ECMC 2017 Wien - reportage parte seconda

Il gran giorno era finalmente arrivato: nonostante una nottata sotto la pioggia, il cielo azzurro preannunciava una giornata meravigliosa. Chiamammo subito i nostri compagni di squadra e fissammo con loro un orario a cui vedersi al quartier generale per la colazione.

Il quartier generale, nonostante fosse stato costruito con legname di recupero in funzione dell’evento era molto ben curato e ben strutturato. Attraverso bancali, assi di legno e tanta manodopera, era stato costruito un mini villaggio per i corrieri. Ci fiondammo subito nei pressi della cucina dove veniva servita una copiosa colazione a buffet. Subito però notai l’andatura claudicante del fido Sam. Il nostro povero compagno di squadra, avendo dormito su una superficie di legno molto rigida, si era svegliato con la schiena bloccata. Furono vani tutti i vari tentativi di rimetterlo in sesto: stretching, allungamenti, massaggi non servirono a rimettere in sella il buon vecchio Sam. Avevamo perso ancora prima della partenza il nostro compagno di squadra. Nonostante fossimo decimati non ci perdemmo d’animo. Ci riempimmo la pancia di tutto quello che trovammo. La colazione era davvero fenomenale: caffè, latte, tè, succhi di frutta, pane, biscotti, marmellate, formaggi, frutta e verdura, cereali, yogurt, c’era tutto ciò che si potesse desiderare. La piacevole sorpresa all’insegna dell’ecosostenibilità fu che i piatti, le posate e i bicchieri non erano di plastica. Ognuno, dopo aver consumato la propria colazione, era tenuto a lavare ciò che aveva utilizzato in modo che chi arrivava dopo trovasse tutto pronto per la propria colazione.

La Main Race, ovvero la gara principale, si sarebbe tenuta in un circuito creato con delle transenne nel quale venivano posizionati i checkpoint. Al corriere veniva fornito il cosiddetto “manifest” ovvero il foglio con su scritto l’ordine in cui andavano raggiunti i checkpoint. Si poteva accedere alla gara durante tutto il giorno poiché ciò che contava era il tempo in cui si concludeva il percorso. Per questo ci concedemmo ancora un po’ di relax. All’interno di alcuni container era stata allestita una ciclofficina così approfittammo per mettere a punto gli ultimi dettagli delle bici. Il quartier generale inoltre era disseminato di stand che vendevano gadget di ogni tipo: dai cappellini alle magliette, dalle messenger bag alle scarpe. Feci un giro anche tra questi e, con mia enorme sorpresa, vidi lo stand di un mio carissimo amico che non vedevo da anni: Levi!

 

Una caratteristica peculiare che rende questi eventi unici è che ogni anno si reincontrano tutte le persone conosciute gli anni precedenti. Levi, per esempio, è un mio carissimo amico conosciuto a Madrid. Successivamente lo avevo rivisto a Milano durante gli ECMC di due anni addietro. Essendomi perso quelli del 2016 ci eravamo un po’ persi di vista, ma ci eravamo sentiti svariate volte telefonicamente. Tuttavia non ci eravamo aggiornati riguardo agli ECMC di Vienna. Oltre a lui ho avuto il piacere di rivedere Pier direttamente da Bologna, Ivan da Madrid, Mr. Ohm da Milano e svariate altre persone conosciute in giro per il mondo. Quella dei bike messenger è una grande famiglia e gli ECMC sono una sorta di rimpatriata. Addirittura è stato proprio a Vienna che ho avuto il piacere di conoscere i corrieri di Genova che non avevo mai incontrato di persona.

Aspettando il momento più opportuno per entrare nel circuito assistemmo agli sprint: una gara su circa cinquecento metri di distanza da percorrere a tutta velocità. Sdraiati nel prato con una birra ghiacciata a torso nudo per prendere il sole: così passammo qualche ora prima di metterci la divisa e saltare in sella. Per quella gara decisi di affidarmi alla fissa: montai un rapportino agile per poter rallentare e rilanciare facilmente e come manubrio un riser larghissimo, in modo da avere una postura comoda e un controllo della bici millimetrico.

