Drive: con martello e senza martello

La storia d’amore tra Driver ed Irene si apre con un ascensore che sale, un ragazzino – il figlio di lei – con lo sguardo alto, la testa inclinata a frapporsi tra i loro corpi, gli occhi spalancati rivolti verso il gigante con il sacchetto della spesa in mano, docile, alla sua sinistra. Lui strabuzza gli occhi, lo guarda fisso, gli sorride. La madre, una giovane, invisibile piuma dai capelli biondi, approfitta della distrazione dell’uomo e lo guarda di soppiatto, lo squadra, pensa ai dettagli del volto, a cosa possa esserci in lui che comunichi tanta protettività. Verso di lei, verso il figlio Benicio. Il ragazzino che sorride ha un uomo che non è suo padre, il figlio di un altro, e non certo di un uomo straordinario, bensì di Standard, il carcerato, l’uomo della gabbia, l’uomo comune che quando a una festa si presentò alla futura moglie si era sentito rispondere “e dov’è la versione deluxe?”.

Eccola qui. Driver, il 2.0, l’eroe della strada, il superuomo senza forma e senza nome. E’ stunt-man, meccanico, pilota agonista, traghettatore dei malviventi. Inafferrabile e sfuggente, come i cinque minuti che concede ai rapinatori per rientrare nella sua macchina. Un salvatore silenzioso, che parla solo attraverso le azioni e attraverso i motori. “Io guido e basta” mette in chiaro con Cook, l’organizzatore di un colpo da migliaia di dollari, prima di accettare la partecipazione alla rapina. Non entra nei luoghi, resta nel limbo. Aspetta gli attori. Si mette i guanti per non sporcarsi le mani, ma per salvare Irene e Benicio dovrà diventare protagonista, e affondarle nel fango. La storia d’amore tra Irene e Driver si chiude con un ascensore che scende, con un uomo distinto a sostituire il pargolo, non tra di loro, ma di fianco alla donna – ora bambina in mezzo ai due adulti – che guarda dritto davanti a sé, immobile come solo un uomo col peso di una pistola nascosta dentro la giacca potrebbe essere.
Il vuoto che permea i pochi secondi in ascensore è il vuoto dei grandi duelli di Leone. Quelli de Il buono, il brutto e il cattivo in cui Tuco cerca “un mezzo sigaro, con dietro la faccia di un figlio di cagna alto, biondo e che parla poco”. Il sigaro in questo caso è uno stecchino, uno stuzzicadenti. La faccia è quella di Ryan Gosling, l’attore che in Drive ha solo due espressioni: con martello e senza martello. Infatti Driver non possiede armi da fuoco per difendersi, non corrispondono alla sua etica rigida, onorevole, fatta della scontro corpo a corpo. Egli usa i martelli, i coltelli, i piedi, gli oggetti che lo circondano. L’unica volta che spara con un fucile esso appartiene al killer che ha appena trafitto con un’asta utilizzata per reggere le tende. I suoi fucili sono le mani.

Dunque Driver afferra Irene e la mette al sicuro, al riparo dietro il suo corpo muscoloso. Si gira verso di lei, nemmeno la guarda. Il tempo vissuto dallo spettatore diventa quello della mente di Driver. Egli sa che questa sarà l’ultima occasione in cui potrà comunicarle il suo amore. Il rimpianto per quello che
potrebbe essere e non sarà. Avvicina la testa alla sua. Subentra il rallenty. Le bacia le labbra.
Fino a questo momento la loro passione, che è la passione che una figlia potrebbe avere per un padre protettivo, un uomo che letteralmente ucciderebbe per lei, si era solo intuita. Dettagli. Piccoli particolari. Attimi consumati davanti al cofano di una macchina in panne. Sui sedili di una macchina roboante. Si erano guardati lungamente al supermercato. Si erano sfiorati le mani sul cambio della Chevelle del ’73 che Driver usa per la guida di tutti i giorni, l’unica casa dove l’amata può sentirsi al sicuro, trasportata da un luogo concreto e pieno di memorie di un marito ormai ripudiato, a diversi luoghi da sogno. Tra il sole che batte sopra l’asfalto degli acquedotti, le fronde degli alberi lungo i fiumi, nell’acqua che culla e ristora.
Irene stava piano piano facendo cadere il muro che aveva costruito nel tempo, per concedersi spiritualmente a Driver e creare una nuova famiglia, ma poi la notizia: il marito sarebbe uscito di prigione. Allora la velata supplica, in un dialogo durante la festa di bentornato a Standard, quando la ragazza è appoggiata al muro di casa, fuori dalla porta, sull’orlo delle lacrime: “Scusa per il rumore”. “Stavo per chiamare la polizia” risponde sarcastico Driver. “Magari lo avessi fatto”. Non lo farà. Anzi, Driver infrangerà la legge per aiutare il rivale in una rapina ad un banco dei pegni che gli permetta di pagare i debiti con Nino – il socio del mafioso che dovrebbe finanziare la sua prossima carriera nelle corse automobilistiche – e proteggere Benicio ed Irene, la famiglia che crederà di poter formare sino all’incontro nell’ascensore.

