“Fiore”

Ammetto che non avevo ancora messo a fuoco la figura di Claudio Giovannesi, di cui, nel 2012, avevo pur visto al cinema “Alì ha gli occhi azzurri”. Quel film mi era piaciuto, senza entusiasmarmi, soprattutto per i richiami alla poetica pasoliniana degli adolescenti nei quartieri periferici. “Fiore”, però, rappresenta senza dubbio un passo avanti; non a caso, ha riscosso ampio consenso nella sezione Quinzaine des Réalisateurs dell’ultima edizione del Festival del Cinema di Cannes, dove è stato applaudito per più di dieci minuti. La storia è molto semplice e si svolge dentro un carcere minorile, dovo sono detenuti, tra i tanti, due giovani rapinatori, Daphne e Josh. Nella prigione le femmine vivono separate dai maschi e la possibilità d’incontro tra sessi diversi non esiste. Quando la ragazza si innamora del “collega”, non resta altra possibilità per entrambi che vivere i sentimenti e le emozioni solo attraverso gli sguardi furtivi, le conversazioni fugaci e le lettere clandestine.

La pellicola rende alla perfezione - grazie alla sensibilità con cui il regista e sceneggiatore tratta il mondo adolescenziale - la forza del desiderio d’amore di due giovani e l’intensità delle emozioni di quell’età; inoltre, il carcere appare non solo come una privazione della libertà, ma anche come una mancanza, quella proprio dell’amore. Una mancanza che porta inevitabilmente la ragazza a quella tensione interiore, percettibile attraverso lo schermo, di natura sessuale e sentimentale, propria di una fase della vita sempre e comunque delicata. Il film è drammatico, ma non risulta grigio e cupo, sia dal punto di vista visivo, sia da quello strutturale. Le immagini luminose offrono, nonostante tutto, un senso di positività e di leggerezza. La storia ha un taglio non angosciante e non privo di speranza. Il cast offre una prova assolutamente di valore, a cominciare dai protagonisti Daphe Soccia e Josciua Algeri. I due risultano sorprendenti, perché alla prima esperienza interpretativa sono in grado di rendere ben manifesta la loro tensione erotica, in particolare quando l’attrazione non può avere un libero sfogo sessuale; nessuno esce mai dalle righe, sintomo palese pure di un’ottima regia. Valerio Mastrandrea, non nuovo a prove intense, interpreta il padre di Daphne, con la quale parla per lo più attraverso sguardi profondi, malinconici, provando a svolgere il ruolo di genitore, sebbene anche lui abbia appena finito di scontare una pena.

Il film ha una durata di 120 minuti ed è stato realizzato grazie ai fondi del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali.

Apro una parentesi: concludo manifestando la personale contentezza per il Nastro d'Argento vinto da Leonardo Pazzagli per "Un bacio" di Ivan Cotroneo, recensito da me alcune settimane fa in maniera entusiasta.

Consigliato a: chi ha conosciuto “I quattrocento colpi” (1959) di Francois Truffaut o ha apprezzato “The Dreamers - I Sognatori” (2003) di Bernardo Bertolucci. Voto: 7.

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