I primi a lanciarsi nel circuito fummo Marce ed io. Il sole batteva prepotente e in poco più di un paio di minuti eravamo fradici di sudore. In un’ora dovevamo raggiungere nell’ordine corretto quanti più check ci era possibile. La concentrazione era così alta e lo sforzo fisico così intenso che non mi resi nemmeno conto dello scorrere del tempo. Quando guardai l’orologio la prima volta eravamo già a più di metà gara. Il percorso non era particolarmente complicato, ma ogni eventuale errore si pagava caro a causa dei sensi unici e delle lunghe corsie da percorrere per tornare all’ultimo bivio utile per rimediare. La gara insomma fu un flash: mi sembrava di essere appena salito in sella che la mia ora era già scoccata e dovetti uscire dal circuito. Che ci fossi stato parecchio però lo testimoniava il colore della mia pelle esposta al sole: avevo il viso paonazzo per il caldo e per lo sforzo e le braccia e le cosce arrossate.

Stramazzai al suolo e ci volle un po’ per riprendermi. Acqua fresca, integratori vari e via, io e Marce eravamo sul ciglio del circuito a fare il tifo per i nostri compagni di squadra. Il povero Sam stava seduto su una panca, aiutandoci a sistemare le bici e dandoci consigli su come affrontare la gara quasi fosse il nostro allenatore.

Al resto delle Scuderie Sabaude la gara andò decisamente meglio che a me e Marce che non avevamo del tutte chiare le regole. Tuttavia lo spirito della gara sembrava essere tutt’altro: non si puntava a vincere ma a divertirsi. Anche quando abbiamo chiesto a degli assistenti di gara di precisarci alcune regole la risposta è stata: ”Non lo so nemmeno io! Se siete qui per vincere e non semplicemente per divertirvi avete sbagliato posto”. All’inizio siamo rimasti un po’ basiti di fronte a una risposta del genere. Per noi era pur sempre una gara. Ci siamo anche innervositi poiché io e Ale siamo stati squalificati a causa di alcune regole infrante senza neppure saperlo: ma ci siamo divertiti come matti. E a nessuno importava davvero il risultato. Una birra ghiacciata ha spazzato via tutti i nostri pensieri e ci siamo lanciati nuovamente nella mischia. Provammo una gara di goldsprint, gare di biciclette montate su rulli fissi. Come dice il nome stesso si tratta di uno sprint e quindi una gara brevissima, circa un minuto, in cui passa al turno successivo chi in quel minuto fa più strada. Sfidai Marce e riuscii a batterlo per poco. Il mio risultato tuttavia non bastò a qualificarmi. Quella che sembra una gara ridicola e poco impegnativa è per me una delle più divertenti e adrenaliniche. Essendo bloccati sui rulli si viene circondati dalle persone che assistono alla gara. Al via si inizia a pedalare con quanta più forza si ha in corpo per un minuto che per chi è seduto sulla sella sembra interminabile, mentre tutti gli spettatori urlano, fanno il tifo, ti caricano, ti intimano di spingere di più, oltre i tuoi normali limiti: ti senti un pro per un minuto, come se stessi tirando la volata che ti potrebbe portare alla vittoria del Giro d’Italia. Un’emozione indescrivibile a parole.

 

Sceso dalla bici le gambe tremavano ed avevo i capogiri; mi son dovuto sdraiare per rallentare il cuore che andava mille. Per fortuna all’interno dell’evento era stata gonfiata una piscina in cui si poteva trovare un po’ di fresco. Quando arrivai io era già diventata una specie di brodaglia che di limpido ormai aveva ben poco. Ai miei occhi tuttavia sembrava acqua di fonte e mi ci lanciai dentro senza indugi: invece di sembrare delle persone in piscina, assomigliavamo di più a degli ippopotami in una palude.

La serata è stata all’insegna del relax. Nel cortile del quartier generale era stato allestito un piccolo cinema all’aperto dove sono stati proiettati diversi cortometraggi a tema bicicletta. Gli zaini e le messenger bag buttate per terra ci facevano da cuscini e a me le palpebre cedevano già. Di lì a poco sarei piombato in un sonno profondo e ristoratore, in previsione dell’ultimo giorno a Vienna.

 

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