Get Out - Scappa: il ghigno di Jordan Peele

Horror e commedia hanno molto in comune, sebbene le reazioni che suscitano al corpo dello spettatore possano apparire antitetiche. Da una parte il disgusto, la reiezione, l’irrigidirsi dei muscoli. Dall’altra la risata, l’euforia, il completo abbandonarsi sulla poltrona.
Entrambi i generi si fondano però su un rapporto privilegiato ed unico con il pubblico, legato alla visceralità e all’istinto, nonché su una forma comune: il lavoro sui tempi, l’attesa e la suspense, che trovano liberazione nel jump scare e nella battuta.
Non è strano quindi che le strade della commedia e dell’horror si intreccino per generare degli ibridi audiovisivi. Un film su tutti: Scream (Wes Craven, 1996), un cult in cui il genere slasher si confonde col grottesco e dove la dimensione ludica è l’inevitabile conclusione di caratteri prototipici esasperati fino al paradosso e situazioni eccentriche.
I nomi elencabili all’interno di questo filone eterogeneo sono però tanti e illustri: da Per favore non mordermi sul collo (Roman Polanski, 1967) e Frankestein Junior (1974) fino ai più recenti L’alba dei morti dementi (2004) e Benvenuti a Zombieland (2009) e le degenerazioni demenziali del filone di Scary Movie.
Ciò in cui Get Out - Scappa differisce (e sorprende) è che a differenza del film di Wes Craven, il comico non è il risultato di un ribaltamento delle convenzioni di genere, e non è il fine da conseguire, non è insomma conseguenza, ma è causa scatenante, funzione dell’horror. La risata strappata al pubblico attraverso la battuta (anche quella più goffa) è generatrice di domande e ansie, di ulteriori interrogativi riguardo alla trama e sul significato complessivo del film. I dialoghi tra i personaggi, spesso surreali e patetici, intimoriscono proprio per il loro essere naive e apparentemente fuori contesto. L’ambientazione caricaturale - una villa borghese - in cui sono inseriti personaggi passivo-aggressivi e volgari, enfatizza le loro parole e le loro azioni, e assume ancor più valore nella valutazione finale della trama e delle sue implicazioni “morali”.
Nel presentare con un film di genere la mente degenerata di una famiglia bianca che deve accogliere il fidanzato nero della figlia, Peele comunica come se dirigesse un film "sociale", proponendo una riflessione più tragica che comica sull’ipocrisia e il razzismo implicito della vita WASP, che tratta ogni aspetto della nuova borghesia statunitense con leggerezza e ironia (non si dimentichi mai, guardando il film, che “wasp” in inglese significa anche “vespa”) ma al contempo ne tratteggia un ritratto oscuro e inquietante, al quale il regista non lesina alcuna critica.
Anzi, il rischio che il film prenda una deriva esclusivamente comica e soffochi il messaggio sotto le freddure, viene scongiurato dallo stesso regista. Jordan Peele, comico statunitense già apparso in Fargo e Modern Family trova nelle sue radici (prima quelle afroamericane e poi quelle comiche) lo spunto per la narrazione e l'approccio che la porterà a compimento nel migliore dei modi. In quanto comico Peele è a conoscenza della regola per il successo di una commedia, che poi è la stessa per l’horror e per ogni film d’intrattenimento: il ritmo. Il tempismo della rivelazione, il presentarsi e ripresentarsi di suoni e rumori, l’accurata gestualità, la relazione tra movimento di macchina e movimenti interni all’inquadratura, il rapporto tra suono e immagine. Su tutto questo gioca Jordan Peele per fondere i contrasti, renderli un unico, trasformando delle microazioni in danze sciamaniche (come un cucchiaino che viene fatto girare in una tazza da the che si tramuta in una nenia psichedelica ed ossessiva che infilza orecchie e cervello della sala intera), degli elementi surreali in apparizioni angosciose (la corsa notturna di un domestico nel parco di casa ripresa a telecamera fissa in un momento di tensione), battute sporche in presagi di morte (“è vero quello che dicono, che con i neri è meglio?”).
Facendo convivere queste antinomie, Get Out si regge su un equilibrio incredibilmente delicato e sembra poter cadere ad ogni scena, se non addirittura ad ogni nuova inquadratura, ma, nonostante un finale un po’ frettoloso, non lo fa mai.
Un film nuovo e necessario.

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