Figli inconsapevoli della Pop Art e la merda d'artista sempre in voga

Sono a casa a godermi il fresco del mio parco a bordo piscina, brr! L'acqua è freddissima e devo correre al sole per non rischiare un malanno che mi costringa ad oziare in casa; ma in fondo non cambierebbe niente. Quando faccio così mi sto antipatico da solo, però è il mio periodo di strafottenza ed ho tagliato tutti i ponti con il mondo; volontariato, donne, Lloyd, sbronze, vizi e virtù sono ben lontani dal solleticare le mie vanità atte a gonfiarne l'ego. Seduto nel silenzio ripenso alla faccenda degli occhiali appoggiati sul pavimento del Moma di San Francisco da un diciassettenne, scambiati per un'opera d'arte; il gesto viene decantato come geniale, ed in effetti lo è, ma il motivo va ben oltre lo scherzo o la provocazione, ma è esso stesso arte e il teenager è conseguentemente un artista, abbracciando i fatidici quindici minuti di celebrità. Ma come siamo arrivati ad un'astrazione tanto estrema del concetto di arte? Siamo negli Stati Uniti, ma ormai non possiamo pensare di non essere strettamente imparentati con i nostri padri costituzionali adottivi, noi, figli del Piano Marshall e della NATO, i cui albori sono ben documentati dal lavoro di Robert Capa al seguito delle truppe statunitensi in Sicilia nel 1943; e per quanto esista ancora qualche nostalgico, mascherato e non, la nostra storia moderna, che viviamo e subiamo passivamente nel quotidiano, fonda qui le sue radici. Gli omini verdi, quelli neri e quelli arcobaleno o mentono sapendo di mentire o sono essi stessi frutto inconsapevole di questo processo; è complicato, ma credo siano vere entrambe le supposizioni. Provo a fare ordine.

