Dunkirk: la guerra in lattina

Parlare di Christopher Nolan è difficile, soprattutto per chi lo ha amato.
Il packaging di ogni suo film è scintillante e formalmente ineccepibile, i comparti tecnici si muovono all’unisono, il lavoro sul suono (che valse ad Interstellar diverse nomination agli oscar 2015) è folgorante, il montaggio è essenziale e al contempo iper-strutturato, in grado di sostenere narrazioni post-moderne, costituite su temporalità parallele, intrecci talmente complessi da impedire di risalire a una fabula. Ma non solo.
La capacità di Nolan di rendere concreti gli universi visionari nella sua mente e di comporre inquadrature suggestive - forse poco significative se decontestualizzate, ma sempre d’impatto all’interno del flusso del film - è indiscutibile. Il regista di Londra è inoltre dotato di una capacità essenziale per un autore: quella di scegliere i suoi interpreti (salvo qualche sparuta eccezione). Ma non solo.
Nolan è in grado di unire, almeno apparentemente, una sensibilità autoriale a prodotti diretti ad un pubblico di massa. Ha spaziato dal neo-noir, alla fantascienza, al super-hero movie fino al film di guerra.
E’stato in grado nella sua carriera di rivitalizzare un franchising che sembrava morto, quello di Batman, regalando al mondo una delle trilogie più affascinanti e prolifiche della storia del cinema. Ha spesso uniformato i pareri di pubblico e critica. Alcuni giornalisti l’hanno persino definito “il nuovo Kubrick”.
Ma, allora, perché ogni qual volta egli provi a confrontarsi con i grandi registi che l’hanno ispirato e a cimentarsi con prodotti che dovrebbero definitivamente consacrarlo si esce dalla sala con la sensazione che, comunque, manchi sempre qualcosa?

Può essere che alla trilogia de Il Cavaliere Oscuro giovasse l’atipico e intrigante sguardo di Nolan proprio a causa della sua essenza di super-hero movie, prodotto, nonostante tutto, fruibile ai più e capace di concedere una base di lavoro neutra e relativamente semplice, in quanto a caratterizzazione dei personaggi e a carica sociale, ma il discorso si complica inevitabilmente nel momento in cui il regista si deve cimentare con il viaggio cosmico (Interstellar), l’onirico (Inception), il thriller psicologico (Insomnia) e, infine, la guerra mondiale. Temi su cui Nolan, forse conscio delle difficoltà che avrebbe incontrato e dei mostri sacri con cui si sarebbe scontrato, ha fatto troppi calcoli, cercando di non scontentare nessuno. Non è un caso che in molti, persino David Cronenberg (che più volte si è detto non amante del suo cinema) considerino Memento come la sua unica opera realmente compiuta. Quella anche capace di annoiarsi e annoiare una fetta di pubblico.

La grossa paura è che Dunkirk sia un prodotto barattolo e che la guerra di Nolan sia una guerra di soldatini. Insomma, una guerra in lattina. Ben confezionata, godibile, spettacolare, capace di alcune inquadrature eccelse in quanto a simmetria e pesature compositive. Ma, ancora una volta, dopo Inception e Interstellar, agli intenti e alla smodata ambizione non corrispondono i fatti.
Dunkirk non è il capolavoro che in molti stanno millantando (ma, si sa, quando esce un prodotto Nolan si genera una comprensibile quanto eccessiva isteria di massa). Dunkirk non è neppure l’abominio che una certa critica sta tacciando con presunzione di nazionalismo smodato e ipocrisia. E’ semplicemente un film drammaticamente imperfetto che poco aggiunge alla lunga storia dei War Movies. E utilizzo “drammaticamente” perché le premesse erano ben auguranti.
Questa volta Nolan poteva davvero conciliare il dualismo tra autore e tecnico che lo perseguita da sempre.
A differenza di Interstellar, quando i paragoni con 2001:Odissea nello spazio erano l’avvisaglia di un confronto, quello con Kubrick, che Nolan, per storia, caratteristiche tecniche e approccio non avrebbe potuto sostenere, e a differenza di Inception, per cui le pretese cinematografiche erano talmente alte da rendere impossibile la totale assenza di difetti, con Dunkirk il regista inglese avrebbe potuto muoversi in un campo a lui congeniale, quello di Spielberg, quello di “Salvate il Soldato Ryan”, ponendo fine anche a qualche lacuna manifesta della sua produzione - che vede nei dialoghi e nelle articolate spiegazioni dei finali i suoi punti deboli -  grazie alla non-necessità di una sceneggiatura dettagliata. Eppure, quando avrebbe potuto preferire il silenzio e la sua lotta con il rumore della macchina, dei siluri, degli spitfire, delle navi, Nolan cade nuovamente nella retorica, nei dialoghi pomposi e melodrammatici sulla patria, che non fanno altro che sostituire quelli scontati e abbondanti di pathos sull’amore come forza capace di attraversare le dimensioni come in Interstellar.