Quando vede la pistola nel taschino dell’uomo, Driver capisce che l’illusione dovrà terminare e che l’aspetto peggiore del suo essere, quello che non avrebbe mai voluto mostrare alla donna che lo idealizzava, dovrà necessariamente rivelarsi. Allora la prende, e la bacia, la bacia a lungo, con gli occhi chiusi, concentrato sul suo sentimento; la preme contro il muro, spinge per succhiare più amore possibile dai suoi polmoni, perché da qui in poi Driver potrà respirare soltanto morte.
Saranno stati pochi secondi, ma l’attimo sembra interminabile, perché l’emotività dovrà presto lasciare spazio all’azione.

Il commento musicale di Cliff Martinez sembra abbracciarli, consolarli con poche, lunghissime note di sintetizzatore, dolci come il neon soffuso della lampada alle loro spalle, esempio del neon bianco, giallo, rosa, che si fa quasi in disparte per fotografare una Los Angeles innamorata delle sue strade e il guidatore innamorato della sua donna. Ma Drive è un film western, l’hanno detto tutti. Un western di nuova generazione. E in ogni duello western che si rispetti la musica deve terminare, il carillon smettere di girare. “Quando finisce la musica, spara...se ti riesce” diceva El Indio di Jean Maria Volontè nel 1965 in Per qualche dollaro in più. E Driver riesce, perché le sue mani sono due fucili, ma il destino dei grandi eroi è di restare nell’ombra, salvare le donne e non poterle amare. Come Joe in Per un pugno di dollari – il western dei western che diede vita alla leggenda della trilogia del dollaro – è destinato a salvare Marisol e riconsegnarla al marito, così Driver è destinato ad uccidere per salvare Irene e condurla a nuova vita.
Thanatòs rovescia eròs, il caos lacera il quadro idilliaco che si era creato e che poteva prospettarsi per i due amanti.

L’unico modo che Driver ha per dimostrare la sua devozione è fare quello che per tutto il film non ha fatto, se non costretto (magari perché in passato aveva giurato che non l’avrebbe più fatto?): uccidere. Da stazionaria la camera inizia a muoversi, cambia prospettiva, inclinazione, angolazione, segue gli sballottamenti del corpo del killer contro le pareti dell’ascensore, prende le parti di Irene che osserva la scena, guarda con timore al piede di Driver che si abbatte proprio di fianco a lei, sul volto dell’assassino.
Lo spettatore si chiede delle capacità di Driver, della sua abilità nel combattere. Si domanda della loro provenienza. Dove lavorava? Per chi lavorava? Da dove proviene? Ma le domande non hanno risposta, e soprattutto non ha importanza che l’abbiano. Del passato di Driver non si sa nulla, perché egli è la strada, e la strada non ha passato, non ha genitori, non ha amici. L’unica persona che a Driver è vicina è Shannon, il meccanico a capo dell’officina dove lavora, ma che non sa dare indicazioni precise sul suo conto (...si è presentato nella mia officina cinque o sei anni fa, è saltato fuori dal nulla, cercava un lavoro, quindi ho
pensato di metterlo alla prova). In altre parole, anche il suo unico amico, re delle macchine, è in grado di dire null’altro che non riguardi il suo rapporto con le automobili, e quando anche questi viene distrutto con un taglio netto alle vene, perdendo benzina e lentamente spegnendosi, Driver smarrisce ogni contatto con l’universo che l’avrebbe potuto tenere ancorato ad un’idea troppo umana di società (casa, famiglia, lavoro) per un uomo ultraterreno che non vive nei posti, ma tra i posti.

Irene esce dall’ascensore, gira il volto verso di lui, non dice nulla, lo sguardo di Driver è disperato. Le porte del saloon si chiudono, non sbattendo, ma scorrendo.
Driver torna in sella per fare giustizia, in attesa che le porte si aprano ancora.

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