I fantasmi di Hiroshima

"E così credi ai fantasmi?", chiedo a Shiro mentre sorseggiamo dolcissimo vino di prugne in un locale di Hiroshima. Shiro è un giapponese di trentacinque anni innamorato dell'Italia. Si sta preparando a un esame di italiano e ha sentito parlare di me, un'italiana madrelingua che lavora nell'ostello vicino alla stazione. Mi offro di dargli lezioni private quasi tutti i giorni gratuitamente, sapendo che è disoccupato da tempo. Shiro insiste per sdebitarsi invitandomi in vari locali di Hiroshima mentre facciamo conversazione in italiano.

"Io non so", risponde col suo italiano un po' incerto. "Io non so... sa... so, giusto? Io non so se credere. Ma mia cugina, lei dice vede fantasmi, tutti giorni". "I fantasmi dei morti della bomba?". Una mia collega giapponese dell'ostello mi ha detto che una sua amica sostiene che il Parco del Memoriale della Pace di Hiroshima sia pieno di ombre inconsapevoli e flemmatiche, che non sanno ancora di essere scomparse dal mondo, improvvisamente, senza accorgersene, una mattina di agosto di tanti anni fa. "Sì, anche. Tanti qui in Hiroshima pensano ci sono fantasmi della bomba in giro. Pensano sono ancora qua che camminano per la strada, però non tutti vedono loro". Nonostante il mio ateismo e il mio scetticismo nei confronti di tutto ciò che non può essere verificato empiricamente, lo ascolto rapita. Mi interessano le opinioni degli altri, anche le più strampalate. Mi interessa la gente. Mi interessa Hiroshima, una città che ho imparato a conoscere e ad amare, giorno dopo giorno. "Sai, ho avuto molti incubi da quando sono qui", gli confesso mentre sento la testa più leggera, i pensieri più liberi e fluidi, segno che mi sto ubriacando. "Incubi? Sogni brutti?". "Sì, sogni brutti". "Su fantasmi di Hiroshima?". "Sì. Ecco perché non volevo andare al museo della bomba atomica, anche se poi ci sono andata. Ho sognato spesso che l'ostello fosse infestato di fantasmi, che mi chiamavano per giocare a carte con loro nella stanza dei tatami. Avevano la pelle sciolta, tipo cera delle candele, ed erano arrabbiati". "Oooh, questo non bello", commenta Shiro. "Non credo loro arrabbiati con te però. Tu no colpa per loro morte". "Io non ci credo. Erano solo incubi. E' terribile quello che è successo in questa città. Al museo ci sono ancora le uniformi e i resti gremati del pranzo degli studenti che sono morti quella mattina". Shiro abbassa la testa e sorseggia un altro po' di vino. "Governo giapponese allora molto cattivo, diceva noi possiamo vincere guerra. Guerra è sempre cattiva. Però popolo di Hiroshima, non era colpa loro". "No, non era colpa loro".
Ci sono poche persone oltre a noi. Si ubriacano, ridono e cercano di parlare con me, perché i turisti di solito non vengono qua. Solo persone del posto come Shiro vengono in questi locali. I giapponesi sono attratti da persone coi lineamenti occidentali. Per loro conoscermi è uno strappo alla routine, un'avventura, un'esperienza da raccontare agli amici.

"Una mattina dormivo nella stanza dei tatami e mi è sembrato che un ragazzo mi svegliasse. Ma quando mi sono girata non c'era nessuno", confido a Shiro. "Oooh, lui giovane?". "Sì, non più di sedici anni". "Oooohh, per giapponesi questa cosa buona. Vedere giovane fantasma in stanza tatami vuol dire ricchezza". "Quando ero in Tailandia un uomo per strada mi ha letto la mano e ha detto che sarò disgustosamente ricca a trentacinque anni. Forse aveva ragione, dopotutto", scherzo. Shiro ride con me. "Fantasmi non sempre cattivi".
Il cameriere ci riempie i bicchieri di sake caldo. Facciamo un altro brindisi.
"Quindi, seriamente, pensi che ci siano i fantasmi a Hiroshima? Cosa pensa la gente di qui?". Shiro, da buon giapponese, si prende un minuto o due per riflettere. Da buon giapponese non vuole darmi risposte avventate. "Io non so, non ho mai visto fantasmi. Ma credo forse, forse, ci sono. Soprattutto quelli della bomba. Perché loro morti senza saperlo. Non avevano tempo per capire che erano morti, sai? E anche quelli morti dopo, morti innocenti". "Sono scomparsi in un attimo, senza motivo". "Ah sì, sì! Alcuni ancora bambini. Alcuni vecchi. Terribile per tutti però, vecchi e giovani". Annuisco.

Hiroshima ora è una città moderna, ricostruita fino all'ultimo mattone con una rassegnazione meticolosa e tranquilla, molto giapponese. E' difficile credere che sia stata rasa al suolo solo pochi decenni fa. Il fiume di Hiroshima, calmo e trasparente, ha già dimenticato i corpi ustionati che si sono gettati morenti tra le sue braccia. E' rimasto l'edificio in rovina sotto l'epicentro della bomba però, perché la strage non venga dimenticata, perché almeno la memoria attribuisca un senso postumo alla sua insensatezza. E sono rimasti i fantasmi di Hiroshima, certamente. Perché nessun essere umano, finché ha memoria, potrà mai rassegnarsi a una scomparsa totale, così irrimediabilmente totale.

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