“FRENCH CONNECTION”

Ancora una volta dispiace constatare quanto, ormai, la distribuzione non lasci molto spazio alle pellicole d’oltralpe (a parte qualche commedia non sempre meritoria), privando di sicuro gli spettatori italiani di quel genere che ha già prodotto tanti film bellissimi dagli anni 50 del XX secolo in poi. Mi riferisco - e colgo l’occasione per spiegarlo ai lettori più giovani - al polàr, genere cinematografico tipicamente francese che fonde il poliziesco con il noir (ne sono stati protagonisti attori davvero grandi come, tra gli altri, Jean Gabin, Yves Montand, Simone Signoret, Lino Ventura, Alain Delon). Sebbene questo film del 2014, arrivato sui nostri schermi solo in questi giorni, prediliga più l’aspetto poliziesco, può essere definito figlio di tale contesto. Ambientato a Marsiglia, quale centro dello smistamento internazionale dell’eroina (già trattato nel 1971 da William Friedkin ne “Il braccio violento della Legge - The French Connection”), Cédric Jimenez dirige una vicenda intensa e forte, in cui è protagonista la lunga e difficile indagine che un magistrato incorruttibile porta avanti con fermezza e determinazione contro il boss degli spacciatori. La vicenda, infatti, copre un arco di tempo che parte dalla metà degli anni 70 ed arriva fino al periodo successivo all’elezione di Francois Mitterrand a Presidente della Repubblica. Tra omertà, corruzione e violenza, il ritratto delle due società, quella corrotta dei malavitosi e quella onesta della famiglia borghese del magistrato, appaiono perfette. L’iniziale didascalia “liberamente ispirato a fatti reali” toglie in breve ogni dubbio e permette di comprendere che il film omaggia il giudice Pierre Michel, ucciso in pieno giorno nel 1981 con un colpo di pistola alla testa. Una menzione speciale va agli scenografi ed ai costumisti, perché la ricostruzione storica è priva di difetti: dagli abiti al taglio di capelli, dai vestiti agli arredi, dagli elettrodomestici agli strumenti investigativi. Ogni particolare è così perfetto da apparire preciso e non di finzione. Anche le interpretazioni di tutto il cast risultano calibrate e misurate, senza che nessuno emerga a svantaggio degli altri. Jean Dujardin (Pierre Michel) e Gilles Lellouche (Gaetan Zampa), nel rappresentare l’uno il bene e l’altro il male, incarnano due volti speculari, la cui vita, ben descritta nel dettaglio, è farcita di solitudine, delusioni e ostacoli. Non vado oltre per non rivelare troppo, anche perché i colpi di scena non mancano e portano gradualmente lo spettatore a comprendere che la battaglia è molto più vasta e complessa di quanto inzialmente immaginato. Il finale amaro non è dato dalla morte del giudice, ma dalla consapevolezza della disparità di forze tra la giustizia degli uomini e le pericolose infiltrazioni, anche a livello nazionale, nella politica e nelle forze dell’ordine. La durata di 135 minuti forse è un po’ eccessiva: qualche sforbiciata nella parte finale avrebbe probabilmente giovato al ritmo.

Consigliato a: chi non dipende dal cinema a stelle e strisce, chi ama il buon cinema di qualità, chi vuole conoscere o rivivere le atmosfere del polàr. Voto: 7,5.

Alessandro

Da Riccione col furgone.

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