Schiele tra morte, erotismo e introspezione

Finalmente da Lloyd si respira nuovamente quella sana aria di spensieratezza tipica dei giorni migliori di Storix, con le serate a tema, gli spettacoli e le belle chiacchiere al tavolo. E mentre il sole trova coraggio, splendendo con più vigore, mi ritrovo a giocare a carte con Dick. D'improvviso, l'attesa del suo turno si spezza in un urlo soffocato: il suo primo piano di terrore, mista ad un'amara sorpresa, esplode in tutta la sua violenza davanti ai miei occhi. La bocca spalancata, incredula, stramazza dritta sul tavolino, che trascina ai miei piedi. Il tempo si eleva a valore assoluto, e mentre il panico divora la sala, rimango impietrito a scrutare il mio amico inerme sul nudo pavimento. Straziato, nervosamente scomposto sul beige del piastrellato, riesce, forse per l'ultima volta, ad elevarmi: è praticamente la trasposizione reale di Egon Schiele.

Il noto artista nasce nel 1890 a Tulin, Austria, in quello che ancora è Impero Austro Ungarico, da una famiglia di umili origini. Sin dalla tenera età il nostro amico è in grado di disegnare in maniera sublime, ed emerge un'intelligenza non comune. Si trasferisce a Vienna per frequentare il ginnasio, e alla morte del padre, lo zio decide di assecondare la passione di Egon, che a soli sedici anni viene ammesso alla prestigiosa Accademia di Belle Arti; un ambiente medio borghese, austero, non adatto alle pulsioni tipiche delle persone più sensibili e dotate della media. Comincia a frequentare i vari café che accolgono i nuovi esponenti dell'arte a lui contemporanea. Abbandona l'Accademia e nel 1907 conosce uno dei padri dell'Art Noveau, Gustav Klimt. Da questa amicizia nasce un rapporto di reciproco rispetto, fondato dall'onestà di entrambi, dove l'artista affermato, Klimt, aiuta il genio sconosciuto ad emergere, mentre Schiele  riconosce in Klimt il proprio padre spirituale. Cambia la prospettiva del nostro amico, e aiutato anche dal grande fermento artistico culturale che lo circonda, abbandona completamente il verismo ottocentesco di maniera, abbracciando le avanguardie, in particolare l'espressionismo, alla ricerca di uno stile del tutto personale. Il suo lavoro è serratissimo, produce una quantità infinita di quadri e opere in genere, spalancando le vie della morte attraverso l'erotismo. A tal proposito Klimt, esclama: "Lei disegna già molto meglio di me". E proprio Gustav lo introduce nell'ambiente artistico, presentandolo a mecenati, galleristi, modelli e modelle, collezionisti, insomma lo introduce negli ambienti più influenti per farlo emergere. Del 1908 è la sua prima mostra e nel 1909 partecipa ad una collettiva con alcuni degli esponenti della secessione viennese: è subito scandalo. I suoi nudi innaturali nella loro introspezione, crudi nella raffigurazione delle nefandezze umane, attraverso il tratto fermo e deciso, e la totale assenza di decorativismo, scuotono le coscienze evidentemente corrotte della classe medio borghese; l'apice è rappresentato con la fondazione del movimento Neukunstgruppe. Ottiene un discreto successo, ma probabilmente la voglia di affermarsi indipendentemente dal suo mentore, lo porta a trasferirsi fuori città, a Kramau. Siamo nel 1911, Schiele convive con una ragazza di diciassette anni, il suo studio pullula di ragazze minorenni che fanno da modelle, e potete immaginare lo scandalo. Viene arrestato ingiustamente e rimane rinchiuso per due lunghissimi anni che ne minano l'animo e la salute. Nel 1914 torna, dunque, a Vienna, dove grazie all'amico Klimt riesce nuovamente a riprendersi lo spazio che gli spetta, e si sposa con Edith Harms che pretende di essere la sua unica modella. L'esperienza interiore, la violenza delle passioni e dei turbamenti, le inquietudini, esplodono nella sua mastodontica produzione, che neanche lo scoppio della Prima Guerra Mondiale riesce a fermare, nonostante il fronte lo impegni per un annetto. La sua ribellione, la provocazione e lo strappo al bigottismo che condanna la sua opera, incredibilmente lo porta ad un successo clamoroso, dopo anni di miseria e soprusi. Ma può un'artista tanto controverso, folle, vero nella sua drammaticità cruda e disinibita crogiolarsi nel successo? Non lo sapremo mai, purtroppo la sua vita viene spezzata dall'infamia della febbre spagnola, una pandemia che spezza milioni di vite, tra cui la sua nel 1918. Volendo accompagnarci con un po' di filosofia spicciola, possiamo affermare che la morte certifica la veridicità della sua opera spesso autobiografica e introspettiva, della rottura della morale borghese che lo accompagna anche dopo la sua scomparsa, che ancora riesce a storcere le bocche degli ottusi; e le poche righe scritte durante la prigionia assumono un valore di testamento spirituale per tutti noi: "L'arte non può essere moderna, l'Arte appartiene all'eternità".

[Attenzione: La voce narrante di chupiti d'annata è un personaggio fittizio, così come tutti gli altri personaggi che interagiscono nel breve intreccio della rubrica, tutti liberamente tratti da film cult. Gli episodi sono frutto della mia fantasia, senza alcun legame con la realtà, pertanto rilassatevi e godete di questo chupito. Se è la prima volta che vi imbattete in questa rubrica e vi appassiona la parte romanzata, vi invitiamo a seguirla dal suo primo capitolo che potete trovare qui]

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