Gone Girl, tutto il resto è solo rumore

Ci sono voluti quasi cinque anni perché David Fincher tornasse sugli schermi con una pellicola degna di nota. Dopo capolavori come "Seven", "Fight Club", "Zodiac" e "The Curious Case of Benjamin Button" il regista americano ha avuto un crollo stilistico mica da ridere con pellicole come "The Social Network", "The Girl with the Dragon Tattoo" e non da ultimo i primi due episodi della serie "House of Cards" che non fraintendetemi, è perfetta, ma resta pur sempre una serie televisiva.

Ormai abbandonata la speranza che il regista potesse rendere il genere thriller qualcosa di diverso, mi imbatto in "Gone Girl" a quasi otto mesi dalla sua uscita e, complice il tempo variabile e la curiosità, decido di vederlo. Resto per più di due ore incollata allo schermo: non è possibile, David Fincher è tornato tra noi. 

"Gone girl", adattamento cinematografico del romanzo omonimo di Gillian Flynn che ne ha curato anche la sceneggiatura, si presenta completamente in linea con i primi film-capolavoro di Fincher: per la prima mezz'ora buona ti sembra di guardare il classico thriller in stile CSI dove c'è una donna scomparsa, un marito indagato, un cadavere da trovare. Una banalità nutrita da una colonna sonora banale e a tratti quasi sfacciata e da una sceneggiatura altrettanto ispida e vuota, la stessa convenzione su cui tuttavia Fincher gioca la sua mossa. Il film, come per "Seven" e per "Zodiac", è costruito proprio sull'inganno apparente dello spettatore, quasi per il regista volesse dire: "bene, se sei davvero interessato procedi, altrimenti puoi benissimo fare altro".

Abbiamo infatti un thriller che thriller non è: grazie a una fantastica Rosamund Pike, appoggiata da un Ben Affleck che sembra aver ritrovato la sua strada (quella della recitazione) piuttosto credibile, la trama viene completamente rivoluzionata facendo leva sia su dei piccoli indizi che Fincher inserisce sin dall'inizio del film, sia su uno svolgimento che capovolge completamente i punti di vista dello spettatore, e lo fa così tante volte che ci si trova più volte e soprattutto sul finale quasi disorientati.

Fincher - e la Flynn - partono da una storia thriller per mostrare invece una quotidianità colma di bugie, malattia, morbosità e completamente vincolata dalla televisione di serie b. Ma se questo non bastasse in "Gone girl" Fincher è come se tirasse le fila di ogni suo capolavoro, creando qualcosa di nuovo e al contempo direttamente connesso alla sua produzione cinematografica dai problemi di coppia nascosti sotto la sabbia che permeano "Seven" alla violenza psicotica gratuita di "The Game", film nei quali iniziano a comparire i primi segni di disagio psichico che esploderanno poi in "Fight club", "Panic Room" e non da ultimo "Zodiac" in cui risulta ben chiaro che violenza e patologia non sono per Fincher una scorciatoria verso il genere Thriller psicologico, ma che vengono dosati magistralmente per creare una dimensione di critica verso il genere umano in generale. 

E nonostante il periodo di arresto, il film sembra aver ripreso in pieno un percorso cinematografico pensato da Fincher. Partendo dalla critica verso quel mondo fatto di mass media superficiali, continuamente in cerca di notizie, sempre pronti a invadere la sfera privata per fare di un caso un fenomeno mediatico dove già in "Zodiac" troviamo richiami diretti alla stampa generalista, che in "Gone girl", con la continua e spudorata presenza di una tv locale, diventa un vero e proprio personaggio cardine del film; passando poi all'ossessività, alla falsità e all'ipocrisia che permea tutte relazioni interpersonali; per approdare infine all'adattamento di opere letterarie che spesso eguagliano o superano i romanzi e i racconti da cui il film prende spunto. E come da prassi abbiamo un finale non conclusivo, che lascia lo spettatore quasi disorientato sia dalla trama con continui colpi di scena, sia perché lo obbliga a riflettere su concetti molto profondi e ampi.

E se tutto ciò non bastasse, il trailer che ci annuncia che "You don't know what you've got 'til it's" è esso stesso una premessa velata a quello per cui il film merita assolutamente di essere visto: una storia costruita interamente su menzogne così vicine alla verità che nemmeno uno psicanalista esperto sarebbe in grado di smascherare.

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