El Plebiscito

Il 5 ottobre del 1988, quando le operazioni di computo dei voti espressi dai cittadini cileni furono concluse, dalle urne uscì un verdetto incontrovertibile: il 55,99% dei voti era inaspettatamente contrario al prolungamento del mandato del generale Augusto Pinochet, segnando così la fine del regime golpista.

Così come un voto popolare aveva deciso le sorti della dittatura del generale, un altro referendum, soltanto annunciato, aveva anticipato di pochi giorni la presa del potere da parte dello stesso quindici anni prima. Il 9 settembre del 1973, Salvador Allende, allora presidente del Cile, comunicò al comandante delle Forze Armate Augusto Pinochet la sua intenzione di concedere un referendum sulla prosecuzione della sua presidenza, al fine di mettere a tacere le controversie che stavano esacerbando i suoi rapporti con il Parlamento. Un referendum che tuttavia non venne mai celebrato dato che all'alba dell'11 settembre un colpo di stato, al quale Pinochet aveva acconsentito il giorno stesso in cui Allende gli presentò la possibilità di un referendum, mise fine al governo del presidente socialista e aprì la strada alla dittatura. Una dittatura, quella del generale, accompagnata da una costante instabilità politica che portò a feroci violenze nei confronti dei dissidenti, e non solo: tra le decine di migliaia di persone che vennero sequestrate, torturate ed uccise, molti furono i desaparecidos, ossia coloro che sparirono nel nulla poiché colpevoli, agli occhi dei militari, di compiere attività anti-governative. Verso la fine degli anni '80 la comunità internazionale, compreso il maggior sponsor politico del Cile pinochetista, gli Stati Uniti, prese le distanze dal regime, che si trovò sempre più isolato. Fu così che il presidente Pinochet, per legittimare definitivamente il suo potere di fronte al mondo, in accordo con le norme della Costituzione da lui stesso stilata, decise di indire un plebiscito con il quale il popolo avrebbe deciso se conferirgli o meno un ulteriore mandato di otto anni come Presidente della Repubblica.

Nel 2012, il regista cileno Pablo Larraín portò nelle sale cinematografiche “No”, una pellicola a metà strada tra il film e il documentario nella quale, attraverso gli occhi di Renè Saavedra, personaggio ispirato al pubblicitario che ideò la campagna per il 'No', vengono raccontati i frenetici giorni in  cui venne architettata la singolare campagna referendaria; talmente innovativa per l'epoca da riuscire a porre fine a tre lustri di dittatura pinochetista.

La supponenza del generale golpista, dettata dalla convinzione che anni di dittatura avrebbero influito 'positivamente' nella decisione di voto del popolo, ma anche la presenza invadente della stampa internazionale, lo spinsero a concedere un limitato spazio televisivo giornaliero ai promotori della campagna per il 'No'. “Stiamo parlando di quindici minuti di programma. Quindici minuti in tv divisi fra una montagna di opinioni diverse perse nel cuore della notte. Questo è quello che avrà l'opposizione”, sentenziò risolutamente uno dei pubblicitari assoldati dal governo. Agli occhi di Francisco Celedon, membro del partito democratico cristiano, quei quindici minuti apparirono invece come un'occasione unica per far sentire la voce di un popolo che da molti anni veniva represso dalla logica militarista. I partiti di opposizione, che per la campagna chiesero la consulenza del pubblicitario Eugenio Garcia, erano tuttavia divisi sulla linea da adottare: alcuni credevano di poter ottenere il successo puntando su una campagna che mettesse in luce le violenze, le sparizioni e gli omicidi commessi dagli uomini di Pinochet per dare consapevolezza a coloro che non volevano recarsi alle urne; in altri, invece, profonda era la convinzione che si trattasse di una trappola a cui non partecipare per non legittimare la dittatura.

Secondo i dati in loro possesso, il numero degli elettori che si sarebbero astenuti si aggirava attorno al 35%, il 76% dei quali era propenso a votare 'No'. Il numero imprecisato di votanti, dovuto alla condizione di repressione dettata dalla paura che il regime suscitava nelle persone, rendeva il risultato molto incerto. Una fetta consistente degli indecisi era rappresentata dagli anziani della classe media e medio-bassa, preoccupati che un esito a favore della caduta del regime avrebbe riportato al potere il socialismo e, con esso, le lunghe code per accapparrarsi il pane. Poi c'erano i giovani, che vedevano nel referendum una mossa strategica di Pinochet per riaffermare la sua leadership. Dato l'alto numero di indecisi, Eugenio Garcia e i suoi collaboratori compresero che una campagna mirata, indirizzata a persone con interessi molto diversi, non avrebbe funzionato. Abbandonato il terreno che voleva essere battuto dai partiti di opposizione, decisero di trattare la politica come un vero e proprio prodotto pubblicitario. Messe da parte le rivendicazioni dei diritti civili, le ingiustizie, gli arresti arbitrari, le torture e le sparizioni, si scelse di puntare su un prodotto accattivante per il popolo, che lasciasse fuori la paura. Per tramutare un concetto negativo come il 'No' in un messaggio positivo venne dunque adottato il linguaggio pubblicitario: al rumore dei manganelli si preferì l'incessante canticchiare di “Chile, la alegría ya viene”; alle immagini cupe dei violenti anni di regime si preferirono i colori dell'arcobaleno, che divenne il simbolo gioioso di una campagna in cui le danze e i canti cercavano di esorcizzare il grigiore del quindicennio pinochetista. E nonostante l'iniziale scetticismo delle opposizioni verso una campagna ritenuta insolente e gli incessanti sforzi degli emissari del governo volti a boicottare, impaurire e minacciare, il popolo finì per sentirsi, poco alla volta, risucchiato in quel vortice di speranza che orbitava anni luce lontano dal 'pianeta Pinochet'.

L'inaspettato risultato elettorale del 5 ottobre del 1988 è riassumibile nelle parole che Renè Saavedra ripete ogni volta ai suoi clienti a lavoro finito: “quello che state per vedere è sicuramente in linea con l'attuale contesto sociale. Siamo onesti, oggi il Cile pensa al suo futuro”. La fine del regime golpista, infatti, non deve essere ricondotta esclusivamente alle geniali trovate dei pubblicitari che organizzarono la campagna per il 'No'. Le idee messe in campo dai pubblicitari non sarebbero mai state sufficienti se non ci fosse stato attorno a loro un intero Paese che da tempo rivolgeva lo sguardo all'arcobaleno, senza avere il coraggio di indicarlo con un dito.

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