IL CAMIONCINO FILANTROPICO DI MELBOURNE

L’ostello, proprietà dei cinesi, si trovava sopra un minuscolo negozio cinese, e fuori non c’era neanche un’insegna che indicasse la sua presenza. Le scale che portavano all’ostello erano lunghissime, schiacciate tra due pareti imponenti e rivestite di un infeltrito tappeto di uno scuro rosso sbiadito. Sembrava che qualcuno le avesse incastrate a forza nel lungo scheletro degli edifici che portavano al centro di Melbourne, in un ultimo spiraglio vuoto, dimenticato per sbaglio, come se la loro esistenza non fosse mai stata prevista. L’ostello era popolato soprattutto da alcolizzati, tossicomani e senzatetto australiani, malvisti in tutti gli altri alberghi della città perché generalmente poco disciplinati e mai puntuali nei pagamenti. Ma i cinesi vedevano una fonte di guadagno anche in questo mucchio denigrato e disprezzato di umanità, e li accoglievano volentieri, a patto che prima o poi pagassero. E prima o poi pagavano perché, come mi spiegò un giovane di venticinque anni che viveva lì da un anno, i sussidi di disoccupazione in Australia erano piuttosto generosi.

Presto capii anche come si procuravano il vitto con le limitate risorse economiche che rimanevano a loro disposizione dopo che avevano acquistato gli alcolici e le droghe che rendevano sopportabile la loro sopravvivenza quotidiana. Ogni sera, a tre isolati di distanza, in una strada solitaria e sempre buia, un camioncino carico degli avanzi alimentari dei supermercati e ristoranti di Melbourne offriva gratuitamente bevande e vettovaglie a chiunque si presentasse all’appuntamento. Una volta alla settimana distribuivano persino tranci di pizza fresca.

Nonostante lavorassi come barista in un caffè del centro, le mie ore di servizio erano scarse e irregolari e di conseguenza i miei guadagni precari, e un ventenne giapponese che conobbi in ostello mi convinse ad approfittare dei pasti gratuiti offerti dal filantropico camioncino bianco. Le prime volte ci andai con lui, poi, sempre più spesso, da sola. Ero quasi sempre l’unica donna in uno formicaio silenzioso e corrucciato di barbuti uomini di mezza età, e il personale che distribuiva le cibarie, vedendomi così giovane e sola, mi trattava con particolare benevolenza. Le volontarie sorridevano ininterrottamente e porgevano le tortine di funghi e gli sfornati di carne con una professionalità e gentilezza degna dei più lussuosi ristoranti. “Preferisci il formaggio e gli spinaci oppure il prosciutto?”, domandavano, mostrando due pacchetti ancora caldi e fragranti. I loro sguardi contenevano una dolcezza e una compassione incondizionata, i loro occhi sembravano accarezzare tutta la miseria che il nostro triste gruppetto si trascinava sulle spalle chine, appesantite dall’abuso di alcool e di solitudine. Nonostante la cronica instabilità della mia situazione di viaggiatrice e di disadattata sociale, sentivo di non meritare tanta commiserazione, e mi sentivo colpevole di rubarne una parte destinata al resto di quell’atipica clientela.

Lì incontravo tanti uomini che pernottavano nel mio ostello. Tra di loro c’era un turco obeso e irascibile, che una volta, nel cuore della notte, con una serie di spaventose minacce aveva fatto fuggire dal nostro dormitorio una figura furtiva e certamente malintenzionata che si aggirava tra i nostri letti, osservandoci mentre dormivamo. Oppure un trentenne di origine polacca, dal viso stupendo, che quando si ubriacava dimenticava completamente l’inglese e iniziava a monologare e imprecare esclusivamente nella lingua della sua infanzia, il polacco, generando un’inarrestabile ilarità tra i suoi compagni di strada. E c’era anche il venticinquenne australiano che mi aveva parlato del sussidio di disoccupazione e riteneva, con la coscienza più tranquilla del mondo, che fosse suo diritto approfittare della prodigalità del governo australiano e che a tempo debito, lavorando, si sarebbe poi sdebitato pagando con le tasse i sussidi di disoccupazione altrui.

I backpackers europei solitamente si trattenevano in ostello al massimo un giorno o due: persino per questo popolo cosmopolita, tollerante e molto propenso all’adattamento gli ospiti abituali della struttura erano troppo bizzarri e imprevedibili, e poi i proprietari cinesi non si sforzavano neppure di parlare in inglese o di accennare un sorriso. Tutti erano meravigliati del fatto che io, una ventiquattrenne sola e non affetta da turbe particolari, mi ostinassi a rinnovare i miei soggiorni in quell’ostello miserabile. Un australiano che si innamorò di me in quel periodo e con cui ebbi una brevissima relazione cominciò a insistere perché trovassi un ambiente “più adatto” a me. Era soprattutto il turco che lo preoccupava. Non aveva tutti i torti, in ogni caso. La mia scarsità di riposo cominciava a diventare problematica anche sul lavoro: memorizzare ed eseguire correttamente gli ordini dei clienti nelle ore di punta cominciava ad essere sempre meno semplice, soprattutto perché lavoravo spesso la mattina presto, dopo aver passato notti quasi completamente insonni.

L’australiano mi accompagnò in un ostello poco lontano, frequentato da viaggiatori e spensierati backpackers europei e nordamericani. Purtroppo gli australiani non erano ammessi, in quanto, come disse la receptionist, che voleva certamente evitare di attirare una clientela simile a quella dei cinesi, “un australiano che lavora dovrebbe avere un appartamento in affitto”. Smisi presto di vedere l’australiano e smisi di andare agli appuntamenti serali con il camioncino bianco. Dopo un paio di settimane mi trasferii in Tasmania. Tornai a Melbourne per un paio di giorni qualche mese dopo, e decisi di presentarmi una sera nella strada silenziosa e buia che conoscevo bene. Il camioncino era lo stesso, ma non c’era quasi nessuno dei miei ex compagni di ostello. Erano andati via anche dall’ostello. I cinesi non solo non sapevano, ma non volevano sapere che fine avessero fatto. L’importante era che avessero pagato.

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