Dopo il secondo conflitto mondiale, come detto, attraverso l'operazione ERP (European Recovery Program), più nota con il Piano Marshall, gli Stati Uniti investono nella ripresa dell'Europa, con ingenti capitali, favorendone lo sviluppo e ampliando le vie commerciali, politiche ed economiche; nasce la NATO, le basi americane sono strategicamente dislocate a formare il blocco occidentale in contrapposizione a quello orientale, capeggiato dai russi. Il gelo della guerra fredda ancora soffia attraverso qualche spiffero, rendendo un criminale come Putin paladino della giustizia; d'altronde è un danno collaterale figlio delle nostre stesse violente e disumane contraddizioni. L'Europa del dopoguerra accoglie questo vento libertario come una sana boccata di ossigeno, negando sé stessa a favore della nuova civiltà, l'evoluzione della libertà, con nuovi valori, atti a ricercare il benessere. L'arte campa di pari passo con la storia, come è sempre avvenuto del resto, esasperandosi per osmosi con il consumismo, l'immagine e la mercificazione dei valori, confezionati e venduti come un prodotto. Si evolvono le tecniche, la fotografia è ormai riconosciuta come forma artistica, così come il cinema, favorendo la nascita di personaggi paralleli, divi e dive da copertina, esplode il marketing, la pubblicità, insomma l'immagine, nel senso più ampio del termine, diventa preponderante; parallelamente, la nuova ricerca artistica, porta in sé anche l'esigenza di una rappresentazione nuova della società, attraverso nuovi materiali, quali plastica, colle sintetiche, neon e quant'altro riesca a creare nuovi modelli espositivi. L'arte contemporanea si crea favorendosi con la moda, con il mercato, e anche quando scandalizza e taglia i ponti con la società capitalistica di massa, viene consumata da quella stessa società che rinnega, proprio come un qualsiasi altro prodotto. Ma non solo. L'evoluzione dei nuovi mezzi di propaganda e di informazione, inondano le persone di notizie di varia natura, prodotti e novità si rincorrono frenetici nell'evoluzione stessa del consumismo e della sua continua ricerca di novità, fino a consumarsi nel momento stesso in cui vengono prodotte, sminuendo di conseguenza l'interesse per le cose passate. L'evento artistico pertanto risente di questa esigenza, smaterializzandosi spesso nel breve tempo della sua sola apparizione. Siamo entrati negli anni 60, siamo in America, nasce la Pop Art, dove Pop è il diminutivo di popolare, inteso come soggetto da rappresentare e non al pubblico di riferimento; infatti la Pop Art prende spunto da prodotti di massa, quali bottiglie di Coca Cola, fumetti, o icone del momento, fondando la propria comprensibilità sull'immagine che è nota praticamente a tutti, spogliandolo di ogni minimo significato e sfruttando gli stessi canali espressivi e di distribuzione noti al grande pubblico. Il più noto esponente di questa corrente è sicuramente Andrew Warhola, che costruisce la propria arte a partire da se stesso, costruendo un personaggio che si auto rappresentasse, in costante evoluzione pubblicitaria, esplodendo al grande pubblico quando si stabilisce a New York, cambiando il proprio nome in un più americano Andy Warhol. Diventa noto per la sua Factory, un variopinto laboratorio d'avanguardia aperto alle giovani promesse, dove nascono i suoi lavori più celebri, come "Green Coca-Cola Bottles", dove riproduce in serie una bottiglia di Coca-Cola seguendo lo stesso linguaggio pubblicitario, o come i ritratti di Marilyn Monroe, dove la celebre diva diventa una semplice immagine, un semplice prodotto da consumare; ne dipinge decine, cambiando semplicemente i colori e di conseguenza l'immagine, creandone così sempre una nuova, rendendo vecchia quella precedente. Geniale. Ma tranquilli, non c'è niente di sarcastico o di protesta in tutto questo, anzi è la semplice trasposizione del consumismo, come dice lui stesso: "Sono di un estrema passività. Prendo le cose così come sono. Mi limito a guardare, osservo il mondo [...]. Non mi faccio molti problemi sull'arte o sulla vita: certo , la guerra e la bomba atomica mi danno da pensare, tuttavia non si può far molto per opporsi". La risposta italiana alla Pop Art ha un nome illustre, Piero Manzoni, discendente del famoso Alessandro, con i suoi "Achromes", che altro non sono che tele spalmate di gesso e poi dipinte di bianco; ad alcune attacca sopra sassolini, tappi e tutto ciò che gli capita tra le mani, relegando la tecnica al semplice gesto, esaltando l'idea di base che è quella che poi qualifica l'atto artistico. Spinge la provocazione nel 1961 con le "Opere d'arte viventi", dove espone due nudi femminili semplicemente firmati da lui stesso, dove l'atto artistico risiede nel trasporre l'oggetto, in questo caso un corpo, in una dimensione diversa del quotidiano; siamo negli anni 60, in Italia, e lo scalpore è praticamente suscitato dal nudo femminile. Non demorde il nostro Manzoni e poco dopo propone la sua "Merda d'artista", consistente in una serie di contenitori con relativa etichetta (in italiano, inglese, tedesco e francese) e la dovuta rassicurazione "Conservata al naturale" che sono naturalmente numerate e firmate; la provocazione sull'autenticità della firma dell'opera che ne decanta il valore desta sconcerto e rabbia, ma se al posto della merda ci fosse stato qualcos'altro? Di fatto è la firma che qualifica l'opera è non l'opera in sé. Oggi, dopo cinquant'anni, siamo ancora a farci le stesse domande e ingurgitiamo sempre più merda, sotto la bandiera dell'arte concettuale, e se un ragazzino appoggia un paio di occhiali sul pavimento di un museo, una schiera di imbecilli si sdraia in terra per ammirarla meglio. Chapeau.

[Attenzione: La voce narrante di chupiti d'annata è un personaggio fittizio, così come tutti gli altri personaggi che interagiscono nel breve intreccio della rubrica, tutti liberamente tratti da film cult. Gli episodi sono frutto della mia fantasia, senza alcun legame con la realtà, pertanto rilassatevi e godete di questo chupito. Se è la prima volta che vi imbattete in questa rubrica e vi appassiona la parte romanzata, vi invitiamo a seguirla dal suo primo capitolo che potete trovare qui]

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