Il diritto di essere donna: inchiesta contro la violenza

Introduco l’argomento odierno con una considerazione personale. Ho notato che, alcuni di voi, quando vedono il mio nome associato ad una inchiesta nell’ambito della violenza e dei diritti delle donne, passano oltre. Questo incipit è a mio avviso necessario per presentare un problema molto serio e, purtroppo, ancora troppo diffuso sia in Italia che nel resto del mondo: la violenza, in qualsiasi sua forma, che molti uomini mettono in atto ogni giorno, anche più volte e senza rendersene conto nei confronti di chi, erroneamente, viene considerato il “sesso debole.
Ho utilizzato il presente, anche se vorrei poter dire che nel 2017 la figura femminile è riconosciuta come tale, ergo (almeno nel mondo occidentale) al pari di quella maschile,  siccome purtroppo, ancora oggi è comune imbattersi nell’espressione, utilizzata come perifrasi comune per indicare le donne in genere. Già da questa affermazione, prettamente discorsiva e letterale, capirete che ci stiamo per addentrare in una tematica molto difficile non solo da affrontare ma, soprattutto, da percepire nel modo corretto.

Il mese di agosto è stato agghiacciante, secondo i media, per tre casi di cronaca che hanno riportato i riflettori sulla violenza sessuale: partendo dal 28 luglio in cui una anziana, a Gioia del Colle (Bari), è stata violentata da un ventiseienne nella sua abitazione, passando poi al caso clou avvenuto a Rimini ai danni di una turista polacca l’11 agosto, aggredita da cinque giovani, dal branco, finendo poi con la notte del 6 settembre dove, a Firenze, due Carabinieri hanno abusato di due studentesse americane ad oggi ancora dibattuto.
Tutti casi che, all’apparenza, sono stati utilizzati dai media per creare scalpore e utilizzati seguendo il “trend” macabro del momento. Il punto tuttavia è che, seppur sembrino avvenimenti differenti tra loro, sia per le modalità, sia per i soggetti coinvolti (aggressori e vittime), hanno in comune una sola ed unica verità: la violenza sulle donne.
Lasciando poi la parola alla Dott.ssa Veronica Colaianni, approccio l’argomento riportando alcune nozioni della legge italiana in merito alla violenza sessuale, poiché spesso, vista la delicatezza dell’argomento, è meglio ripartire dalle basi per riuscire a proseguire nella lettura senza pregiudizi o pensieri confusi.

La violenza sessuale è un reato contro la persona disciplinato dagli art. 609 bis e segg. del codice penale italiano. L’art. 609 bis è suddiviso in due parti: il primo comma concerne la violenza sessuale per costrizione (quando mediante violenza, minaccia o abuso di potere e autorità il soggetto costringe la vittima ad atti sessuali passivi o attivi); il secondo comma tratta invece la violenza sessuale per induzione (l'abuso avviene in presenza di condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa, l'inganno con sostituzione di persona da intendersi come non una sostituzione fisica quanto una falsa attribuzione di generalità, status, qualifica e qualità personali, come ad esempio nel caso di soggetto che si finge medico).
Inoltre, nello specifico, dal 15 febbraio 1996, la materia è stata più correttamente inquadrata all'interno della categoria dei delitti contro la persona, precisamente quelli contro la libertà personale, ponendo finalmente in rilievo il carattere offensivo delle condotte punite nei confronti del bene giuridico della libertà sessuale (abbandonando finalmente i criteri legati alla moralità ed al buon costume).

Un ulteriore punto importante legato al reato di violenza sessuale è la fattispecie obiettiva: per chiarire cosa si intende per violenza sessuale riprendo una sentenza della Corte di Cassazione del 2016 : l’atto sessuale è da intendersi come la presenza necessaria del consenso durante l’intero arco del rapporto sessuale da parte della vittima senza interruzioni ed esitazioni o resistenze di sorta [...] anche una conclusione del rapporto sessuale, magari inizialmente voluto, ma proseguito con modalità sgradite o comunque non accettate dal partner, rientra a pieno titolo nel delitto di violenza sessuale.

