El Chapo Season Finale

Joaquin Archivaldo Guzman Loera AKA “El Chapo”. Può sembrare un nome uscito dalla penna di uno sceneggiatore, mentre invece si tratta del più potente narcotrafficante della storia.

Venerdì 8 gennaio 2016: viene catturato a Los Mochis, cittadina dello stato messicano che da il nome al cartello di cui è il boss, Sinaloa. Ciò che ha attirato l’attenzione dei media è che si è trattata della sua terza cattura.

Dopo essere stato imprigionato una prima volta nel 1993, leggenda vuole che nel 2001 sia riuscito a fuggire di prigione nascondendosi in un cesto della biancheria, o più probabilmente corrompendo chiunque all'interno del carcere. Nel 2014, diventato ormai il narcotrafficante numero uno al mondo, most wanted anche dalle autorità americane, viene catturato di nuovo e rinchiuso questa volta in un carcere di massima sicurezza.

La storia però si ripete, e nel luglio del 2015 riesce a fuggire di nuovo: i suoi uomini riescono infatti a realizzare sotto la sua cella un tunnel lungo un chilometro e mezzo, dotato di impianto di aerazione e di moto su binari, portandolo così di nuovo verso la latitanza.

Poi, l’8 gennaio scorso, ecco la terza cattura che, a detta delle autorità messicane, è stata possibile anche grazie al tentativo, da parte dello stesso Chapo, di mettersi in contatto con attori e sceneggiatori, al fine di realizzare un film autobiografico.

Sappiamo bene che i cartelli messicani, oltre che con la violenza e la corruzione, cercano ed ottengono il favore della popolazione creando una vera e propria narrazione. Quello che i narcos fanno è imporsi come stato nello Stato, non solo offrendo lavoro e beni di prima necessità, ma anche raccontando una storia, una favola affascinante sul ruolo dei cartelli come liberatori amici del popolo. Ogni storia poi ha bisogno del suo eroe e qui entra in scena El Chapo, benefattore e Zorro della situazione.

Non sappiamo se il Chapo ha quindi tentato di entrare in contatto col mondo cinematografico per incidere ancora di più la sua figura nell’immaginario della popolazione messicana o se è stato mosso dal suo ego. Quello che sappiamo però è che ci è riuscito.

El Chapo, grande fan della serie tv messicana La Reina del Sur, si mette in contatto con l’interprete principale di questa, l’attrice Kate Del Castillo. Questa, che nel 2012 aveva pubblicamente sostenuto El Chapo su Twitter, con l’intenzione di accontentarne il desiderio di fama, si mette in contatto con l’attore Sean Penn.

Nell’ottobre del 2015 l’attore americano incontra El Chapo, allora latitante, per un’intervista che poi viene pubblicata su Rolling Stone il 9 gennaio 2016, un giorno dopo l’ultima cattura.

Ciò che a mio parere è interessante sottolineare, oltre le implicazioni giornalistiche dell’articolo di Sean Penn o le domande innocue che questo ha posto al boss del narcotraffico, è altro. La mia attenzione è stata attirata dal fatto che l’intreccio tra reale e cultura pop, tra immagine pubblica ed immaginario televisivo, abbia i suoi effetti anche sugli stessi protagonisti delle vicende criminali che creano la fascinazione del male che porta nelle nostre vite tanti minuti di film e serie tv.

La fascinazione del male che ha alimentato la fama ed il successo di pellicole come Scarface e Blow, o di serie tv come Breaking Bad e Narcos, ha infettato anche coloro che tale fascinazione la producono, i criminali, i trafficanti di droga, e pure coloro che riportano tali figure sul grande schermo, si veda appunto lo stesso Sean Penn. Questo, attore prestato al giornalismo, è stato probabilmente affascinato dalla figura pseudo rivoluzionaria del Chapo, fino a spiegare la sua sanguinosa carriera criminale come una reazione al capitalismo ed al consumismo moderni. Dal canto suo El Chapo, è arrivato a mettere in pericolo la sua libertà per un’intervista, sacrificando così la sua posizione di potere per pompare la sua immagine od il suo ego.

Sembra quindi che nessun sia libero dal rischio che questa fascinazione comporta. Siamo tutti individui membri di un sistema capitalistico che sfrutta, e ci porta a sfruttare, qualsiasi dinamica e avvenimento della vita reale per raccontare storie finalizzate alla vendita di un prodotto.

L’articolo di Sean Penn, ha si fallito la sua intenzione iniziale di creare un nuovo dibattito intorno alla guerra alla droga, ma è però riuscito a mostrarci di nuovo la nostra natura di consumatori. Consumiamo droga come consumiamo cultura pop. Che tua sia un privato cittadino malato di binge watching, una star hollywoodiana sinistroide od un narcontrafficante desideroso di fama, non sei libero dal bisogno/occasione di consumare.

Che si tratti di Netflix o di dama bianca, che si assuma con gli occhi o che si pippi col naso, siamo sempre alla ricerca di un prodotto di intrattenimento, di un pulsante Play che sposti temporaneamente la nostra attenzione dalla quotidianità ad un nuovo modo per mettere in pausa per qualche ora le nostre vite.

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