“I Magnifici 7”

Nel 1960 - nel pieno dell’epoca aurea del genere western - John Sturges ha diretto “I Magnifici Sette”, che ha indubbiamente lasciato una bella impronta nella Storia del Cinema. Il film era una rilettura, ambientata nella frontiera americana del XIX secolo, de “I sette samurai” (1954) di Akira Kurosawa e trattava temi nobili come la ribellione alle ingiustizie, il cameratismo tra cow-boys, la difesa dei popoli indifesi.

A cinquantasei anni di distanza, il remake firmato da Antoine Fuqua ha raggiunto nel primo week-end di programmazione statunitense la posizione del terzo migliore esordio di sempre per una pellicola western. Sebbene le critiche non abbiano mostrato entusiasmo e calore, il pubblico si è, comunque, riversato numeroso nelle sale dove era proiettato.

La storia non è sostanzialmente cambiata: sette pistoleri mercenari intervengono in un piccolo paese, perchè un affarista privo di scrupoli ha incendiato la chiesa, ha ucciso alcuni uomini e seminato il terrore tra gli abitanti, pur di riuscire a cacciare tutti al fine di estrarre oro dalla vicina miniera. Così i nostri addestrano alla meglio i contadini, preparano trappole e minano il paese, ma la seconda parte della storia è tutta basata sulla guerra contro l’esercito privato del cinico uomo d’affari; ovviamente terminerà in un bagno di sangue, sia per i cattivi, sia per una parte dei sette.

La sceneggiatura ha il merito di caratterizzare molto bene i personaggi e di non farli apparire banali. Il cast intero, inoltre, offre interpretazioni credibili; Denzel Washington, forse, è quello meno originale, perché l'impressione è di aver già visto la sua caratterizzazione, ad esempio, in "The Equalizer - Il vendicatore" (2014). Gli altri, invece, possono essere definiti ineccepibili: da Chris Pratt a Ethan Hawke, da Vincent D’Onofrio a Byung-hun Lee, da Manuel Garcia-Rulfo a Martin Sensmeier, da Peter Sarsgaard a Haley Bennett, a Matt Bomer.

La storia è assolutamente godibile, al punto da farsi perdonare due o tre particolari migliorabili; gli oltre 130 minuti scorrono via senza sembrare esagerati. Al momento, gli incassi testimoniano che il western non sia un genere finito: quando c'è un valido investimento, un cast all'altezza ed una storia avvincente, tutte le chiacchiere che periodicamente vengono fuori dai tempi di "Balla coi lupi" (1990) stanno a zero. Valida la colonna sonora di James Horner e, a tale proposito, merita di essere segnalato l’omaggio musicale all’originale del 1960 durante i primi titoli di coda. Da menzionare anche la fotografia di Mauro Fiore e l'ottima ambientazione.

Consigliato a: chi ha apprezzato le poche pellicole del genere prodotte negli ultimi trent'anni, a chi crede che attraverso il western si possano raccontare le tematiche della società contemporanea. Voto: 7.

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