E' solo un trucco: la magia nel cinema

“E’ solo un trucco” diceva Jep Gambardella, scrittore in piena crisi esistenziale ne La grande bellezza, capolavoro premio oscar di Paolo Sorrentino. “E’ solo un trucco” diceva con quello sguardo fisso e malinconico rivolto allo spettatore, come ad interpellarlo, in una riflessione disillusa sull’inserimento dell’individuo nella società. Ma se nell’economia del film le parole sono votate ad una filosofia esistenziale, ciò a cui il protagonista (splendidamente interpretato da Toni Servillo) si riferisce è forse il cinema stesso.
Quando si parla della “settima arte” non si sta parlando infatti di magia?

Proclamando la propria matrice immaginifica, il rapporto tra prodotto audiovisivo ed illusionismo è sempre stato segnato da una doppia strutturazione di significato: da un lato il cinema che riflette sulle sue radici magiche, dall’altro sempre il cinema, ma come veicolo di sogni e storie fantastiche.

E’ con l’inizio del novecento che i due mondi cominciano ad intrecciarsi in maniera definitiva e inscindibile, quando un illusionista di professione, Georges Méliès(1861-1938), uno dei padri fondatori della cinematografia (omaggiato dal genio di Martin Scorsese in Hugo Cabret), rivoluziona il nascente mondo dei cinematografi, tramite numerose novità stilistiche e il perfezionamento, se non la vera e propria invenzione, del montaggio. Con un sapiente uso di scenografie e trucchi di tipo teatrale, unite a sovraimpressioni su pellicola e alla colorazione della stessa, l’autore francese sarà considerato dall’intera critica come un rivoluzionario, nonché il padre del cinema fantastico e fantascientifico, raggiungendo la sua vetta più alta con Le Voyage dans la Lune (1902).

Ma se il cinema è un illusione, proprio sull’illusione stessa si è trovato a riflettere nel corso degli anni.
Dipingendo la propria ossessione nei confronti dell’occulto, il genio della comicità Woody Allen, criticatissimo punto di riferimento per la commedia americana, ha spesso interpretato strambi maghi da baraccone e prestigiatori falliti, riflettendo sull’aldilà e sull’influenza che l’ignoto ha sulla vita degli esseri umani. Da La maledizione dello scorpione di giada (2001) fino a Scoop (2006) e Magic in the moonlight (2014), alla continua ricerca della magia in una realtà che sarebbe altrimenti troppo cinica e vuota per essere sostenuta.

E’ ormai da anni che il tema viene riproposto all’interno delle pellicole, a volte con fini ludici come il recente Now you see me (2013) o melodrammatici come in The Illusionist (2006). Ma l’ultima grande dichiarazione magica del cinema è stata compiuta sempre nel 2006, con quel piccolo gioiello che è The Prestige di Christopher Nolan, un rompicapo sovrannaturale nell’Inghilterra di inizio 900. A metà tra intenti cinefili e la proposizione sul mercato di massa, un ibrido tipico per l’autore londinese, sono le prime parole pronunciate da John Cutter (Michael Caine), mentore dei due antitetici protagonisti che si scontreranno più volte durante l’arco della storia, a rivelare l’intento narrativo della pellicola: porre lo spettatore di fronte alla sua stessa condizione.

"Voi volete essere illusi, perché, in realtà, non state davvero guardando".

Poche parole a rappresentare la realtà di un mondo che, una volta spente le luci della sala, si concede l’ingresso in un'altra dimensione, come una continua necessità d’evasione, un delicato atto voyeristico nel rifiuto della coercizioni e delle restrizioni della realtà. Un lungo sogno che giunge infine a contaminare la società stessa con la sua immensa potenza morale e creativa.

Ed è qui la visionarietà e l’immensità del cinema; nella sua natura irreale e al contempo così concreta da poter parlare del mondo, e al mondo, tramite allegorie; da rappresentare la realtà con il sogno, da plasmarla con la sua impalpabilità. Perché se la fruizione finisce una volta riaccese le luci, le rielaborazioni individuali e i dibattiti successivi alla visione di un’opera si diramano lentamente nel tessuto sociale, modificandolo e permeandolo. E non si sta facendo menzione a casi limite in cui l’immedesimazione in un personaggio può portare a bizzarre attitudini da parte degli attori (Daniel Day-Lewis e il ripetuto uso del metodo Stanislavskij ad esempio), o a tragedie umane come per il Joker di Heath Ledger; si sta parlando dell’influenza che un film può avere sul pensiero e sulla azioni dello spettatore che, vivendo come un sogno soggettivo l’esperienza cinematografica, la reinterpreta, conferendole significati soggettivi e portando la sua esperienza al mondo, in un continuo scambio tra vero e falso, reale ed immaginario, autoreferenzialità e comunicatività.

I grandi principi di quello che, in fondo, è soltanto un trucco. O no?

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