Dolore minimo di G. C. Vivinetto - Analisi tematica

Quando comprai Dolore minimo (edito da Interlinea) non sapevo propriamente che cosa aspettarmi ma fui subito incuriosito dal tema trattato e dalla struttura dell'opera. Il volume si configura infatti come una storia raccontata in versi. La vicenda narrata è quella dell'autrice e della sua transessualità, in particolare della sua transizione da uomo a donna. Ogni poesia prende in considerazione un aspetto della vita dell'autrice e, se lette una di seguito all'altra, danno vita ad un racconto coerente e coeso che contiene alcune delle numerosissime sfaccettature della condizione vissuta dalla Vivinetto.

Attraverso questa breve analisi non voglio soffermarmi sullo stile, sul ritmo o sugli aspetti più poetici della composizione che, a mio avviso, vanno esperiti attraverso la lettura, ma piuttosto sui nuclei tematici che mi hanno più colpito.

PRIMA PARTE

La prima parte del libro si chiama Cespugli d'infanzia e racchiude gli albori della vicenda. Giovanna nasce a Siracusa nel 1994. I primi componimenti raccontano di un contesto intriso di un'antica religiosità fatta di rituali e dogmi, ma anche di spensieratezza. Questa condizione di pace iniziale viene travolta e squassata improvvisamente da quella che l'autrice chiama "malattia" che inizia a farla sentire divisa e parziale, un'entità che si insinua "tra pelle e nervi". Fin da subito emerge quindi uno dei concetti chiave del volume: Cristina percepisce un secondo sé, una seconda persona all'interno del suo proprio corpo, che pian piano evolve e prende piede, e con la quale si instaura un dialogo.

Emerge qui anche un secondo nucleo tematico che, nonostante sia molto meno sviluppato rispetto a quello relativo al secondo sé, risulta cruciale: il ruolo del padre. Questa entità "striscia nelle stanze disabitate e incorrotte del corpo" e si innesta in uno spazio lasciato drasticamente vuoto dal padre della Vivinetto: "il rifiuto del padre, il rigetto della sua assenza, la sua voragine, la preponderanza del ruolo materno, l'ombra femminile troppo a lungo riflessa" sono il terreno dal quale nasce l'entità di cui parla Giovanna, quella donna che cerca di farsi spazio all'interno di un corpo maschile.

Da qui deriva il concetto che forse più di tutti mi ha affascinato: il corpo maschile inizia a configurarsi come l'involucro in cui cresce Giovanna, come se il corpo maschile portasse in grembo un nuovo essere umano. Ed è così che Giovanna diviene madre di se stessa ed è perfettamente consapevole che le due anime non possono convivere, ma che la prima deve morire e lasciar posto alla neonata che finalmente potrà godere di un'infanzia senza ombre.

Ovviamente il rapporto tra le due parti non è stato indolore:

All'inizio non ci piacemmo affatto.

[...]

Mi amavi ed io ti incolpavo il silenzio

- già sapevi che in quel silenzio

sarebbero germogliate

le verità più oscure. Più vere.

In tutto questo processo la madre della Vivinetto ricopre un ruolo molto positivo: sembra conoscere fin dal principio che cosa si nasconde in suo figlio e lo aiuta ad emergere ed evolvere, nonostante brevi sprazzi di nostalgia nei confronti del figlio perduto.

SECONDA PARTE

Arriviamo così alla seconda parte della raccolta: La traccia del passaggio. A diciannove anni avviene la ri-nascita. In un primo senso Giovanna nasce nuovamente. Dopo essere già stata partorita una prima volta dalla madre, stavolta viene partorita da un corpo maschile che non le appartiene. Tuttavia la rinascita si ha anche da un punto di vista esistenziale: Giovanna abbandona le sofferenze dettate da una convivenza forzata per iniziare una nuova vita. L'accettazione della "malattia" o della presenza del "mostro" è la chiave stessa per la resurrezione:

E quel mostro che in tanti anni

avevo allontanato, fu assai più

docile quando, abolite le catene,

lo presi infine per mano.

Giovanna capisce che la fonte della propria sofferenza sta proprio nel tentativo di mantenere una parte di sé oppressa nei meandri del proprio corpo, relegata nell'ombra. L'autrice infatti non lotta contro qualcosa di altro da sé, ma contro se stessa e per questo non c'è possibilità di vittoria. Dandogli invece spazio e modo di fuoriuscire, Giovanna risorge a se stessa e giunge ad affermare che

Solo ora comprendo,

a ventidue anni e un nuovo nome,

quanto male avrei fatto

a rinnegare l'antichissima voce

che mi ha fatto salva la vita.

Il nuovo sé dunque soverchia il vecchio e ne prende il posto: "lo spazio è troppo stretto per starci in due".

Questa evoluzione non è vista come una vittoria poiché entrambe le parti sono in realtà la stessa. Il rapporto tra il nuovo sé e il vecchio si configura, come scrive Alessandro Fo, come una sorta di "nostalgia carica di affetto con cui si guarda ad una persona cara perduta". Il legame tra le parti risulta ancora forte, ma la sorte ineluttabile della prima non permette più nessun tipo di dialogo con essa, della quale rimangono solo le cicatrici (la traccia del passaggio appunto). Più che di un'evoluzione dunque si può parlare di una cesura.