Passando dunque ad esaminare più nel dettaglio i soggetti giuridici, e ne riparleremo con la Dott.ssa Colaianni, il soggetto attivo del reato può essere chiunque, senza distinzioni di genere, orientamento sessuale o altre caratteristiche personali, così come la vittima di abusi. Pertanto, in riferimento ai recenti fatti di cronaca (lo stupro di gruppo avvenuto a Rimini l’11 agosto, quello ai danni di un’anziana a Gioia del Colle a fine luglio e quanto accaduto a Firenze tra il 6 e il 7 settembre) la stampa nazionale ha nel primo caso sottolineato l’importanza del “branco” come soggetto unico, riportando poi alla luce il caso di Gioia Del Colle, cavalcando forse l’onda xenofoba, e chiudendo il tutto con l’evento di Firenze. Tre casi così differenti che, se in un primo momento potevano essere presentati dai media come una particolare situazione di disagio sociale, vista l’età, la provenienza e l’azione avvenuta appunto in branco, ad oggi questa trasversalità del soggetto attivo appare evidente agli occhi di tutti.

Nell’affrontare la tematica della violenza sessuale però si incorre in un grosso ostacolo, relativo ai dati forniti dalle denunce e quelli reali. Facendo anche solo una breve ricerca online, si legge che il numero complessivo dei reati a sfondo sessuale compiuti nel periodo compreso tra gennaio e luglio 2017 sono stati 2333, mentre la cifra sale di poco (2345) nello stesso periodo dell'anno scorso. Il punto è che questi dati sono stati forniti all'Adnkronos dal ministero dell'Interno e quindi fanno riferimento soltanto ai casi che sono stati effettivamente oggetto di denuncia alle forze dell’ordine. Rimane dunque tutto ciò che è "sommerso": i dati raccolti da tutti i Centri Antiviolenza e dai vari sondaggi in forma anonima, e tutti casi di violenza sessuale che non portano però il soggetto abusato alla denuncia alle forze dell’ordine (sulle motivazioni interverrà la Dott.ssa Colaianni). 
Come se non fosse sufficiente, durante l’ultimo convegno italiano in merito, “La violenza sulle donne: i dati e gli strumenti per la conoscenza statistica", tenutosi il 28 marzo 2017 presso la sede dell'Istat, sono stati sì presentati grafici sull’andamento delle violenze sessuali e delle violenze di gruppo, ma ritroviamo ancora una volta soltanto i numeri relativi alle denunce.
In merito già dal 1998 una rilevazione Istat, condotta in forma anonima su un campione di 20.064 donne tra i 14 e i 59 anni intervistate telefonicamente dimostrava che: solo l'1,3% dei tentativi di stupro e il 32% degli stupri subiti negli ultimi tre anni sono stati denunciati all'autorità giudiziaria. Ciò vuol dire che sono state 174mila le donne che hanno subito un tentativo e 14mila uno stupro, senza poi denunciare l'aggressore. Questo poiché spesso la violenza sessuale avviene tra le mura domestiche, e quindi il molti fattori relativi al rapporto con il partner portano il soggetto abusato a paura o persino alla minimizzazione dell’accaduto. Infatti “solo” il 21,7% degli stupri o dei tentati stupri è opera di estranei (la percentuale sale al 31,8% nelle grandi aree metropolitane) La violenza sessuale o il tentativo avviene nella maggior parte dei casi in luoghi considerati sicuri dalla vittima (29,9% in casa, il 10,5% in automobile, l'8,% sul luogo di lavoro). Al primo posto tra gli autori sono gli amici (23,5% dei casi) delle vittime, i conoscenti (17,7%), gli ex compagni (6,5%), parenti (8%).
Importante notare il dato relativo alle aggressioni in strada: la cifra scende a meno di 4.000 donne intervistate, nonostante spesso sia creduto e presentato dai media, come nei fatti di cronaca recenti, come il più frequente.   
Altro dato disarmante è quello relativo ai ricatti sessuali sul luogo di lavoro di cui sono vittime circa 728mila donne: secondo quanto emerge dall'indagine, si verifica al momento dell'assunzione (36,2%), per la progressione in carriera nell'ambito della pubblica amministrazione (30,5%). Ad oggi, quindi un decennio dopo, i dati raccolti non hanno subito variazioni significative.

Le indagini portano dunque alla luce due tra i fattori chiave che andremo ad approfondire con l’intervista: la trasversalità del fenomeno e le conseguenze psicologiche sulla vittima che, per una serie di motivi psichici, nella maggior parte dei casi non arriva a denunciare l’accaduto alle autorità competenti.

