Fanculo alla guerra

Avevo ventinove anni e non ero mai andata così squisitamente d'accordo con me stessa. In quel periodo non avevo bisogno di nessun'altro che non fossi io, tanto appagante e armoniosa era la relazione che avevo con la mia persona. Approfittando di un ponte al lavoro avevo comperato un biglietto del bus da Cracovia a Leopoli, tutta contenta di fare un breve viaggio in mia compagnia. Il mio bus era arrivato alla stazione di Cracovia con due ore di ritardo, perché era targato Ucraina e in Germania la polizia lo aveva fermato per fare un controllo passaporti. Nessuno si era preoccupato di segnalarcelo in Polonia e io intanto avevo fatto amicizia con mezza stazione, interrogando chiunque mi capitasse a tiro in un esilarante linguaggio misto di polacco e inglese per scoprire se qualcuno avesse notizie.

Un enorme ragazzo ucraino con la maglietta dei Nirvana si era avvicinato a me. "Inglese o polacco?", aveva chiesto, sorridendo. "Inglese è meglio". "Anch'io vado in Ucraina", aveva continuato in inglese. "Il nostro bus sta arrivando".
Sul bus ci ervamo seduti vicini e avevamo passato la notte a parlare di politica, di Europa, di Putin. Il giovane vedeva il governo russo come un invasore e faceva appassionati discorsi idealisti sull'anima europea e filo-europea del popolo ucraino. Diceva che l'unica cosa positiva di Putin era aver scosso i giovani ucraini dal loro comodo torpore e aver risvegliato sentimenti patriottici e combattivi. Diceva che per la liberazione dell'Ucraina sarebbe morto volentieri. Tutto questo mi aveva colpito. Intorno a noi, riposava un fitto tappeto di teste bionde e canute. Alla frontiera erano scesi tutti dal bus con un silenzio e una gravità che rispecchiavano perfettamente una descrizione del popolo slavo che avevo letto mesi prima in uno splendido racconto del grande giornalista polacco Kapuściński. Eravamo stati fermi per due o tre ore in frontiera, senza che nessuno sbuffasse o si lamentasse. Il giovane ucraino mi aveva detto che gli era spesso capitato di aspettare per molto più tempo. Avevo incontrato un mio collega di lavoro ucraino che imprecava contro gli ufficiali mentre la gente, intorno a noi, manteneva la stessa espressione imperturbabile.

Ero andata a mangiare all'osteria dei partigiani ucraini a Leopoli, una cantina tenebrosa dall'arredamento medievale, a cui si accedeva solo sussurrando una parola d'ordine ben precisa alla guardia in uniforme, che poi apriva la porta con giocosa serietà. All'interno, polacchi e ucraini ubriachi trangugiavano enormi boccali, dimenticando di essersi massacrati a vicenda solo pochi decenni prima e intonando con perfetto spirito cameratistico impastate invettive contro Putin. Avevo riconosciuto una versione popolare di "Bella ciao" in italiano nel sottofondo musicale del locale.

L'ultima sera ero andata in un famoso pub sado-maso, giusto per farmi due risate. La gente che gridava battute lascive e imprecazioni in ucraino, russo e polacco mentre le cameriere elargivano scherzose frustate sulle chiappe degli avventori, riempiva l'ambiente di una frivola ilarità che contrastava con l'auto militare crivellata che troneggiava nella piazza poco lontana e con i soldati che attraversavano la città.

"Sei qui da sola? Ma siediti con noi", mi aveva invitata un gigantesco polacco dalla faccia simpatica che beveva vodka con quattro amici. "Ce la fai a bere questa?", mi avevano chiesto prima di riempirmi il bicchiere. Avevo finito la mia coppa di vino rosso e mi ero unita ai polacchi. Mi sentivo particolarmente fiera del fatto che, pur bevendo, non ero più ubriaca di loro, perché ancora non sapevo che i cinque polacchi avevano seccato tre litri di vodka prima di uscire dal loro ostello, quella sera.

Il polacco che mi aveva invitata faceva amicizia con tutti ed eravamo usciti da quel locale in quindici, tra russi, polacchi, ucraini e americani. "Leopoli è una città sicura, dillo ai tuoi amici quando torni", mi stava dicendo un ragazzo ucraino. "Diglielo che non è come Odessa o Kiev. Qui la guerra non c'è, dì loro di venire a vedere Leopoli. E' un posto bellissimo, Leopoli". "Io sono nato a Breslavia, in Polonia, ma la mia famiglia è di origine ucraina", disse allora il ragazzo che mi aveva invitata. "Davvero?", chiese un giovane russo. "Sì, ma penso che il multiculturalismo sia la cosa migliore. Che belli che siamo noi qui tutti insieme. Fanculo a tutti quanti i nostri governi e fanculo alla guerra". "Sì, fanculo alla guerra!", gridarono tutti quanti, all'unisono, in una deserta strada centrale di Leopoli in piena notte, a poca distanza da una macchina militare crivellata.

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