Fosse anche stato per l'ultima volta

Il locale era illuminato da una luce fioca e stridente, che galleggiava sulle nostre birre avvolgendole in un velo di di ruggine sciolta. Sempre più persone si aggregavano al nostro tavolo, si presentavano, facevano domande sul mio accento straniero. Era l'unico pub di Elsfleth, il paese in cui abitava Ulrike, che detestava con tutto il suo cuore quel posto ma ci viveva per la semplice ragione che l'affitto costava meno che a Oldenburg, dove abitavamo noi. Erano quasi tutti marinai o studenti di nautica: l'unica cosa che c'era a Elsfleth, a parte la noia e lo squallore di cui si lamentava sempre Ulrike, era una scuola di nautica. In quella manciata di chilometri quadrati sperduti nella pianura verdeggiante della Germania settentrionale noi, un gruppo di studenti universitari di Oldenburg, rappresentavamo una novità e un diversivo.

Louise, in particolare, accendeva il locale con la sua risata limpida e con i suoi lunghissimi capelli rossi, che sembravano ancora più vivi e chiassosi sotto quella luce. Era circondata da un nugolo di giovani uomini che facevano eco ad ogni sua risata e la ammiravano con occhi caldi e pulsanti. Louise accettava con divertita disinvoltura l'attenzione di tutti i presenti, distribuendo il suo tempo e i suoi sorrisi con imparzialità ed eleganza, senza discriminazioni o eccezioni di sorta.

Tra tutti questi uomini, però, ce n'era uno che le stava vicino più degli altri. Aveva una quarantina d'anni, un cranio lucido e abbronzato, la fronte sempre corrugata, come se meditasse ininterrottamente su un problema doloroso e irrisolvibile. Mi colpirono subito i suoi occhi, occhi scurissimi, in cui una cornice di ostinata pensierosità sembrava contenere a malapena, faticosamente, una violenza straordinaria. Era come se quei due cerchi neri, lampeggiando in un equilibrio precario, potessero esplodere da un momento all'altro. Eppure lui parlava in modo così pacato, sussurrava nelle orecchie di Louise allargando appena le sue labbra aguzze e pallide quando lei gli sorrideva. Si allungava verso Louise come se la stesse respirando, e quando lei lo guardava in faccia i suoi occhi avevano un guizzo sorpreso e veloce, che li addolciva e li rendeva, per un attimo, meno gravi.

Quella notte conobbi il mio futuro fidanzato. Ce ne andammo dal locale all'ora di chiusura e continuammo a festeggiare fino al mattino a casa di uno degli studenti di nautica, che nel frigorifero teneva solo una bottiglia di senape mezzo vuota, cosa che divertì enormemente Louise. L'uomo di quarant'anni ci aveva lasciati da un po', senza che io, e forse nessun'altro, forse nemmeno Louise, se ne accorgesse. Io ero presa dal mio futuro fidanzato, un ex militare tedesco iscrittosi recentemente alla scuola di nautica, che trovava il mio accento italiano irresistibile. Gli altri, semplicemente, si godevano la compagnia di Louise e le birre.

Il primo semestre era appena terminato e qualche giorno dopo me ne andai a Stoccolma con un'amica francese, mescolando quella serata all'anonima manciata di serate che via via componevano la mia vita sociale di studentessa straniera in Germania. Poi passai una settimana in Italia per sostenere qualche esame all'università, sapendo che sarebbe stato complicato farmi riconoscere gli esami dati in Germania.

Quando tornai a Oldenburg i miei coinquilini tedeschi mi accolsero festosamente con casse di birra, una grigliata di carne, crauti della miglior qualità e formaggio prodotto da vacche rigorosamente tedesche. "Ti ricordi quel tizio calvo che era seduto vicino a Louise quando siamo andati a Elsfleth da Ulrike?", mi chiese Mathias mentre con una grande pinza girava le salsicce sul fuoco. "Sì". "Si è impiccato quando tu eri in Italia", spiegò Mathias, concentrando la gravità dei suoi pensieri sulla salsiccia che stava arrostendo in quel momento. "L'ha trovato la sua nuova ragazza appeso al soffitto. Aveva una ragazza nuova, un lavoro nuovo che a quanto dicono gli piaceva molto. Nessuno capisce perché l'abbia fatto, non ne aveva nessun motivo".

Presi la mia birra e mi allontanai un po' da sola, col pretesto di fumare una sigaretta. Mi sedetti sul ciglio della strada e chiusi gli occhi per ricordare meglio il suo viso, sapendo che avevo avuto un'unica occasione per incontrarlo e che nessuno adesso l'avrebbe più incontrato, mai più. Pensai a quando si allungava verso Louise, quella notte nel pub di Elsfleth. Louise rideva con i suoi capelli rossi che sembravano ridere insieme a lei, ed era l'immagine stessa della vita. Pensai che il motivo che nessuno conosceva era tutto chiuso in quegli occhi scuri, meditabondi e atroci, e che però quel motivo non aveva un nome e quindi era meno imbarazzante far finta che non esistesse. Pensai che magari tutti, segretamente, la pensavano come me ma che nessuno, come me, lo diceva. Tutt'ora, quando ci penso, mi piace immaginare che almeno per quella notte la vita, facendo capolino tra i capelli rossi di Louise, gli abbia regalato un attimo di gioia e di piacere. Fosse anche stato per l'ultima volta.

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