Interviene la Dott.ssa Veronica Colaianni, psicologa e psicoterapeuta. Lavora a Pistoia ed a Montecatini presso la Cooperativa Altramente. Offre attività di consulenza tecnica in ambito giuridico alle coppie e alle famiglie in fase di separazione, divorzio, affido dei minori, nonché in ambito di maltrattamento e abuso. Esperta in tematiche di genere: conduce seminari monografici rivolti a studenti e insegnanti del liceo e dell'Università e ha collaborato per oltre 5 anni per il Centro Antiviolenza della Provincia di Pistoia. Ama la musica ed sono appassionata di tango argentino.

Abbiamo accennato che, per la legge italiana, il soggetto attivo del reato di violenza sessuale può essere chiunque. Sotto quale luce bisogna interpretare questa asserzione?

È ormai noto che la violenza sulle donne e la violenza sessuale è trasversale a razza, cultura, età, ceto sociale. Questo non significa che ogni uomo è uno stupratore, ma che non esiste un violentatore “tipo”. Molte ricerche si sono interessate a valutare possibili correlazioni tra violenza verso le donne e caratteristiche dell’abusante, ma senza risultati significativi. Allo stesso modo non abbiamo la vittima “tipica”: ai centri antiviolenza ad esempio accedono donne italiane, straniere, diplomate, laureate, ricche, povere, giovani o meno giovani, impiegate o disoccupate. Questo non deve stupirci in quanto i numeri sulla violenza sono enormi: una donna su tre subisce una o più forme di  violenza nell’arco della sua vita e il fenomeno è largamente sommerso. Questo significa che allo stesso modo esiste un numero molto vasto di uomini che agiscono violenza e non è possibile individuare una tipologia specifica. Nella maggior parte dei casi si tratta di una persona che conosce la vittima ed è legato a lei da un vincolo sentimentale, presente o passato.  Meno  violenze  si consumano per strada da parte di sconosciuti (circa 4-5%) e anche in questo caso gli  abusanti possono essere di varia tipologia: possono agire in gruppo o da soli, essere ragazzi di buona famiglia oppure appartenenti alla microcriminalità, possono essere stupratori seriali o occasionali. Le ricerche hanno potuto individuare che la cultura di riferimento (di tipo maschilista-patriarcale ad esempio) e taluni tratti o disturbi di personalità (antisociale, paranoide, borderline etc.) possono essere fattori di rischio, ma che non spostano di un millimetro la responsabilità per atti gravissimi in grado di ledere profondamente il corpo e la psiche della vittima. Anche il consumo di alcool e droghe non è sufficiente a spiegare la violenza (non tutti i tossicodipendenti infatti agiscono violenza sulle donne) e nei casi in cui è presente è considerato un’aggravante del reato. Quello che sappiamo con certezza è che i comportamenti violenti sono egosintonici per il soggetto che agisce violenza e tendono ad essere reati con un’alta recidiva.  

Guardando i dati forniti dai Centri Antiviolenza e dalle varie interviste anonime e quelli relativi alle effettive denunce per molestia sessuale c’è una grande differenza. Inoltre, seppur da anni in Italia ci siano campagne attive contro la violenza sessuale e domestica, il numero di casi non è soggetto ad un calo evidente. Perché?

In Italia non è da molto che ci occupiamo di violenza sulle donne, ma i risultati si sono fatti sentire. Per esempio il dato secondo cui le denunce di violenze non accenna a diminuire, anzi semmai aumenta, va letto in modo positivo: sempre più donne decidono di ricorrere all’intervento delle forze dell’ordine e si affidano ai centri antiviolenza per uscire dalla violenza. Allo stesso modo anche lo stupro per strada oggi viene denunciato. Questo significa che stiamo costruendo una comunità accogliente, e che le donne si affidano sempre di più alle istituzioni certe che potrà esser fatta giustizia.
Tuttavia ancora molti di questi reati rimangono impuniti: la vergogna, il senso di solitudine, la confusione mentale ed i sintomi post-traumatici che seguono una aggressione rendono difficile per la donna sporgere denuncia. Subentrano molti sensi di colpa e paura di peggiorare la situazione o di subire nuove aggressioni da parte dell’uomo. Sono frequenti anche disturbi dissociativi e la memoria dell’evento riaffiora piano piano: sono i tipici “ricordi traumatici”, che la vittima spesso ha paura a far tornare alla mente. Lo stato di sofferenza è enorme.
È molto importante che anche i media contribuiscano a costruire una cultura della parità di genere, del rispetto per le donne e che diano informazioni veritiere: uscire dalla violenza si può, la legge punisce severamente questi reati, esistono enti e associazioni che se ne occupano e che forniscono assistenza legale e psicologica gratuita. Al contrario dare informazioni false, banalizzare il fenomeno, minimizzare le sue conseguenze, usare eufemismi (“rapstus”, “l’uomo ha ucciso per troppo amore” “era vestita in modo succinto”, “l’ha provocato” e così via), contribuiscono a giustificare l’aggressione e in modo indiretto colpevolizzano le vittime.
Per quanto riguarda le violenze di gruppo commesse tra adolescenti (e spesso riprese con il telefonino), non è infrequente sentir parlare di “bullismo” o “cyberbullismo” quando queste azioni sono chiaramente inquadrabili come reati a sfondo sessuale e perciò punibili per legge, anche quando l’autore del reato è minorenne.

