GUANAJUATO, L'ALTRO VOLTO DELL'INNOCENZA

E' da più di tre anni che non vedo Aurélie, una trentatreenne belga con cui ho lavorato per alcuni mesi in un ostello ad Auckland, in Nuova Zelanda. Aurélie è simile a me, sotto molti aspetti: vagabonda, individualista, irrequieta, facile ad annoiarsi. Per questo forse ci capiamo così bene e, nonostante abbiamo conosciuto centinaia di altre persone in questi tre anni, rimaniamo regolarmente in contatto e ci aggiorniamo sui nostri spostamenti. E' così che quando sono in Messico scopro che Aurélie frequenta un corso di spagnolo per stranieri a Guanajuato, a poche ore di bus dalla capitale.

Masa ed io decidiamo di lasciare i nostri bagagli al giovane proprietario dell'ostello di Città del Messico dove alloggiamo e di partire per un weekend a Guanajuato. Il monolocale che la scuola di spagnolo ha affittato ad Aurélie è arredato in modo sobrio ed essenziale, in una metratura appena sufficiente per una sola persona, ma Aurélie ci cede volentieri il suo letto a una piazza e mezza: lei dormirà nella stanza di un altro studente. Guanajuato, invece, sembra un grande giocattolo di cemento e di colori, di strade, sentieri, curve e labirinti che si precipitano disordinatamente l'uno nell'altro con la ridente complicità delle variopinte casette rettangolari che li circondano e li abbracciano. Masa ed io ci innamoriamo istantaneamente della vivacità di Guanajuato e della sua spensierata ingenuità: è come se ci trovassimo in una città costruita da e per bambini, in cui non esistono finzioni, convenzioni o leggi imposte, in cui colori e forme sono accostati in maniera spontanea e casuale, in cui la fantasia è l'unica regola vigente. E questo ci fa sentire meravigliosamente liberi.

"Credo che dopo il corso mi cercherò un lavoro e mi trasferirò qui permanentemente", dice Aurélie mentre beviamo birra messicana e giochiamo a carte con studenti australiani e nord-americani della sua scuola. "Adoro Guanajuato, non sono mai stata così bene". Faccio fatica a crederle, perché conosco e percepisco in prima persona la sua incapacità di stabilizzarsi, ma capisco anche il benessere che prova in questa città così singolare. "Non ti mancherà il Canada?", le chiedo. Negli ultimi anni, appena cominciava a sentirsi fuori luogo nel suo paese, Aurélie si rifugiava nello Yukon, dove trovava subito lavoro grazie alle sue conoscenze e ad una speciale convenzione politica tra il governo canadese e il Belgio. "Mi sono stufata del Canada", scuote la testa Aurélie. "Troppo freddo, vuoto, solitario. E poi non succede niente lì. Guanajuato, invece, è proprio il posto che fa per me. Mi trasmette così tanta gioia, così tanta pace".

La domenica sera Masa ed io torniamo a Città del Messico. La capitale è terribilmente caotica, affollata e trafficata, quanto di più lontano si possa immaginare dall'indolente tranquillità colorata di Guanajuato. La mischia di odori e di rumori, a cui non siamo più abituati, ci disturba e ci stordisce, ma ci teniamo impegnati visitando musei, quartieri sconosciuti e rovine archeologiche e conversando con i messicani nel discreto spagnolo che abbiamo acquisito vivendo per mesi con un coinquilino di Monterrey a Montreal.

Dopo un paio di giorni ricevo un messaggio di Aurélie. "C'est fini avec Guanajuato", mi scrive. Mentre Masa trascorre una piacevole serata messicana sorseggiando birra in compagnia degli altri ospiti dell'ostello, Aurélie mi spiega che lascerà per sempre Guanajuato appena finito il corso di spagnolo, perché mentre faceva una passeggiata in montagna un uomo incappucciato l'ha aggredita, ha cercato di violentarla e quando lei ha reagito le ha strappato lo zaino dalle spalle ed è fuggito. "E' diventata un incubo per me questa città", scrive Aurélie. Mentre leggo i suoi commenti, immagino le festose casette di Guanajuato deformarsi in ghignanti pozzanghere di vernice, tanto più orribili quanto apparentemente innocenti. Mi viene in mente che nelle migliori storie horror il personaggio più inquietante e crudele è quasi sempre un bambino. "Sei andata dalla polizia?", le chiedo. "Subito. Hanno fatto un rapporto, ma dato che non ho visto il volto dell'aggressore hanno detto che non potranno fare niente. Mi hanno praticamente dato dell'incosciente perché sono andata in giro da sola. Come se fosse colpa mia. E adesso mi dà fastidio persino quando uno qualunque dei miei amici uomini qua mi abbraccia". "Mi dispiace tantissimo". "In Belgio la polizia non si sarebbe comportata così", conclude amaramente Aurélie.

Masa capisce subito, dall'espressione del mio viso, che è successo qualcosa di grave. "Si tratta di Aurélie", comincio. "Ha deciso di andarsene da Guanajuato". "Ma perché, è un posto così magico, anche lei ha detto che lo trova incantevole". "E' una storia davvero triste", rispondo, mandando giù un lungo sorso della sua birra messicana. "Dammi un attimo, adesso ti racconto tutto".

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