TERZA PARTE

L'opera prosegue descrivendo le ulteriori difficoltà attraversate dall'autrice dopo la rinascita, sia a livello pratico a causa del rapporto con gli altri, sia a livello esistenziale. Così si arriva alla terza parte della raccolta che dà il titolo alla raccolta stessa: Dolore minimo. In questa ultima parte vengono ripresi molti dei temi già affrontati e il cerchio si chiude.

Come mai il dolore, nonostante come abbiamo visto sia stato profondo e logorante, viene definito minimo dall'autrice? Quello che si evince dal testo è che tale dolore sia stato necessario affinché la Vivinetto diventasse ciò che era racchiuso (o rinchiuso) in un involucro che non corrispondeva al contenuto. La sofferenza provata dall'autrice la conduce però al suo vero sé e con questo ha una funzione catartica. Ciò che ne deriva è una sensazione di "sereno superamento di tutti i drammi (o almeno i principali) in un porto raggiunto" come scrive Alessandro Fo.

Il dolore minimo "quasi non c'è ma c'è e rimane", ma appunto è minimo: si annida nelle domande delle persone, nei rapporti coi parenti che non comprendono fino in fondo la situazione (ritorna anche il tema religioso), negli articoli sbagliati, nella confusione di un nome o di una lettera. Sono tutte piccole sofferenze che perdurano, ma che l'autrice accoglie e accetta, forte di una rinnovata energia che la travolge e la porta a celebrare la vita in tutti i suoi aspetti.

Per acquietare il male che lo assale

il poeta lo canta. Ne fa bella

mostra nei suoi versi per sbugiardarlo,

quasi a gridargli in faccia l'infinita

piccolezza della sua minacciosità.

[...]

Così il mio male si estingue

su ogni mio verso. Lo canto,

lo urlo per liberarlo dal groviglio

di pelle che ha contagiato.

 

Non voglio che tu lo colga

per salvarmi. Mi aspetto

che lo guardi crescere. E appassire.

Rannicchiarsi sfinito fino a non esigere

più nulla. Mi aspetto che il mio male

non ti faccia più male.

La catarsi è completa e non restano che le questioni burocratiche da svolgere. Interessantissimo il passaggio in cui l'autrice richiede al giudice il nuovo nome. Solo con l'assegnazione di un nome si inizia ad esistere per lo Stato e dunque questo passaggio rappresenta la nascita di Giovanna per la società e per questo scrive: "Ho iniziato a esistere in un'aula di tribunale". Giovanna anagraficamente ha vent'anni, ma è appena nata.

Concettualmente interessante è anche la reazione della madre. Giovanna portava il nome del nonno. L'atto burocratico del giudice comporta la morte di Giovanni e ciò rende orfana la madre una seconda volta: la prima volta quando perse il padre e la seconda nella perdita del figlio che portava il nome paterno come celebrazione.

In questi ultimi componimenti ritorna anche il tema della "malattia" nominata nelle prime poesie. Giovanna si riscopre cura per la sua stessa "malattia", è veleno e antidoto contemporaneamente. Emerge qui il concetto di madre cannibale, che dà la morte a Giovanni per poter risorgere a nuova vita come Giovanna: "solo cancellando si può rifondare". In chiave più mistica si parla di rituale di rinascita e come per qualsiasi rituale di rinascita, anche in questo caso c'è un prezzo da pagare: Giovanni viene sacrificato, il rituale si compie e Giovanna può risorgere.

CONCLUSIONI

Dolore minimo è una storia raccontata attraverso versi potenti, fortemente evocativi ed emozionanti. L'angoscia e il sollievo sono solo i due estremi dello spettro emotivo che si attraversa durante la lettura. La raccolta inoltre è ricca di spunti concettuali estremamente interessanti per la loro particolarità e per il loro acume, che infrangono con potenza e allo stesso tempo delicatezza e sensibilità il tabù culturale legato alla transessualità.

Dolore minimo nasce da un vuoto, da una sofferenza che si acutizza, di uno spazio che non basta per due persone. È la storia di una battaglia contro se stessi che per essere vinta non va combattuta. La risoluzione si ha infatti quando il "mostro" viene liberato e preso per mano. Per concedergli spazio è necessario il sacrificio di una parte di sé con la quale l'autrice aveva convissuto per diciannove anni e con la quale aveva instaurato un dialogo. Abbandonarla non è semplice e come ogni lutto va elaborato e infine superato. A questo punto avviene la catarsi, esplode una vita nuova in cui del passato non resta che un dolore minimo.

Un'opera che io consiglio vivamente a chiunque: a chi ama la buona poesia, a chi ama le storie, a chi ama provare forti emozioni e soprattutto per chi vuole conoscere più approfonditamente una realtà che ancora oggi, purtroppo, viene percepita come "diversa". La conseguenza è che troppo spesso tale realtà viene ancora largamente discriminata (si pensi per esempio alle TERF). In questo contesto è fondamentale informarsi, interagire e capire che sovente siamo parte di quel dolore minimo che resta, assolutamente ingiustificabile, ingiustificato.

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