Normalizzare il fenomeno porta quindi ad una sorta di consolidamento nella relazione tra la “vittima” e il “carnefice”. Come mai, a tuo avviso, per molte donne è così difficile passare dal racconto alla denuncia?

Come ho già detto, la paura, i sintomi post traumatici, e quel particolare intreccio tra la vergogna, il senso di colpa, il desiderio di dimenticare, la solitudine, il senso di incredulità per l’evento accaduto portano le donne a chiudersi in se stesse invece che cercare sostegno. A volte può proprio essere difficile parlare in quanto le violenze possono comportare ricoveri prolungati.
Spesso, quando l’aggressore è il fidanzato, il coniuge o l’ex, il legame affettivo con l’aggressore interviene nel ritardare o bypassare il momento della denuncia: la donna spera che l’uomo sia pentito, crede alle sue scuse o di essere in parte colpevole di quanto accaduto. Le adolescenti che subiscono violenze temono di non essere credute o capite dai propri genitori e quindi spesso non raccontano a nessuno di quanto accaduto. Possono anche temere che i genitori si arrabbino con loro.

Esiste secondo te un modo per far sì che, con il tempo, il fenomeno possa finalmente liberarsi di questa minimizzazione sociale, culturale e mediatica?

Molte cose sono già state fatte: si è parlato molto del fenomeno e sul piano giuridico la legge ha fatto di recente grandi passi avanti (legge 119/2013). Tuttavia molte cose restano ancora da fare.
Ad esempio i centri antiviolenza e i CAM (questi ultimi si occupano del trattamento degli autori di violenza) si reggono in Italia sul volontariato: questo significa che psicologhe, psicoterapeute, avvocate, assistenti sociali, personale cioè altamente qualificato, o è sottopagato oppure lavora come volontario. Questo ha delle conseguenze sul piano del servizio offerto e sulla possibilità di fare ricerca, formazione e prevenzione sul fenomeno. I centri antiviolenza non ricevono fondi o, quando ci sono, essi sono scarsissimi, tanto che sono costretti a chiudere. Il fatto che attualmente non abbiamo un ministro delle pari opportunità non mi sembra un fatto di poco conto. Un discorso importante inoltre andrebbe fatto rispetto al fenomeno migratorio: le donne migranti subiscono atroci violenze durante il lungo viaggio e spesso anche sul territorio italiano, nei nostri stessi centri di accoglienza. I recenti fatti di cronaca ci raccontano di uomini richiedenti asilo che si macchiano di stupri e violenze di gruppo, ai danni di donne italiane o straniere, a volte molto anziane: ho potuto osservare che si tende a minimizzare o tacere su questi avvenimenti per non fomentare il razzismo oppure al contrario ad enfatizzarli per strumentalizzazioni politiche.
In questo gioco di strumentalizzazioni rischiamo di dimenticarci delle vittime e di tutelarle.
Quello che aiuta è pensare le questioni di genere come elemento trasversale che riguarda tutti i settori: il lavoro, l’economia, la sanità, l’integrazione, il linguaggio dei media, l’istruzione, l’educazione alla salute e alla sessualità, la giurisprudenza, la sicurezza, le nuove tecnologie etc. Molto è stato fatto e molto resta da fare per la prevenzione e l’intervento in tema di violenza sulle donne.

