Finalmente a casa (per una sola e unica volta)

Eppure mi sentivo al sicuro in quel maledetto ostello di Zagabria. Il receptionist, che sospetto non essere così innocente come voleva farci credere, era seduto proprio davanti alla porta della mia stanza quando successe il fatto. Io invece ero in cucina con due ragazzi a bere birra perché le punture degli insetti mi impedivano di prendere sonno. Il ladro si era spacciato per ospite, aveva chiacchierato con noi per quache minuto, poi era entrato nella mia camera, aveva afferrato il mio zaino ed era scappato davanti al receptionist che non aveva mosso un dito. Avevo appena perso tutto: documenti, carte di credito, libri, i diari che avevo scritto negli ultimi quindici mesi, macchina fotografica. La sola cosa che il ladro aveva risparmiato era il mio computer con le foto degli ultimi viaggi, forse perché non l'aveva visto. Non avevo quasi più niente: per le autorità ero un individuo temporaneamente apolide e non identificabile; per la società umana in generale non possedevo i requisiti cartacei convenzionali da scambiare con i beni necessari alla mia sopravvivenza.

Mentre la polizia croata scriveva un verbale pieno di errori che avrei trovato esilaranti in un altro momento, io bloccavo le carte di credito e quattro ragazzi correvano per le strade di Zagabria cercando di rintracciare un uomo sui trentacinque anni dai capelli biondissimi e dagli occhi di un azzurro sbiadito, fissi e gelidi. Inutilmente. Passai una notte insonne tra le braccia di un ragazzo serbo dolce come un angelo che cercava di consolarmi. La mattina dopo mi offrì yogurt e frutta, ma il mio stomaco era chiuso come un pugno.
Fu un ragazzo croato dell'ostello ad accompagnarmi alla centrale di polizia per ottenere la denuncia di furto da portare in ambasciata. Due impassibili poliziotti, che non ci avevano sorriso neanche per un istante, pretendevano che pagassimo cinque euro di tassa per la denuncia, nonostante avessimo detto più volte di non avere un centesimo. Il croato si infuriò e si mise a sbraitare e i poliziotti diventarono ancora più gelidi: ci dissero senza giri di parole che dovevamo pagare o andarcene. Dopo un'ora di furiose discussioni un loro collega li convinse a rilasciarmi lo stesso il prezioso pezzo di carta. Non ho idea di cosa abbia detto, ma fu certamente più efficace della collera del mio accompagnatore croato o del mio rassegnato silenzio.
Andammo col tram in ambasciata - senza soldi per fare il biglietto, naturalmente, e col rischio di venire anche multati. Ma ormai ero talmente depressa che non me ne importava proprio niente. Davanti all'ambasciata italiana di Zagabria una guardia croata mi chiese i documenti. "Me li hanno rubati, sono qua per questo". "Documenti per l'identificazione, prego". "Ma se ho detto che non ce li ho più. Sono una cittadina italiana, ho bisogno di aiuto". "Allora chiedi se ti fanno entrare lo stesso anche senza identificazione", rispose l'uomo infastidito indicando il campanello.
Mi fecero entrare. Raccontai tutta la storia mentre i diplomatici mi facevano il caffè e mi offrivano mele e cioccolatini. Poi mi diedero delle banconote per fare le foto per il documento provvisorio che mi avrebbero rilasciato per il rimpatrio. Non vollero che li rimborsassi quando arrivarono i soldi che i miei mi avevano mandato nel frattempo. "Siamo qua per i connazionali, ne hai più bisogno tu di noi adesso. Comprati da mangiare, mangia", mi disse uno di loro. "Può succedere di molto peggio, consolati. E mangia", aggiunse un altro.
Il ragazzo croato mi aspettò fuori tutto il tempo. Arrivò un suo amico che gli diede dei soldi, e lui mi comprò un trancio di pizza e mi obbligò a mangiarlo per cena. "Sei magra, se non mangi stai male. Io sono disoccupato da anni, so cos'è la fame. Mangia, tu che puoi".
In ostello il serbo mi chiese perché non avevo mangiato quello che mi aveva lasciato nel frigorifero. "Scusami, non ho fame, ho sonno, sto male", fu tutto quello che riuscii a dire a mia discolpa. Sembrava che il mondo intero volesse nutrirmi nel momento in cui l'ultima cosa che sentivo era la fame. Ma ora avevo almeno un documento che provava la mia identità e la mia appartenenza ad uno stato ufficiale, un biglietto per l'Italia e un po' di contanti in tasca. Il serbo aveva passato la notte prima sveglio per colpa mia, ma mi confortò lo stesso fino a tardi e nel frattempo fece amicizia con il croato - che mi aveva detto la sera prima di odiare i serbi e mi disse poi che forse non tutti i serbi erano così male, in fin dei conti.
Alle due del mattino il croato mi accompagnò alla stazione dei bus. Non volevo andarci da sola: dopo il furto percepivo ostilità dappertutto. Mi ero sentita fragile come un neonato che ha bisogno della carità altrui per continuare ad esistere. In stazione degli uomini mi derisero quando pronunciai il nome della mia destinazione, "Trieste", in italiano. Ma alle tre di notte da sola in una stazione deserta e dopo aver subìto un furto non avevo un senso dell'umorismo particolarmente spiccato e li mandai tutti al diavolo.
Quando arrivai a Milano avevo tre notti insonni alle spalle e la gente a cui cercavo di chiedere informazioni ribatteva senza ascoltare: "Non ho soldi". Dovevo avere un aspetto orribile. L'unico che mi aiutò fu un ex detenuto, per ironia della sorte un ladro. Quando gli dissi di essere stata derubata mi offrì pure un caffè. "Questo è quello che fate voi alla gente con le vostre bravate", lo rimproverai in un impeto di moralismo quando mi raccontò la sua storia. Il ladro abbassò la testa ma mi scortò fino al binario del treno. Per una volta, per una sola e unica volta, non vedevo l'ora di essere finalmente a casa.

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