqua è talmente gelida da mozzare il respiro. Claudio, Dimitri e la sua famiglia si gettano spensieratamente nel lago, mentre io mi immergo solo fino alle ginocchia: la mia pelle bianca e delicata è ancora provata dal sole della Mongolia e non oso spogliarmi. In spiaggia, russi orientali dagli occhi a mandorla e russi occidentali biondissimi pasteggiano e festeggiano insieme: a noi europei sembrano venire da paesi diametralmente opposti, eppure parlano la stessa lingua, eppure hanno la stessa cittadinanza.

La sera, dopo un pasto a base di riso, carne e whiskey, immergiamo i piedi nelle acque bollenti e nebbiose delle fonti termali. Intorno a noi anonime voci russe rispondono ad anonime ombre russe, e in quell'enorme germoglio di fumo caldo che ci avvolge le sagome altrui somigliano ad apparizioni spettrali e surrealiste, che suscitano pensieri quasi mistici.

Tornati al villaggio, Dimitri, Claudio ed io finiamo a piccoli sorsi la bottiglia di whiskey. La giovanissima receptionist si unisce a noi. "Da quando lavoro qui, siete i primi stranieri che incontro", ci informa con un inglese buono ma esitante. "Qui vengono solo russi. Non avevo mai visto degli italiani prima d'ora". Ci parla dei suoi studi, delle sue aspirazioni, dei suoi timori: l'alcool le scioglie la lingua, la rende più sincera e introspettiva.

Dopo Bajkal, trascorriamo un giorno e mezzo a Ulan Ude con Dimitri e la sua famiglia. Dimitri è poliziotto e sua moglie è medico e durante la giornata lavorano entrambi: mentre loro sono occupati, ne approfittiamo per esplorare lentamente la città, seguendo i nostri ritmi. La mattina della partenza, Dimitri ci porta in stazione e ci accompagna fin dentro al vagone. "Big man!", lo abbraccia Claudio con trasporto. "See you next time, man, come to Italy". "Italy far, big money, small time", borbotta Dimitri. "But maybe come", aggiunge. E' confortante abbracciare il suo grosso corpo caldo e muscoloso. I tratti del suo viso sono tesi ed emozionati: se ci saluta in modo tanto brusco è perché non vuole che vediamo i suoi appuntiti occhi orientali riempirsi di lacrime.

Quando il treno parte per Irkutsk, la nostra prossima destinazione, il volto sorridente di Dimitri ci guarda un momento, poi la sua figura imponente e frettolosa si allontana senza più voltarsi. Siamo gli unici stranieri nel treno. Nei volti di ognuno dei passeggeri che ci stanno accanto ci sembra di riconoscere un pezzo di Dimitri e della sua famiglia, e questo ci rassicura e ferisce nello stesso tempo. Ulan Ude evapora dietro di noi e la strada per San Pietroburgo è ancora così lunga.

Leave a reply

*