 

Ritornando quindi al punto da cui siamo partiti, ossia i tre casi che hanno segnato l’ultimo mese e che rientrano quindi in quel 4% di violenza da parte di sconosciuti, possiamo ora notare come seppur siano stati affrontati dalla stampa e dai media come separati, in realtà sono proprio l’esempio lampante della trasversalità del fenomeno di cui abbiamo parlato fino ad ora. Non solo sono appunto una parte importante ma parziale del fenomeno della violenza sulle donne (che subiscono molto più frequentemente violenza entro le mura domestiche). I casi ci mostrano come non importa se gli aggressori siano italiani o stranieri, non giustifica il gesto una divisa o l’aver agito in branco, non conta l’età, il ceto sociale e quanto altro: abbiamo solo vittime (che hanno avuto il coraggio per denunciare) e autore di reato.

In chiusura però credo sia necessario fare altre due precisazioni in merito ai fatti di cronaca recente accennati all’inizio dell’inchiesta.
Innanzitutto, riferito dell’aggressione in spiaggia a Rimini, l’utilizzo alla leggera da parte dei media di parole come branco o bullismo è molto pericoloso. Nello specifico è sì stato un gruppo di adolescenti a compiere il reato ma agendo comunque come singoli soggetti. Infatti, sebbene in comitiva, ciascuno di loro non si è tirato indietro e, anzi, ha aiutato gli altri nel pestaggio del compagno e nella violenza successiva. Questo non può e non deve assolutamente passare come azione nata solo per via del branco: si parla di minori e di adolescenti, ed è vero che spesso la compagnia porti in parte il soggetto all’omologazione ma, quando si arriva a compiere un gesto simile, il singolo ha sempre la libertà e la lucidità per chiamarsi fuori se non addirittura denunciare gli altri. E lo stesso vale per il bullismo - di cui ho parlato frequentemente: usare il termine bullismo per raggruppare una serie di gesti più o meno violenti (a livello psicologico e fisico) nei confronti di coetanei, spesso porta alla minimizzazione di cui abbiamo parlato fino ad ora. Il rischio è quello che veri e propri atti di violenza ai danni della persona vengano letti come atti di prepotenza o, peggio,  “bravate adolescenziali” quando, in realtà, spesso sono come già detto parlando di revenge porn, reati penalmente perseguibili anche per un minore. Quindi, la forza del gruppo nei periodi di crescita è notevole, e spesso anche benevola (molti i casi in cui il gruppo aiuta il singolo ad uscire da problemi familiari etc.) ma non è certo da vedere come scusante in nessun caso di violazione della legge e dei diritti altrui.
Per quanto riguarda invece gli avvenimenti di Firenze, rimando ad un mio articolo sull’abuso di potere da parte delle Forze dell’Ordine, riportando le parole della Dott.ssa Colaianni:
Le ricerche hanno potuto individuare che la cultura di riferimento (di tipo maschilista-patriarcale ad esempio) e taluni tratti o disturbi di personalità (antisociale, paranoide, borderline etc.) possono essere fattori di rischio, ma che non spostano di un millimetro la responsabilità [...] sappiamo con certezza è che i comportamenti violenti sono egosintonici per il soggetto che agisce violenza e tendono ad essere reati con un’alta recidiva”.

Con queste parole, e con la speranza di poter approfondire in un’altra indagine gli abusi di potere, lascio a voi una riflessione su quanto, come detto in apertura, la figura della donna sia ancora oggi vista da molte persone come debole ed inferiore.

Concludendo, non mi resta che sottolineare l’importanza e l’urgenza di agire per interrompere il circolo della minimizzazione:
ragazze, mogli, donne, madri: facciamoci forza l’una con l’altra, impariamo a dare a noi stesse un valore che spesso anche la società stessa ci nega. Troviamo il coraggio di parlare, guardiamo dentro di noi per trovare il nostro valore assoluto, non arrendiamoci alle ingiustizie ed agli atti di potere che ci sminuiscono e ci portano alla paura. Sorprendiamo noi stesse scoprendo che denunciare si può, è un nostro diritto, è un nostro dovere anche nei confronti di chi magari non ha voce per farlo.
Perché il solo modo per uscire dal circolo vizioso della violenza è poter parlare, in un mondo che vi grida contro.

Rimando al sito Donne in rete contro la violenza dove potete trovare supporto e tutte le informazioni necessarie sui Centri Antiviolenza e sulle varie onlus e associazioni sul territorio nazionale.

E, se come disse la scrittrice Mary McCarthy: “nella violenza ci dimentichiamo chi siamo”, non è mai troppo tardi per chiedere una mano e ritrovarsi. E lì fuori ci sono un sacco di persone pronte a tendervi una mano, facendovi innanzitutto riprendere fiducia in voi stesse.

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