La scelta del 70mm, rivelatasi un po’ pretestuosa per The Hateful Eight di Quentin Tarantino, dimostra subito come le intenzioni del regista (manifestate in più interviste) di portare lo spettatore all’interno delle atrocità della guerra siano genuine. La pellicola dona matericità al film, presenza e realismo. Ispira sacralità, la sensazione di presenziare di fronte ad un monumento. La grana compatta, solida, coadiuvata da una fotografia mai così umorale, dona ancor più possenza agli automezzi e agli aerei che sovrastano l’uomo, fisicamente e psicologicamente, che perpetuano la loro presenza mortifera anche quando escono dall’inquadratura; porta lo spettatore a percepire il film come solo l’analogico è in grado di fare. E proprio per questo, un film che trasuda esigenze sensoriali da ogni apparato tecnico, da un montaggio sonoro sensazionale e immersivo, fatto di sbalzi, spari, raffiche di proiettili e improvvisi silenzi, e che predica realismo attraverso la rinuncia agli effetti speciali digitali nonché aderenza storica alla visione inglese del dramma di Dunkerque, non può permettersi di lasciare l’atrocità della guerra sullo sfondo. Non può permettersi di lasciare pulito il volto dei suoi protagonisti. Neanche nel momento in cui la macchina diventa protagonista può prescindere dalla condizione dell’uomo. L'uomo schiacciato dalla macchina, annichilito dalla macchina, devastato dalla macchina.
E’ interessante notare come il grande conflitto del film, quello uomo-macchina, sia rappresentativo anche delle sue grandi mancanze: quelle relative all’opera stessa, in una rappresentazione dell’umanità né fredda e distante (come farebbe Haneke), ma nemmeno empatica (come farebbe il già citato Spielberg), piuttosto algida e annoiata, e quelle relative all’approccio di Nolan al film, dove la tecnica e la perfezione stilistica superano la peculiarità dello sguardo, la caratterizzazione, il desiderio di guardare e percepire realmente; in questo senso, anche la sempre bellissima colonna sonora di Zimmer, qui più essenziale del solito, risulta un ostacolo all’immersione sensoriale nel dolore della guerra, e sembra anch’essa voler nascondere piuttosto che aprire, con il suo essere mero commento e avendo l’unico obiettivo di far scorrere il film con fluidità dall’inizio alla fine, finendo così per togliere vigore al suono degli spari, delle bombe e della urla.

Non critico la disaffezione di Nolan ai suoi personaggi, anzi, penso che in un film dove uno degli intenti sia dimostrare la disumanità della guerra, avvicinarsi troppo ad essi possa essere un grosso rischio, quello della deriva patetica che il film assume proprio nel tentativo di caratterizzare drammaticamente due personaggi: il comandante Bolton e Mr.Dawson.
Critico piuttosto l’essere regista non-voyeur di Nolan, il suo completo disinteresse verso tutto ciò che non pertenga la spettacolarità e la narrazione, per tutto ciò che minerebbe la pulizia delle sue inquadrature, dei volti che lui ha scelto. Nolan è antierotico. E’ asettico e al contempo sdolcinato. Rifiuta il sudore e le impurità per il mantenimento della pulizia e dello status quo. Anche quando sembra voler osare, in fin dei conti, si accontenta di un surrogato, trattattando il film alla stregua di un giocattolo, nella granitica certezza che a tutti piacciano i giocattoli. Mostra la macchina ma non le sue conseguenze. Mostra la disumanità causata dalla guerra ma non ciò che causa la disumanità, lirizzando e ammorbidendo anche la figura di un personaggio potenzialmente tragico, luttuoso e appassionante come quello del soldato interpretato da Cillian Murphy.
In Dunkirk ci sono i proiettili ma non i feriti. Ci sono le bombe ma non i corpi macellati. C’è il vomito e il sangue, ma l’acqua a lavare via tutto.
E in questo mosaico macchinico, alienante e post-industriale, i personaggi si muovono come tanti soldatini di plastica, inespressivi e coi volti uniformati l’uno all’altro, tutti mossi da Nolan con il solo scopo di far procedere la narrazione.
Forse, quando Nolan imparerà a perdere del tempo, ad annoiarsi e far annoiare, almeno un pochino, quando comprenderà di essere un idrofobo, e quando comprenderà che questa patologia dovrebbe abbracciarla invece che rifuggirla, allora arriverà il capolavoro.

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