Sotto gli occhi del grande buddha

Tutti consideravano Yan innocuo ma un po' matto, e ridevano di lui. Yan era l'unico che non mi considerasse matta però, quindi eravamo diventati subito amici. Dopo l'Australia non ci eravamo visti per due anni, ma l'avevo contattato subito quando avevo deciso di visitare il Taiwan, e Yan mi aveva invitata a stare nel suo appartamento di Taipei.

Quando lui lavorava, io mi alzavo con calma, facevo colazione con un panino dolce e un bicchiere di tè alle perle, poi uscivo e visitavo la città, scrupolosamente e dettagliatamente, dai templi più noti alle zone più sconosciute. "Basta smog, questo weekend ti porto in montagna", annunciò Yan un giorno, poco prima del fine settimana. "Con la mia macchina. Viene anche Carlos". Carlos era uno spagnolo di quasi sessant'anni che condivideva l'appartamento con Yan, mentre cercava di estendere la clientela della sua azienda alimentare al mercato asiatico.

Yan era eccitato e rumoroso. Sulla metro un anziano signore l'aveva rimproverato nella loro lingua, perché è sconveniente per un adulto taiwanese parlare a voce tanto alta in un luogo pubblico. Yan era ammutolito di colpo e aveva annuito a testa bassa, per poi scrollarsi via le severe parole dell'uomo con un gesto della mano non appena il vecchio si era girato di nuovo. Aveva abbassato la voce per un minuto e poi, senza minimamente accorgersene, era tornato più rumoroso ed eccitato di prima, attirandosi gli sguardi ostili di tutto il treno.

In macchina Yan cantava a squarciagola per la gioia. Nella periferia e nelle campagne del Taiwan del nord vedemmo paesani e contadini bruciare banconote false in grandi vasi metallici, per omaggiare e onorare gli spiriti dei loro morti. Il venticinquenne Yan, dagli scarmigliati capelli lunghi e dai modi frettolosi e concitati, sembrava venire da un pianeta diverso rispetto a questi suoi connazionali dal volto pacifico, imperturbabile e arrostito dal sole, che non parlavano inglese e ci studiavano con una curiosità timida e insistente insieme, non sapendo valutare quali potessero essere il nostro paese d'origine e la nostra esatta età biologica. "Mia nonna dice che somigli a un'attrice americana, ma non sa quale. Ma forse assomigli a tutte le attrici americane, dice, perché hai la faccia da americana", mi disse Yan dopo una breve visita alla sua famiglia. "Dice che non ha mai visto una donna occidentale, dice che sei molto bella e che non sa quanti anni tu possa avere. Ma non ti distingue dalle attrici americane che vede in televisione". Spesso la gente in strada fermava Yan per chiedergli in mandarino da dove venivamo Carlos ed io e cosa facevamo in quel posto sperduto del Taiwan.

Quando arrivammo in montagna, Yan ci indicò un'enorme statua buddhista che si ergeva su tutta la zona, gettando uno sconfinato sguardo indulgente sulle valli e riempiendo il paesaggio di una serenità sovraumana, che mi diede una sensazione tutt'altro che sgradevole. Yan galoppava con entusiasmo tra i sentieri di montagna, palesemente emozionato all'idea di mostrare le bellezze del suo paese a due amici stranieri. Intanto stava calando il tramonto: il sole scivolava ai piedi della statua del buddha, che nel frattempo era stata illuminata artificialmente ma sembrava aver raccolto nella sua vasta mole tranquilla tutta la forza e la luminosità del giorno, conservandola con cura per poi restituirla al cielo, intatta e rinvigorita, allo spuntare dell'alba.

"Merda, credo che ci siamo persi", constatò Yan, interrompendo bruscamente le mie poetiche riflessioni sul paesaggio. "Come, persi?", feci io, improvvisamente pragmatica. "Non c'è in giro nessuno, adesso come facciamo?" "Boh, in qualche modo arriveremo alla macchina. Forse", rispose Yan, con una scrollata di spalle. "Andiamo a caso, prima o poi da qualche parte arriveremo", suggerì filosoficamente Carlos. Mi voltai verso la statua del buddha, che ci fissava con lo stesso sguardo enigmatico e compassionevole che riservava indiscriminatamente a tutto il resto della valle, come se, in tutta la sua benevolenza, non gliene importasse proprio niente del fatto che ci eravamo persi e se avremmo ritrovato la strada o meno. "Moriremo di fame e di freddo", conclusi con altrettanto spirito filosofico. Yan e Carlos scoppiarono a ridere e io mi unii alla loro risata, perché nonostante tutto mi ero accorta che nemmeno a me importava ormai più di tanto.

Dopo un'ora di ciechi e fallimentari tentativi nel buio riuscimmo in qualche modo a imboccare il sentiero giusto che portava alla macchina. "Ragazzi, che avventura!", esclamò Yan, dopo aver scosso le valli deserte con un incontenibile grido di sollievo, mescolando la sua gioia all'onnipresente imperturbabilità della statua, che non ci aveva mai persi di vista. "Pensavo che tu fossi la nostra guida, Yan", disse Carlos. "Ah, ma io non sono mai stato qua da solo", rispose Yan con distratta disinvoltura. "Vabbè, che importa, tanto alla fine ci è andata bene, no?", commentò alla fine, dando un'ultima occhiata complice alla statua del buddha, che iniziava pian piano ad allontanarsi.

 

Copertina: www.boomsbeat.com

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